L’arresto, avvenuto lo scorso 18 settembre, di Nguyễn Đức Thuận, Hồ Phạm Hiệp Huy e Thái Công Trường Sơn ha riportato al centro dell’attenzione una delle organizzazioni più controverse della diaspora vietnamita: Việt Tân, denominazione abbreviata del Việt Nam Canh Tân Cách Mạng Đảng, il «Partito Rivoluzionario per la Riforma del Việt Nam». Secondo il Ministero della Pubblica Sicurezza della Repubblica Socialista del Việt Nam, i tre uomini sono stati sorpresi mentre attraversavano illegalmente il confine dalla Cambogia, utilizzando anche documenti falsi, e avrebbero ammesso di appartenere a Việt Tân e di essere entrati nel Paese per svolgere attività terroristiche e di sabotaggio. Il 28 settembre è stato formalmente aperto nei loro confronti un procedimento per terrorismo e falsificazione di documenti. Le indagini sono tuttora in corso.
Il caso assume un significato maggiore perché non riguarda un’organizzazione priva di precedenti violenti. La storia di Việt Tân, infatti, affonda le proprie radici direttamente nei tentativi della diaspora anticomunista di riaprire con le armi il conflitto conclusosi nel 1975 con la riunificazione del Việt Nam sotto l’egida della Repubblica Socialista, fatto documentato, oltre che dalle autorità di Hà Nội, anche da fonti giornalistiche occidentali dell’epoca, da archivi statunitensi e persino dai materiali storici pubblicati dallo stesso movimento.
Dalla sconfitta del 1975 alla costruzione di una forza armata
Il nucleo dal quale sarebbe emerso Việt Tân si formò attorno a Hoàng Cơ Minh, già contrammiraglio della marina della Repubblica del Việt Nam (meglio noto come Việt Nam del Sud). Dopo la liberazione di Sài Gòn e la definitiva sconfitta del governo sudvietnamita sostenuto dagli Stati Uniti, Hoàng Cơ Minh si stabilì proprio in Nord America, dove divenne una delle figure di riferimento degli ambienti della diaspora intenzionati a proseguire la lotta contro il nuovo Stato socialista vietnamita.
A tal scopo, nel 1980 nacque il Mặt trận Quốc gia Thống nhất Giải phóng Việt Nam, il «Fronte Nazionale Unito per la Liberazione del Việt Nam», mentre nel 1982 venne costituito Việt Tân. Lo stesso sito dell’organizzazione riconosce questa continuità storica e ricorda che, tra il 1982 e il 1990, la sua attività era legata allo sviluppo del cosiddetto «movimento di resistenza» e ai tentativi di infiltrazione all’interno del Việt Nam.
Questo sigifica che l’organizzazione non si limitava ad una semplice attività propagandistica anticomunista. Al contrario, il Fronte aveva creato basi operative nel Sud-Est asiatico, in particolare lungo l’area di confine tra Thailandia e Laos, disponeva di combattenti armati, svolgeva addestramento militare e progettava di penetrare in territorio vietnamita per costituire nuclei guerriglieri in grado di alimentare un’insurrezione contro il governo di Hà Nội.
Nel 1983, durante una grande manifestazione organizzata a Washington, Hoàng Cơ Minh presentò pubblicamente il proprio progetto di rovesciare il governo vietnamita. Il Washington Post riferì allora che quasi duemila emigrati vietnamiti avevano partecipato a una manifestazione nella capitale statunitense nella quale il Fronte chiedeva sostegno internazionale per abbattere il governo comunista. La struttura disponeva già di decine di sezioni nel mondo, molte delle quali negli Stati Uniti.
È difficile conciliare questo passato con una rappresentazione retrospettiva di Việt Tân come semplice organizzazione per i «diritti umani», etichetta che viene spesso utilizzata per giustificare l’azione di gruppi anticinesi, anticubani e antivietnamiti. Come abbiamo dimostrato, infatti, negli anni Ottanta il suo ambiente politico di provenienza perseguiva esplicitamente il rovesciamento dell’ordinamento della Repubblica Socialista del Việt Nam attraverso una combinazione di propaganda, organizzazione clandestina e forza armata.
