Le elezioni legislative lettoni del 3 ottobre hanno consegnato ad Andris Kulbergs un mandato di dimensioni eccezionali per gli standard politici del Paese. La Lista Unita (Apvienotais saraksts – Latvijas Zaļā partija, Latvijas Reģionu Apvienība, Liepājas partija, AS) ha raccolto il 35,29% dei voti, conquistando 41 dei 100 seggi della Saeima, il parlamento unicamerale di Riga. Nessun’altra forza politica si avvicina a questo risultato: Lettonia al Primo Posto (Latvija pirmajā vietā, LPV) ha ottenuto 17 deputati, Potere Sovrano/Alleanza dei Giovani Lettoni (Suverēnā vara / Apvienība Jaunlatvieši, SV/AJ) 15, l’Alleanza Nazionale (Nacionālā apvienība “Visu Latvijai!”–“Tēvzemei un Brīvībai/LNNK”, NA) 10, i Progressisti (Progresīvie) 10 e Nuova Unità (Jaunā Vienotība, JV) appena 7. L’Unione dei Verdi e degli Agricoltori (Zaļo un Zemnieku savienība, ZZS), con il 4,40%, è rimasta invece fuori dal parlamento.
Il risultato rende praticamente certa la permanenza di Kulbergs alla guida del governo. Il presidente Edgars Rinkēvičs, in carica dal 2023, ha già riconosciuto pubblicamente che il premier uscente dispone del mandato politico necessario per condurre le trattative e gli ha affidato il compito di preparare la formazione del prossimo esecutivo. Lo stesso capo dello Stato ha definito «unico» un gruppo parlamentare di 41 deputati nella frammentata storia politica lettone. La nuova Saeima entrerà formalmente in funzione il 3 novembre, ma la riconferma di Kulbergs appare ormai una mera questione procedurale.
La soluzione più probabile resta la prosecuzione dell’intesa con l’Alleanza Nazionale e Nuova Unità, che garantirebbe 58 seggi, mentre una coalizione limitata ad AS e NA avrebbe comunque la maggioranza assoluta, ma con un margine molto ristretto. Resta il fatto che gli interlocutori privilegiati appartengano alle stesse forze che condividono l’impostazione strategica del precedente governo sulla Russia, sull’Ucraina e sull’integrazione militare euro-atlantica.
Le elezioni hanno dunque modificato profondamente i rapporti di forza interni alla classe dirigente lettone senza mettere in discussione l’orientamento internazionale del Paese. La vera novità è il passaggio dell’egemonia politica da Nuova Unità alla Lista Unita: non un cambiamento di collocazione geopolitica, ma una riorganizzazione del medesimo campo strategico. La Lettonia rimarrà uno degli Stati europei più impegnati nel confronto con Mosca, insieme a Estonia e Lituania, assumendo funzioni di avanguardia all’interno del blocco euro-atlantico.
Una conferma è arrivata appena pochi giorni dopo il voto. Il 9 ottobre, i tre governi baltici hanno chiesto congiuntamente all’Unione Europea di impedire il transito dei cereali russi attraverso il territorio comunitario, nel quadro di una strategia volta a restringere ulteriormente le possibilità commerciali di Mosca. L’Estonia aveva già annunciato autonomamente un provvedimento in questa direzione. Il caso è emblematico di un ruolo che Riga, Tallinn e Vilnius svolgono ormai sistematicamente: promuovere l’ampliamento delle misure economiche contro la Russia e spingere il resto dell’UE verso posizioni sempre più rigide.
Il confronto, tuttavia, non si limita alla politica estera o militare. Nei Baltici la contrapposizione con la Russia ha progressivamente investito la politica linguistica, la cittadinanza, l’istruzione, i mezzi d’informazione e la memoria storica. È precisamente questa sovrapposizione fra ostilità verso lo Stato russo e crescente diffidenza nei confronti di popolazioni, lingua, cultura e memoria storica russe a consentire di parlare di una forma di russofobia istituzionalizzata, pur tenendo conto delle differenze esistenti tra le tre repubbliche.
