Grandezza e limiti della rivoluzione filosofica borghese cartesiana

Versione scritta dell’ultimo incontro del corso Controstoria del secolo di ferro (1550-1650).


Grandezza e limiti della rivoluzione filosofica borghese cartesiana Credits: locandina autoprodotta

La seconda prova è la prova causale dell’esistenza di Dio

La seconda prova dell’esistenza di Dio procede ancora dall’applicazione del principio di causalità e parte sempre dal cogito: può esistere l’uomo che ha l’idea di dio se dio non esistesse? Ma se fossi causa di me stesso sarei dio, in quanto mi sarei assegnato tutte le perfezioni, invece sono finito e imperfetto. In realtà non solo non mi sono creato, ma non sono neppure capace di conservarmi come esistente. Il tempo per Cartesio è radicalmente discontinuo, per cui la mia esistenza nel qui e ora è contingente e la durata della vita nel tempo non dipende dall’uomo. Occorre dunque pensare una causa esterna all’io che lo crei e lo conservi in vita, ricreandolo a ogni istante. Essendo l’uomo un essere pensante la sua origine non può essere naturale, ma deve provenire da una sostanza pensante che possieda le perfezioni che si trovano nell’idea di dio. Tale causa, non dipende da altro, è per sé, è il principio positivo dell’essere, è Dio.

Dio è causa sui, in quanto esiste in virtù della propria essenza. La divinità ha dunque per Cartesio un carattere attivo, produttivo.

È proprio il dualismo tra corpo e pensiero che porta Cartesio a sostenere che l’uomo non può nascere dalla natura, in quanto priva di spirito. Perciò vedremo come in seguito per superare il problema si ritroveranno aspetti spirituali nella natura e naturali nello spirito. Fino ad arrivare alla conclusione che la verità è sempre soggetto-oggetto.

Al contrario la concezione materialista rozza, meccanicistica di Cartesio lo porta a credere che la natura non potrebbe mantenersi in vita, perché è un morto meccanismo e la vita gliela infonde in ogni momento dio.

Comunque le prove sull’esistenza di dio sono certamente fra i punti più deboli di Cartesio. Verrebbe da domandarsi se la sua assoluta voglia di non esporsi non lo abbia inconsapevolmente portato a sviluppare argomenti così poco significativi e che praticamente tutti i filosofi del suo tempo e successivi hanno criticato e superato.

La terza prova: la prova ontologica

La terza prova si rifà alla prova ontologica. L’idea dell’essere perfettissimo fa sì che l’esistenza appartiene necessariamente all’essenza di dio. La prova ontologica è contro il principio della trascendenza divina. L’intelletto, il pensiero è dio (il razionale) alla sua massima potenza. L’esistenza di dio viene a dipendere dall’idea razionale. Il dramma è che Cartesio non lo capisce, anche se sembra che ci sia la sua prudenza dentro di lui che non glielo fa intendere.

Da notare, la dimostrazione dell’esistenza di un dio perfetto e buono non ha in Cartesio un valore teologico, ma gnoseologico, in quanto dio costituisce il fondamento e la garanzia sia della verità di ciò che l’uomo conosce, sia dell’esistenza del mondo esterno. Dio serve a scartare l’idea del genio maligno. Ma in realtà basterebbe l’idea stessa del genio maligno per superare questo problema abbastanza assurdo. Sembrano un po’ le contraddizioni della rivoluzione borghese, che deve contenere degli elementi opposti, persino reazionari, in quanto il ceto medio ha sempre il terrore che la rivoluzione non gli si rivolti contro, a causa del proletariato che sfrutta.

  1. Dio garante di verità

Cartesio è stato accusato di aver prodotto un circolo vizioso fra la dimostrazione di dio mediante il canone dell’evidenza, e l’aver fondato tale canone su dio. Non si comprende dunque se venga prima il cogito su cui si fonda il canone dell’evidenza, o dio che ne assicura la validità. Il problema è reale. Cartesio da una parte, da rivoluzionario borghese, contro la religione feudale, ribadisce che è il cogito che fonda il canone dell’evidenza. Ma in realtà è Cartesio stesso che, spaventato inconsciamente che senza religione anche il proletariato potrà fare la sua rivoluzione, si affretta a recuperare dio.

