L'Illusione di Onnipotenza e il Nuovo Ordine Mondiale: La Guerra del Golfo (1990-1991)

Viene descritta la prima guerra del golfo e della distruzione di un paese vittima di una dittatura e della violenza anglo-americana che si accanì sui civili Curdi.


L'Illusione di Onnipotenza e il Nuovo Ordine Mondiale: La Guerra del Golfo (1990-1991)

La Guerra del Golfo rappresenta uno spartiacque decisivo nella storia contemporanea, il primo grande conflitto dell'era post-Guerra Fredda che ha ridefinito gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Se la storiografia ufficiale inquadra spesso l'intervento a guida statunitense come una necessaria reazione in difesa del diritto internazionale violato, un'analisi più profonda e disincantata emerge dal lavoro di Pierre Salinger ed Eric Laurent. Nel loro libro Guerra del Golfo: il dossier segreto, gli autori propongono una lettura alternativa e inquietante: l'invasione del Kuwait non fu soltanto il frutto dell'hybris di Saddam Hussein, ma l'esito di una calcolata "trappola" diplomatica tesa da Washington per neutralizzare una potenza regionale divenuta troppo ingombrante. In definitiva la prima guerra del Golfo contiene in nuce tutte le storture drammatiche, Tradimento politico, disprezzo della vita dei civili, uso da parte Statunitense della sottomissione delle medie e piccole potenze europee e mediorientali.

Alla fine degli anni Ottanta, l'Iraq usciva da un decennio di guerra contro l'Iran devastante. Sebbene formalmente vittorioso, il Paese era economicamente in ginocchio e gravato da un debito estero colossale, contratto in gran parte con i suoi vicini arabi, in primis Kuwait e Arabia Saudita. In questo contesto di grave fragilità interna, Saddam Hussein iniziò a rivolgere le proprie accuse verso l'emirato kuwaitiano, colpevole a suo dire di condurre una guerra economica contro Baghdad. Le accuse si concentravano sul superamento delle quote di estrazione petrolifera stabilite dall'OPEC, che teneva artificialmente bassi i prezzi del greggio, e sul presunto furto di petrolio dal giacimento di frontiera di Rumaila tramite perforazioni oblique. È in questa fase di crescente tensione, nell'estate del 1990, che si concretizza l'ipotesi della trappola statunitense delineata da Salinger e Laurent. Durante gli anni del conflitto con l'Iran, l'Occidente aveva ampiamente finanziato e armato l'Iraq in funzione anti-Khomeinista, trasformandolo nella quarta potenza militare del mondo. Tuttavia, crollata la minaccia sovietica e contenuto l'Iran, quell'enorme apparato bellico rappresentava ora un pericolo per l'egemonia americana sul Golfo Persico e sulle sue immense risorse energetiche. 

L'evento cruciale si verificò il 25 luglio 1990, quando Saddam Hussein convocò l'ambasciatrice statunitense April Glaspie. Durante il colloquio, Glaspie rassicurò il dittatore affermando che gli Stati Uniti non avevano "alcuna opinione sui conflitti inter-arabi". Secondo l'interpretazione del dossier segreto, questa ambiguità diplomatica fu deliberata. Un semaforo verde fittizio che convinse Saddam dell'assoluta non ingerenza americana in caso di un'azione di forza. Il 2 agosto 1990 l'esercito iracheno invase il Kuwait, annettendolo come "diciannovesima provincia". Saddam era caduto nella rete tesa da Washington. Il pretesto per smantellare la macchina bellica irachena era stato ottenuto.

L'Edificazione della Coalizione e l'Operazione Desert Shield

La reazione internazionale, contrariamente alle rassicurazioni percepite da Saddam, fu immediata e implacabile. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di George H.W. Bush, avviarono un'offensiva diplomatica senza precedenti all'interno delle Nazioni Unite, ottenendo una serie di risoluzioni di condanna che culminarono con la Risoluzione 678, la quale autorizzava l'uso della forza se l'Iraq non si fosse ritirato entro il 15 gennaio 1991. La rete tesa da Washington si era chiusa, come Bush padre aveva preventivato. 