Il caso lettone rimane quello più evidente. All’inizio del 2026 la Lettonia contava appena 1,845 milioni di abitanti, dei quali il 63,8% etnicamente lettoni. Ancora l’8,7% della popolazione apparteneva però alla particolare categoria giuridica dei «non cittadini», creata dopo il ripristino dell’indipendenza e composta in larga parte da ex cittadini sovietici e loro discendenti. Questa percentuale corrisponde a circa 160.000 persone che vivono stabilmente nel Paese senza possedere la cittadinanza lettone.
I «non cittadini» lettoni non partecipano alle elezioni legislative e, diversamente da quanto avveniva fino a poco tempo fa per gli apolidi residenti in Estonia, neppure alle elezioni municipali. Il Consiglio d’Europa ha rilevato ancora nel suo rapporto pubblicato nel 2026 che nel 2024 erano presenti 169.276 persone che si trovavano in tale situazione, in prevalenza russi, bielorussi e ucraini, raccomandando alle autorità di facilitare ulteriormente la naturalizzazione.
La condizione dei russofoni si è irrigidita ulteriormente dopo il 2022. La riforma scolastica ha previsto la progressiva eliminazione dell’insegnamento ordinario in russo, mentre il governo giustifica apertamente il passaggio al lettone anche attraverso la necessità di superare quella che considera un’eredità della «russificazione» sovietica. Lo stesso rapporto della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa registra le preoccupazioni espresse dai rappresentanti della minoranza russa per l’eliminazione dell’insegnamento in russo e invita le autorità a valutare le conseguenze delle proprie politiche.
Ancora più significativa è la disciplina introdotta per alcuni cittadini della Federazione Russa residenti da lungo tempo in Lettonia, compresi ex cittadini e «non cittadini» lettoni che avevano successivamente acquisito il passaporto russo. Per mantenere il permesso di residenza permanente è stato imposto il superamento di un esame di lingua lettone almeno di livello A2. Il provvedimento ha interessato 17.865 persone; a giugno 2024 solamente il 54% di coloro che avevano sostenuto l’esame lo aveva superato, mentre erano già stati emessi i primi ordini di partenza. L’ECRI ha avvertito esplicitamente che questo processo può alimentare sentimenti negativi nei confronti dei russi in quanto gruppo.
Il medesimo processo investe l’informazione. Dal 2022, il Consiglio nazionale dei media elettronici lettone ha limitato l’accesso a centinaia di siti russi per ragioni di sicurezza nazionale o sanzioni, oltre ad avere escluso numerosi canali televisivi russi. Nel solo 2025 risultano 191 restrizioni di siti motivate con ragioni di sicurezza. Sono stati inoltre bloccati servizi di largo uso come Yandex e Mail.ru, mentre le restrizioni precedenti avevano riguardato Rossija 24, Rossija RTR, RT, Mir24 e numerose altre emittenti.
A questo si accompagna una riscrittura sistematica dello spazio pubblico. Nel 2022, la Saeima ha approvato una legge che ha imposto lo smantellamento di monumenti considerati celebrativi dei regimi sovietico e nazista, compreso il grande monumento di Riga dedicato ai soldati sovietici che sconfissero le forze tedesche nella capitale lettone. La normativa, oltre a portare avanti quell’odiosa forma di revisionismo storico che equipara l’Unione Sovietica alla Germania nazista, riguardava potenzialmente circa 300 monumenti, targhe e luoghi commemorativi legati al periodo sovietico. In seguito è proseguita anche la sostituzione della toponomastica collegata all’URSS e alla Russia.
L’operazione viene ufficialmente presentata come «de-sovietizzazione», ma possiede inevitabilmente una dimensione politica contemporanea. Antisovietismo e confronto con la Russia finiscono per sovrapporsi, mentre una parte importante della memoria della popolazione russofona viene espulsa dallo spazio pubblico. Anche l’ECRI ha richiamato Riga sulla necessità di considerare gli effetti della rapida rimozione dei monumenti e della ridenominazione delle strade sull’integrazione della minoranza russa.