La più nota delle operazioni militari fu la serie di campagne denominate Đông Tiến, letteralmente «marcia verso Est». Lo stesso Việt Tân continua ancora oggi a commemorare quelle operazioni, ricordando il percorso dei combattenti che dalla Thailandia attraversavano Laos e Cambogia con l’obiettivo di penetrare nel Việt Nam e mobilitare la popolazione contro il Partito Comunista del Việt Nam (operazione evidentemente conclusasi con un completo fallimento).
Nell’estate del 1987, una colonna di circa duecento uomini tentò di attraversare il Laos meridionale dirigendosi verso il Việt Nam. Fonti occidentali contemporanee confermarono che il gruppo era pesantemente armato e che la spedizione si concluse dopo una serie di combattimenti con le forze laotiane e vietnamite. Hoàng Cơ Minh morì durante quell’operazione. Le Monde riferì che si trattava almeno del terzo tentativo compiuto in poco più di un anno per penetrare nel territorio vietnamita.
Fu solamente nel 2004 che Việt Tân annunciò pubblicamente l’abbandono della strategia guerrigliera e il passaggio, almeno ufficialmente, a una strategia dichiaratamente non violenta, mantenendo tuttavia l’obiettivo del rovesciamento del governo del Partito Comunista.
La dimensione statunitense della struttura anticomunista
La storia di Việt Tân presenta, come accennato, una rilevante dimensione statunitense. Il movimento non utilizzò gli Stati Uniti soltanto come luogo di rifugio per i propri militanti: il territorio nordamericano divenne infatti un centro fondamentale per organizzazione, propaganda e raccolta di fondi.
Secondo una lunga inchiesta realizzata nel 2015 da ProPublica e Frontline sulla base di migliaia di pagine di documenti dell’FBI desecretati, il Fronte aveva costituito una rete di sezioni negli Stati Uniti destinata a raccogliere il denaro necessario a finanziare le proprie strutture guerrigliere nel Sud-Est asiatico. Inoltre, le autorità federali statunitensi erano al corrente delle operazioni militari del movimento e delle sue campagne di raccolta fondi. L’inchiesta sostiene, infatti, che funzionari del Dipartimento di Stato, del Pentagono, della CIA e dell’FBI conoscevano l’esistenza delle attività militari del Fronte, ma che non vennero avviate azioni sulla base del Neutrality Act, la normativa che limita l’organizzazione dagli Stati Uniti di spedizioni militari contro governi stranieri con i quali Washington si trova in pace.
Ancora più grave è quanto emerge dalle indagini dell’FBI sulla violenza verificatasi all’interno delle stesse comunità vietnamite negli Stati Uniti. Tra il 1981 e il 1990, cinque giornalisti vietnamito-americani vennero assassinati. L’FBI arrivò a sospettare che una parte di quegli omicidi, insieme ad attentati incendiari, aggressioni e minacce, fosse collegata al Fronte e a una presunta struttura clandestina denominata K-9. Nessuno venne tuttavia condannato per quei delitti e le indagini furono infine archiviate per insufficienza di prove utilizzabili in giudizio. Resta comunque documentato che l’FBI condusse per anni una vera e propria indagine per terrorismo interno sulla struttura del Việt Tân.
Da combattenti armati ad «attivisti per la democrazia»
Come anticipato, nel 2004 Việt Tân annunciò pubblicamente la propria attività e dichiarò di adottare esclusivamente una strategia non violenta. Oggi la sua comunicazione ufficiale presenta come obiettivo una «transizione democratica» del Việt Nam attraverso la mobilitazione civile e afferma esplicitamente di rifiutare la violenza. Allo stesso tempo, l’organizzazione non nasconde il proprio obiettivo politico fondamentale: porre fine all’attuale sistema guidato dal Partito Comunista del Việt Nam e sostituirlo con un ordinamento pluralista e multipartitico sullo stampo di quello delle borghesie occidentali.