Parallelamente, prese il via l'Operazione Desert Shield (Scudo nel Deserto). Con il pretesto di difendere l'Arabia Saudita da una potenziale avanzata irachena, gli Stati Uniti dislocarono centinaia di migliaia di soldati nella penisola arabica. Se si segue la logica di Salinger e Laurent, questo rappresentava uno dei veri obiettivi strategici a lungo termine della crisi: stabilire una presenza militare americana massiccia e permanente nel cuore pulsante del mercato petrolifero mondiale. Bush riuscì inoltre a compattare una coalizione eterogenea di 34 nazioni, Italia compresa, includendo storicamente anche diversi Paesi arabi come Egitto e Siria, uniti dal timore dell'espansionismo di Baghdad.

La Tempesta nel Deserto e il Capolavoro Tattico di Schwarzkopf

Scaduto l'ultimatum dell'ONU, il 17 gennaio 1991 iniziò l'Operazione Desert Storm. La prima fase si basò su una campagna aerea prolungata e devastante, che mise in mostra la schiacciante superiorità tecnologica statunitense attraverso l'uso di caccia stealth e munizioni a guida di precisione. Le infrastrutture di comunicazione, i centri di comando e le difese aeree irachene furono metodicamente annientati, isolando le truppe di terra e fiaccandone il morale. 

Il vero capolavoro militare si consumò tuttavia con l'offensiva terrestre, iniziata il 24 febbraio e guidata dal Generale H. Norman Schwarzkopf, figlio d’arte di colui che negli anni ‘cinquanta aveva orchestrato il colpo di stato contro Mossadek in Iran. Il comandante americano orchestrò una manovra passata alla storia come il "Gancio Sinistro" (Left Hook). Consapevole che l'esercito iracheno attendeva un assalto frontale dal sud e uno sbarco anfibio sulle coste del Kuwait, Schwarzkopf mise in atto una gigantesca operazione di inganno logistico. Mentre finte manovre navali e attacchi diversivi inchiodavano l'attenzione di Saddam Hussein sul litorale, Schwarzkopf spostò segretamente il grosso delle sue divisioni corazzate per centinaia di chilometri verso ovest, addentrandosi nel deserto saudita. Quando scattò l'offensiva, le truppe della coalizione penetrarono nel sud dell'Iraq sferrando un attacco sul fianco destro della temibile Guardia Repubblicana irachena, cogliendola completamente di sorpresa in un'area ritenuta invalicabile. Questa manovra aggirante provocò il collasso delle forze irachene in appena 100 ore di combattimenti terrestri. La ritirata si trasformò in una rotta sanguinosa, il cui emblema divenne la tragica "Autostrada della Morte", dove migliaia di soldati iracheni in fuga vennero massacrati dall'aviazione alleata. Prima di passare all’attacco di terra esamineremo la durata ed efficacia dei bombardamenti.