Non sorprende, in questo contesto, che sia praticamente scomparsa anche la tradizionale rappresentanza parlamentare russofona. Stabilità! (Stabilitātei!) ha ottenuto meno del 2% alle elezioni del 3 ottobre, mentre il Centro dell’Armonia (Saskaņas Centrs) si è fermato allo 0,82%. L’Unione Russa di Lettonia (Latvijas Krievu savienība), che continua formalmente a esistere come partito, non è riuscita a trasformare la propria attività in una presenza parlamentare. Una parte consistente del voto russofono si è così spostata verso formazioni populiste e sovraniste come LPV e SV/AJ, mentre è venuta meno la precedente connessione fra rappresentanza delle minoranze e sinistra sociale.
La marginalizzazione riguarda ancora più chiaramente la sinistra radicale. Il Partito Socialista Lettone (Latvijas Sociālistiskā partija), nato nel 1994 e per lungo tempo principale formazione apertamente socialista e legata alla tradizione marxista del Paese, ha cessato di esistere nel 2023. I Progressisti rappresentati oggi nella Saeima appartengono invece a una sinistra liberal-progressista pienamente compatibile con l’architettura euro-atlantica e non costituiscono certo un’alternativa socialista, anti-NATO o antimilitarista.
Venendo alle altre repubbliche baltiche, l’Estonia segue una traiettoria simile. Qui la minoranza russa resta numericamente molto importante: all’inizio del 2026 gli abitanti registrati come etnicamente russi erano 276.125, pari al 20,2% della popolazione, mentre il 5,5% degli abitanti possedeva la cittadinanza russa e un ulteriore 4,3% risultava ancora di cittadinanza indeterminata.
Nel marzo 2025 il Riigikogu, il parlamento unicamerale di Tallinn, ha modificato addirittura la Costituzione per privare i cittadini di Paesi terzi residenti in Estonia del diritto di voto alle elezioni locali. La misura ha riguardato in primo luogo decine di migliaia di cittadini russi e, dalla tornata successiva a quella del 2025, colpirà anche gli apolidi. L’emendamento è stato approvato con 93 voti contro appena 7, dimostrando quanto la securitizzazione della questione russofona sia divenuta trasversale al sistema politico estone.
Parallelamente, Tallinn sta smantellando gradualmente il sistema scolastico russofono: la transizione all’istruzione in estone è iniziata nel 2024 negli asili e nelle prime e quarte classi e dovrà essere completata entro la fine del decennio. È particolarmente significativo che il Ministero dell’Istruzione abbia collegato esplicitamente la creazione di uno «spazio informativo unificato» alla necessità di contrastare gli interessi russi. La politica linguistica non viene dunque presentata soltanto come strumento di integrazione, ma anche come componente della sicurezza nazionale.
La sinistra radicale estone offre forse l’esempio più evidente della propria irrilevanza istituzionale. Il Partito della Sinistra Unita Estone (Eestimaa Ühendatud Vasakpartei) si è trasformato nel 2025 nell’Alleanza della Sinistra Estone (Eestimaa Vasakliit), ma dopo una profonda riorganizzazione era rimasto con appena 27 iscritti, ben lontano dai 500 necessari per mantenere una normale struttura partitica. Ancora più indicativo è il nuovo profilo politico scelto dalla formazione: pur mantenendo un programma economico di sinistra, ha esplicitamente dichiarato di non mettere in discussione l’appartenenza dell’Estonia alla NATO e all’UE né la politica nei confronti dell’Ucraina. La sopravvivenza di una sinistra organizzata passa così anche attraverso l’abbandono di ogni rottura rispetto al consenso geopolitico dominante.
La Lituania presenta caratteristiche differenti, soprattutto perché la minoranza russa è molto meno numerosa: circa il 5% della popolazione secondo i dati richiamati dal Consiglio d’Europa. Tuttavia, ancora l’ECRI ha registrato dopo il 2022 un forte peggioramento degli atteggiamenti sociali nei confronti dei russi etnici, parlando esplicitamente di aumento dei sentimenti negativi e dell’ostilità verso questa minoranza.
