La rivoluzione culturale cartesiana

Penultima versione cartacea dell’ultimo incontro del corso “Controstoria del secolo di ferro (1550-1650): dalla rivoluzione scientifica alla rivoluzione inglese”.


La rivoluzione culturale cartesiana Credits: Immagine generata da intelligenza artificiale Gemini

Il genio maligno

Per quanto riguarda verità da essi indipendenti, come le matematiche, sono valide sia nel sonno che nella veglia (2+3=5 sempre), tuttavia anch’esse possono essere poste in dubbio come le certezze sensibili. Visto che non sappiamo nulla rispetto alla nostra origine, possiamo supporre di essere stati creati da un genio maligno che ci inganna, facendoci sembrare chiaro e evidente ciò che è falso. In questo modo il dubbio si estende ad ogni cosa e da metodico diventa iperbolico.

Anche l’unico ambito che non ha nulla di empirico, quello puramente razionale della matematica può e, quindi, deve essere messo in dubbio. Noi non sapendo ancora come ci siamo formati non possiamo scartare l’ipotesi più negativa, quella di scoprire che la vita che abbiamo con tanta fatica portato avanti è un sogno. Né possiamo ancora scartare il terribile dubbio che ci porta a domandarci: e se il reale è irrazionale? Per cui, come sostengono i reazionari come Niezsche la matematica è la più grande bugia, perché fa credere che possa esistere una realtà vera, valida per tutti, facendo saltare con un truffaldino artificio le immodificabili gerarchie dell’unica vera legge: quella della giungla.

  1. Ego cogito, ergo sum

Ma dal dubbio si intravede una certezza, io posso ingannarmi sempre o essere sempre ingannato, ma per ingannarmi o essere ingannato devo esistere, devo essere qualcosa. Il non essere non è, non esiste e, quindi, il nulla non può essere ingannato. Per essere ingannato bisogna necessariamente essere qualcosa, occorre esserci.

È, dunque, proprio in questa capacità di dubitare che Cartesio trova un principio indubitabile. Pur essendo sottoposto a un continuo inganno, anche se tutto il mondo esterno fosse frutto di tale inganno, tuttavia la mia autocoscienza per quanto ingannata mi testimonia che se non come corpo, come ragione certamente esisto. Dunque io che penso esisto, ovvero je pense, donc je suis; cogito, ergo sum. Si tratta di una verità evidente e intuitiva ed è per Cartesio «la prima e più certa che si presenta a chi conduce i suoi pensieri con ordine». Il dubitare, in quanto attività, rinvia all’esistenza. Se cessassi di pensare non potrei nemmeno sapere di esistere.

Il qualcosa che testimonia il nostro essere non è il nostro aspetto fisico empirico, di cui possiamo ancora e, quindi, dobbiamo dubitare, ma il pensiero. Anche nella peggiore delle ipotesi per cui tutto ciò che ci è sembrato nella nostra vita è un inganno, un sogno, o un film di un essere che ci ha creato per burlarsi di noi, per ingannarci, noi dobbiamo poter essere ingannati. Ma ciò è possibile solo se ragioniamo. Se non avessimo mai avuto la ragione non potremo essere ingannati. Anche nel momento in cui perdiamo la ragione non possiamo più essere tratti in inganno.

La res cogitans

Il pensiero è, dunque, l’attributo fondamentale dell’uomo, che è perciò definito da Cartesio una cosa che pensa (res cogitans). Non posso dire di esistere come corpo, giacché ancora non so nulla dell’esistenza dei corpi, intorno ai quali il mio dubbio permane. Dunque la ragione è non solo centrale, non solo il tratto che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri che conosciamo, ma è anche la base per conoscere la verità, per rifondare su basi certe, scientifiche tutto il sapere. Ci permette anche di superare il dubbio iperbolico che ci aveva portato a dubitare della realtà della ragione e, di conseguenza, della razionalità del reale. L’unica cosa di cui non possiamo dubitare è l’esistenza della ragione e il fatto che siamo degli esseri razionali. Inaccettabile per un reazionario come Nietzsche per cui tutti i lavoratori manuali non sono razionali, sono malnati da sterminare o al massimo da sfruttare come schiavi fino alla morte. Perciò per i reazionari come Nietzsche “Cartesio è il nonno della rivoluzione.” Da questo punto di vista era certamente più realista e meno illuso di Galileo, sa bene che, proprio perché rivoluzionaria, il potere non può che perseguitare chi la trova e ha anche l’ardire di pubblicare una scoperta tanto sovversiva. Persino Giordano Bruno si illudeva di poter convincere il papa della validità della sua visione del mondo. Perciò Cartesio non pubblica gli aspetti più sensibili del suo sistema e anche ciò che pubblica lo presenta come una pura ipotesi immaginaria. Anche quando espone il metodo, lo presenta come semplicemente la sua esperienza particolare, in qualche modo unica, non universalizzabile.

Secondo lo schema scolastico un attributo, qui il pensiero, rinvia a una sostanza cui l’attributo inerisce. Sappiamo di essere una sostanza come soggetto del pensiero. Al di là della scolastica Cartesio mostra che il pensiero (la ragione) è non solo inseparabile dalla sostanza uomo, ma ne costituisce anche l’essenza, la natura. Così la res cogitans diviene sinonimo dell’Io, di quella che si chiamava l’anima, della ragione, dello spirito, quale soggetto di tutti gli atti di pensiero o fatti di coscienza (come anche il sentire, il volere, l’immaginare in quanto ne siamo coscienti). L’anima religiosa non è altro che la ragione laica.