Dio come garante dell’accordo tra res cogitans e res extensa

A tale obiezione, Cartesio risponde riaffermando il valore primario del cogito, indipendente dalla veracità di dio, tanto che la regola dell’evidenza è vera prima della dimostrazione dell’esistenza di dio. Tuttavia l’evidenza del cogito vale per verità attualmente e immediatamente percepite, mentre per quelle considerate evidenti in precedenza non c’è più certezza. Perciò la scienza, che si fonda su entrambe, per essere oggettivamente valida deve necessariamente ricorrere a Dio che ci garantisce della nostra facoltà di ragionare e di non essere ingannati. Dio garantisce la permanenza della verità di ciò che l’uomo ha concepito con evidenza. Inoltre si esce dalla certezza soggettiva del cogito grazie a dio che ci garantisce che le cose percepite con evidenza siano oggettivamente, realmente vere. Dunque dio è il garante dell’accordo tra res cogitans e res extensa. Dio è sostanza prima (ciò che sta di per sé senza bisogno di altro), pensiero ed estensione, sono sostanze seconde, il pensiero non è esteso e l’estensione non pensa (tema ricorrente filosofia moderna: come si accordano soggetto e oggetto). Dunque dall’errore di fondo, il dualismo fra soggetto e oggetto, che dipende dal materialismo meccanicistico, porta a tutte queste posizioni che oggi non possono che apparirci naif di Cartesio. Il cogito vale solo per questo momento, perché il tempo, inteso in maniera meccanicistica come una sostanza materiale, quindi divisibile all’infinito, quindi discontinua, rende necessario ricorrere ancora una volta a dio. Che poi ci viene presentato anche come il deux ex machina che risolve il problema del dualismo. Ma questo problema non è reale. Se lo crea Cartesio. Come è la borghesia che crea il proprio soggettivismo individualistico, perché se ragionasse in modo universalistico, tutte le sue lotte contro l’ingiustizia, dovrebbero essere anche legittime in tutti quelli che sfrutta e opprime.

  1. Il problema dell’errore

Così Cartesio ha attinto fuori dal cogito una realtà assoluta. Il canone della chiarezza e distinzione trova conferma nell’esistenza di dio, che in quanto sovranamente perfetto non può essere ingannatore. Dunque, ci si crea un problema che non esiste: il genio maligno, per poter poi recuperare l’idea di dio. Naturalmente facendo derivare dall’idea l’esistenza di dio, secondo il solito argomento di Anselmo, che come denuncia a ragione Kant, è alla base di tutte le pseudo dimostrazioni dell’esistenza di dio. Tanto che persino Anselmo dinanzi a tutte le giuste critiche che ricevette dovette ammettere che con questo argomento non si convince nessun ateo. Cioè solo chi crede nell’essere perfettissimo, può poi considerare necessaria la sua esistenza.

  1. Occorre mantenere la volontà nei limiti dell’intelletto

Come spiegare l’errore? Esso non deriva dalle nostre facoltà dateci da dio, ma dal loro uso non adeguato, in particolare nel giudizio quale atto in cui concorrono la facoltà di conoscere (intelletto) e di scegliere (volontà, libero arbitrio). L’intelletto non erra nel concepire le idee, ma è facoltà limitata e finita come l’uomo. La volontà è assai ampia e quasi illimitata. L’errore nel giudizio avviene quando non si contiene la volontà nei limiti di intelletto, ma si estende a cose che non comprende, scambiando il falso per il vero. La volontà deve essere guidata dalla ragione, per cui è più saggio sospendere il giudizio su cose che non si concepiscono con sufficiente chiarezza e distinzione. L’intelletto deve perciò sempre precedere la determinazione della volontà, da tenere nei limiti della conoscenza chiara e distinta. Tale discorso Cartesio lo avrebbe dovuto rivolgere, per non apparire gesuitico, innanzitutto a se stesso. È la sua volontà che per paura, di essere perseguitato e che potesse essere utile alla rivoluzione anche contro la sua borghesia, che lo porta a pretendere di aver dato tre dimostrazioni razionali dell’esistenza di dio, che fanno acqua da tutte le parti.