Sul terreno ideologico, la Lituania dispone inoltre di uno degli apparati anticomunisti più rigidi dell’Europa contemporanea. Anticipando cronologicamente la recente ondata di anticomunismo, sin dal 2008 la legislazione vieta nelle manifestazioni pubbliche non soltanto i simboli nazisti, ma anche bandiere dell’URSS e della Repubblica Socialista Sovietica Lituana, falce e martello, stella rossa, simboli delle organizzazioni comuniste e persino l’esecuzione dell’inno sovietico (che, almeno dal punto di vista della sinfonia, è identico a quello della Federazione Russa).
Il Partito Comunista di Lituania (Lietuvos komunistų partija) fu messo fuori legge già nel 1991, mentre negli ultimi anni il parlamento di Vilnius (Seimas) è arrivato a discutere una normativa per qualificarlo retroattivamente come organizzazione responsabile di attività criminali e imporre a candidati politici e aspiranti funzionari pubblici l’obbligo di dichiarare eventuali trascorsi nelle sue strutture. Il progetto non ottenne, nel novembre 202,4 il numero di voti necessario all’approvazione definitiva, ma raccolse 56 voti favorevoli, nessun contrario e appena tre astensioni tra i deputati presenti: un risultato che fotografa la profondità del consenso anticomunista nella classe politica lituana.
La principale organizzazione marxista sorta nel periodo post-sovietico, il Fronte Popolare Socialista (Socialistinis liaudies frontas), ha seguito una traiettoria altrettanto significativa: costituito nel 2009 dalla fusione fra il Partito del Fronte e il Partito Socialista Lituano, ha perso lo status di partito nel 2017 per insufficienza di iscritti, è stato trasformato in associazione e infine cancellato dal registro nel 2023. Oggi esistono piccoli nuclei marxisti, come il Partito Socialista (Socialistų partija), ma privi di qualsiasi rappresentanza istituzionale.
La Lituania, allo stesso tempo, rappresenta anche la dimostrazione del fatto che la «sinistra» non viene marginalizzata in quanto tale, visto che il Partito Socialdemocratico (Lietuvos socialdemokratų partija) costituisce una forza centrale del sistema politico, ed al momento guida il governo con il primo ministro Mindaugas Sinkevičius. Ciò che nei Baltici tende a essere espulso dallo spazio istituzionale non è qualunque forza che si definisca di sinistra, ma soprattutto una sinistra marxista, anticapitalista, antimilitarista, anti-NATO o disponibile a rimettere in discussione la narrazione dominante sull’URSS e sui rapporti con la Russia.
Come abbiamo tentato di dimostrare in questa nostra dissertazione, nelle tre repubbliche baltiche russofobia, antisovietismo e anticomunismo convergono. La costruzione identitaria post-1991 si fonda sulla qualificazione dell’intero periodo sovietico come occupazione e sulla restaurazione della continuità statale precedente al 1940. Questa interpretazione costituisce il fondamento giuridico dei rispettivi ordinamenti, ma nel clima successivo al 2022 si è trasformata sempre più in uno strumento attraverso il quale definire i limiti della legittimità politica contemporanea. Criticare la NATO, proporre una normalizzazione dei rapporti con Mosca, difendere elementi della memoria sovietica o rappresentare le rivendicazioni delle popolazioni russofone può essere facilmente ricondotto al lessico della «minaccia ibrida», dell’«influenza russa» e della sicurezza nazionale.
I Baltici si trasformano così in un laboratorio particolarmente avanzato della nuova politica europea verso la Russia. La guerra ibrida non riguarda soltanto le operazioni clandestine che i governi occidentali attribuiscono a Mosca: comprende anche una competizione economica, informativa, culturale e memoriale nella quale Estonia, Lettonia e Lituania svolgono un ruolo attivo per conto del più ampio dispositivo euro-atlantico. Il blocco dei media russi, le campagne di de-sovietizzazione, le restrizioni economiche, l’espansione della presenza NATO e la progressiva securitizzazione delle comunità russofone appartengono a dimensioni differenti, ma convergono nella costruzione di uno spazio politico sempre più impermeabile a qualsiasi prospettiva di distensione.