Il principio cartesiano riprende quanto già sviluppato da Agostino nella critica allo scetticismo, ma per Agostino il fine era stabilire la presenza trascendente della verità (cioè di dio) nell’interiorità dell’uomo. Per Cartesio si tratta di trovare nell’esistenza del soggetto pensante, il principio che garantisce la validità della conoscenza umana e l’efficacia dell’azione umana sul mondo. Ricordiamoci che il fine di Cartesio è dare una fondazione metafisica alla fisica, intendendo così trovare nell’esistenza dell’uomo stesso, in quanto soggetto, in quanto ragione, la possibilità di una conoscenza che gli permetta di dominare il mondo per i suoi bisogni. Non solo, quindi, l’uomo può conoscere il mondo, ma lo può anche trasformare con il proprio lavoro e renderlo migliore, più razionale. Anche se permane l’attitudine borghese di voler dominare l’altro, il mondo, la natura.

Le cose che pensiamo chiaramente e distintamente sono vere

Dall’analisi del cogito Cartesio trae il suo fondamentale criterio di verità: posso dire penso dunque sono, in quanto so con la massima chiarezza che per pensare bisogna essere. Dunque le cose che pensiamo molto chiaramente e distintamente sono vere.

In tal modo Cartesio è in grado di fondare la prima regola del metodo. Il criterio che ci permette di distinguere il vero dal falso. Solo ciò che dinanzi all’analisi accurata della nostra ragione non è dubitabile è vero. Dunque la verità è ciò che è riconosciuta come tale mediante il giudizio insindacabile della nostra ragione, che è l’unico tribunale al quale appellarci per distinguere il falso dal vero.

  1. Dal cogito a dio

Si tratta ora di recuperare una realtà al di fuori del cogito. A tale scopo Cartesio muove dall’analisi dei contenuti del pensiero, cioè dalle idee. Io so che tali idee esistono nella mia ragione, ma come essere sicuro che a tali idee esistano altrettante verità fuori di me? Si tratta di comprendere se il razionale sia anche reale. Il problema è che fondando la razionalità in modo puramente soggettivo, diviene molto più complicato dimostrare che sia fondata sulla realtà. Se sono io soggetto che del tutto indipendentemente do le leggi alla natura, perché quest’ultima che non ho creato io le dovrebbe rispettare.

L’ipotesi del genio maligno non è riuscita a scalfire l’evidenza della mia esistenza come sostanza, ma continua a gravare sul mondo esterno che potrebbe essere il frutto di un inganno. Ho la certezza della mia razionalità, ma non quella della razionalità del reale.

Secondo Cartesio il contenuto di un’idea, la sua realtà oggettiva, la realtà dell’oggetto rappresentato nell’idea deve avere la sua origine in una causa adeguata che abbia almeno altrettanta realtà di quella contenuta nell’idea. Da qui Cartesio pretende che dio esiste, in quanto ne ho l’idea che non posso aver creato da solo in quanto è perfetta mentre io sono imperfetto. Ma dio deve essere perfetto, mentre non può essere perfetta l’idea che ne ho. Quindi potrebbe essere fattizia, tanto che mi immagino un dio grandissimo, buonissimo etc.

I tre tipi di idee

Per Cartesio vi sono tre tipi di idee: le idee relative alla realtà esterna e che sembrano derivare da essa: queste sono le idee avventizie (es. idea di albero, di pianta, ecc., ovvero l’idea delle cose naturali), che non danno garanzie di una loro corrispondenza alla realtà extramentale che sembrano rappresentare. Il mondo esterno potrebbe essere un inganno del genio maligno, o un sogno. Inoltre tali idee potrebbero essere formate da noi stessi, come avviene per la seconda tipologia di idee: le idee factitiae (es. idea di cavallo alato). Non tutte le idee sono però riducibili a tali categorie, come ad esempio l’idea di Dio o di infinito, che Cartesio considera un’idea innata, ovvero da sempre presente nell’uomo e non derivante dall’esterno. Fra l’altro quando gli europei scoprirono gli amerindi, si accorsero che diversi di loro non avevano l’idea di dio. Ma pretendendo che fosse un’idea innata, li consideravano omuncoli, il che consentiva loro di ucciderli o schiavizzarli senza pietà.

Prima prova dell’esistenza di dio: da dove deriva la mia idea di dio?

L’idea di dio o di infinito presente nell’uomo non è da lui prodotta, infatti una creatura piena di dubbi, ovvero finita non può causare l’idea di infinito. Tale idea è chiara e distinta, quindi non fallace, grazie a essa l’uomo diviene consapevole della sua finitezza; è un’idea innata e ha la sua causa in un essere infinito (Dio) che la ha posta nell’uomo. Siccome l’idea di dio sarebbe chiara e distinta nella mia ragione, deve essere vera. Ma chi mi assicura che io e tutti gli altri dovrebbero avere questa idea chiara e distinta? L’argomento è poi che solo dal perfetto capisco la mia imperfezione. Ma in realtà io capisco la mia imperfezione dal fatto che dubito.

23/10/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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