Andrebbe poi tenuto presente che Cartesio ha l’enorme limite, dal punto di vista filosofico, non volendo perdere tempo con la lettura dei classici della filosofia, di attenersi ai riassunti che gli avevano messo a disposizione i Gesuiti. Certo è essenziale per lo sviluppo della filosofia, che Cartesio non si sia occupato solo di filosofia, ma anche di fisica, matematica, scienze naturali, meccanica, tecnica, medicina. Questo è un po’ l’errore tipico dei rivoluzionari, che non possono superare dialetticamente il passato, ma lo devono negare in modo astratto. Peraltro la borghesia, che aveva paura che la sua rivoluzione creasse, come poi avvenne, livellatori e zappatori, la ammanta costantemente di una veste religiosa.

  1. Il dualismo cartesiano

Il mondo esterno

Dio diviene necessario per dare valore assoluto alla regola dell’evidenza e, dunque, la corrispondenza fra le idee e gli oggetti che rappresentano.

Tuttavia non possiamo affermare che i corpi possiedano tutte le qualità che noi “percepiamo”. Pochissime nozioni degli oggetti sono in me con chiarezza e distinzione e sono quelle indicate da Galileo: la grandezza, l’estensione, il movimento, ovvero tutto ciò che può essere dimostrato geometricamente, mentre le qualità: luce, suoni, colori, sapori sono oscure e confuse (distinzione tra proprietà oggettive e soggettive dei corpi). Distinzione indubbiamente essenziale. Per comprendere la realtà c’è sempre bisogno innanzitutto dell’intelletto che analiticamente la scompone, per poter iniziare a farla propria. Però l’errore di Cartesio, come già di Galileo, è un po’ un errore della loro classe borghese, bisognerebbe passare al momento sintetico della ragione che comprende che soggetto e oggetto sono due facce della stessa medaglia. Che la realtà in quanto tale è sempre, in primo luogo soggetto-oggetto.

Il dualismo

Ammettendo l’esistenza dei corpi, Cartesio ammette, accanto alla sostanza pensante (ovvero l’IO), una sostanza estesa (corporea), dividendo così la realtà in due zone distinte ed eterogenee secondo un rigoroso dualismo ontologico:

  1. la  sostanza pensante (incorporea, inestesa, consapevole, libera)
  2. la sostanza estesa (corporea, spaziale, inconsapevole, meccanicamente determinata).

Questo non a caso sarà il problema fondamentale della filosofia moderna fondata da Cartesio sul soggetto. In tal modo non si capisce perché l’oggetto debba conformarsi al soggetto. Perciò tutta la filosofia razionalistica moderna cerca di superare questo dualismo. Le due pseudo soluzioni indicate da Cartesio sono state considerate gli elementi più deboli della sua filosofia e subito abbandonate dagli altri filosofi.

Nel 1641 pubblica le Meditazioni metafisiche con le obiezioni e le risposte. Inizia con un appello al Dio non ingannatore per la reale esistenza della res extensa, la sostanza estesa, che si contrappone alla res cogitans, come ciò che è esteso e divisibile all’infinito (il corpo) si oppone a ciò che è inesteso e indivisibile (lo spirito). Dal momento che si possono concepire chiaramente e distintamente come separate, grazie al dio non ingannatore, esse sono radicalmente distinte. Qui emerge tutto il soggettivismo del criterio del chiaro e del distinto. In quanto alla facoltà analitica dell’intelletto appaiono chiaramente distinti. Mentre dal punto di vista sintetico della ragione sono immediatamente legati.

23/10/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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