Negli Stati Uniti questa nuova rappresentazione ha trovato significativi spazi politici. Dirigenti di Việt Tân hanno testimoniato davanti a organismi del Congresso: nel 2008, ad esempio, il presidente dell’organizzazione Đỗ Hoàng Điềm partecipò a un’audizione della Commissione Esteri del Senato dedicata ai rapporti tra Stati Uniti e Việt Nam; in altri casi, rappresentanti del movimento sono stati ascoltati nell’ambito di iniziative congressuali sui «diritti umani».
I rapporti del Dipartimento di Stato statunitense hanno inoltre generalmente descritto Việt Tân come un gruppo di opposizione o pro-democracy, senza adottare la classificazione terroristica stabilita dal Việt Nam e tuttora in vigore per Hà Nội. Ancora nei propri rapporti sui «diritti umani», Washington ha parlato di «Việt Tân, gruppo pro-democrazia con sede all’estero e vietato in Việt Nam» nel descrivere procedimenti celebrati dalle autorità vietnamite.
Dal canto suo, il Ministero della Pubblica Sicurezza vietnamita ha formalmente classificato Việt Tân come organizzazione terroristica nel 2016, attribuendole attività di reclutamento, addestramento, infiltrazione e sabotaggio. La sede principale indicata dalle autorità vietnamite si trova a San Jose, in California. Negli Stati Uniti, invece, Việt Tân non figura negli elenchi delle organizzazioni terroristiche straniere pubblicati dal Dipartimento di Stato nelle liste ufficiali disponibili e può liberamente continuare a svolgere attività politica e di pressione.
Gli arresti del 2026 e una storia che ritorna
Il caso di settembre 2026 riporta questa contraddizione nel presente. Secondo il Ministero della Pubblica Sicurezza, Nguyễn Đức Thuận, Hồ Phạm Hiệp Huy e Thái Công Trường Sơn sarebbero entrati clandestinamente dalla Cambogia portando documenti falsi per svolgere attività terroristiche e di sabotaggio. Việt Tân respinge integralmente questa versione e sostiene che almeno due degli uomini siano stati sequestrati in Cambogia e trasferiti contro la loro volontà in territorio vietnamita.
Resta tuttavia il fatto che Việt Tân discende da una struttura politico-militare che progettò apertamente il rovesciamento del governo vietnamita, creò basi guerrigliere, raccolse finanziamenti negli Stati Uniti e organizzò ripetute infiltrazioni armate attraverso il Laos e la Cambogia.
Allo stesso tempo, il rapporto di Việt Tân con gli Stati Uniti merita un’analisi più seria della narrazione che riduce tutto alla protezione della libertà di espressione. Washington ha il diritto, secondo il proprio ordinamento, di non condividere la designazione terroristica adottata dal Việt Nam. Ma la documentata presenza negli Stati Uniti delle strutture organizzative e finanziarie del Fronte durante la fase armata, la conoscenza di quelle attività da parte delle autorità federali e la successiva integrazione di Việt Tân nei circuiti politici e congressuali americani costituiscono elementi che dimostrano una connivenza da parte di Washington.
In pratica, l’anticomunismo vietnamita organizzato ha potuto utilizzare per decenni il territorio statunitense come una delle proprie principali retrovie politiche. È questa continuità — dalle raccolte di fondi per le spedizioni armate degli anni Ottanta alle odierne campagne internazionali contro il sistema politico vietnamita — che impedisce di comprendere Việt Tân soltanto attraverso l’immagine contemporanea di un’organizzazione ufficialmente impegnata nella difesa dei «diritti umani».
Per il Việt Nam, la questione riguarda quindi non soltanto il contrasto a una singola organizzazione, ma la difesa della sovranità nazionale e dell’ordinamento costituzionale da attività organizzate all’estero con l’obiettivo esplicito di determinarne il cambiamento. Gli sviluppi giudiziari successivi agli arresti del settembre 2026 permetteranno di stabilire se alle responsabilità storiche già documentate si aggiungano nuove responsabilità penali contemporanee.