La campagna aerea della coalizione (la prima fase dell'Operazione Desert Storm) durò ininterrottamente per 42 giorni e 42 notti. Iniziò il 17 gennaio 1991 e si concluse di fatto il 24 febbraio, quando scattò l'offensiva di terra (che durò a sua volta solo 100 ore, fino al cessate il fuoco del 28 febbraio). In quel mese e mezzo scarso, l'aviazione americana e alleata effettuò oltre 100.000 sortite, sganciando circa 88.500 tonnellate di bombe. Fu uno dei bombardamenti più intensi e concentrati della storia militare moderna. La contraerea di Saddam Hussein combatté duramente. All'inizio del conflitto, l'Iraq possedeva un sistema di difesa aerea integrato (chiamato KARI, progettato in parte da aziende francesi) estremamente denso. Baghdad era considerata una delle città più difese al mondo, con una concentrazione di missili terra-aria (SAM) e artiglieria contraerea (AAA) superiore persino a quella di Hanoi durante la Guerra del Vietnam o di molti obiettivi in Europa Orientale. Nei primi giorni della campagna aerea, l'efficacia del fuoco iracheno a bassa e media quota fu una brutta sorpresa per la coalizione. I piloti si trovarono ad attraversare veri e propri "muri di fuoco" tracciante. La resistenza irachena fu tutt'altro che inesistente, tanto da costringere la coalizione a cambiare i piani in corsa. Inizialmente, aerei come i Tornado europei (inclusi quelli italiani e britannici) e gli A-10 americani volavano a bassissima quota per sfuggire ai radar e distruggere le piste aeroportuali. Questa tattica si rivelò quasi suicida contro l'artiglieria leggera irachena. Dopo aver perso diversi aerei nei primi giorni (tra cui il Tornado di Bellini e Cocciolone), i comandi occidentali furono costretti a ordinare ai piloti di sganciare le bombe da altitudini superiori ai 10.000 piedi (circa 3.000 metri), riducendo la precisione ma salvando i velivoli. Sul fatto che le perdite della coalizione siano state più alte di quelle dichiarate, bisogna fare una distinzione importante tra perdite umane e danni ai mezzi. I danni ai velivoli è un dato minimizzato. I numeri ufficiali parlano di circa 75 velivoli della coalizione persi in combattimento. Tuttavia, il numero di aerei gravemente danneggiati ma riusciti a rientrare alla base fu enormemente superiore. La propaganda del Pentagono (le famose conferenze stampa di Schwarzkopf) mostrava solo i video dei centri perfetti con le "bombe intelligenti", ma nascondeva accuratamente le immagini degli aerei alleati crivellati dai colpi della contraerea irachena. In questo senso, la vulnerabilità occidentale fu politicamente coperta. Per quanto riguarda le perdite umane è invece altamente improbabile che i governi occidentali abbiano nascosto un numero massiccio di soldati morti. Pertanto, il bilancio delle vittime umane alleate rimane numericamente molto basso. Si stabilì che la guerra per l'opinione pubblica televisiva, che non doveva far percepire il rischio reale corso dai piloti. 

Si stima un totale di circa 380-390 soldati morti in tutto il contingente multinazionale. Di questi, i caduti statunitensi in combattimento furono meno di 150 (e molti di essi, purtroppo, persero la vita a causa del cosiddetto "fuoco amico", ovvero colpiti per errore dai propri commilitoni). Le perdite Irachene si calcolano tra i 20.000 e i 50.000 soldati iracheni uccisi, decine di migliaia di feriti e oltre 80.000 prigionieri. A questo bilancio militare vanno sommate le decine di migliaia di civili morti sotto i bombardamenti o a causa della distruzione delle infrastrutture vitali.

L'intervento italiano nella Guerra del Golfo denominato Operazione Locusta mise spietatamente in luce la grave impreparazione delle nostre Forze Armate per un conflitto moderno fuori area. Nonostante i piloti non furono meno preparati dei loro colleghi occidentali dei caccia Tornado. Emersero carenze tecnologiche e logistiche imbarazzanti. Mancavano capacità autonome di rifornimento in volo, armamenti a guida laser e adeguate contromisure elettroniche contro la contraerea. L'abbattimento e la cattura dei piloti Bellini e Cocciolone, mostrati prigionieri in TV, furono un trauma nazionale che evidenziò l'obsolescenza di un apparato militare ancora fermo a logiche difensive da Guerra Fredda. Questa palese inefficienza costrinse l'Italia a una dolorosa presa di coscienza, innescando la successiva e necessaria modernizzazione della Difesa. Quando Il 28 febbraio 1991, Bush padre dichiarò il cessate il fuoco. Nonostante la vittoria totale sul campo, le forze della coalizione si astennero dal marciare su Baghdad per deporre Saddam Hussein. Questa decisione derivò dal calcolo geopolitico di non destabilizzare eccessivamente l'Iraq, evitando di creare un vuoto di potere che avrebbe fatalmente favorito l'egemonia dell'Iran sciita nella regione. Tuttavia, il prezzo reale di queste macchinazioni geopolitiche ricadde in modo disastroso sulla popolazione civile irachena. La tragedia si consumò su tre direttrici principali.

  1. La distruzione delle infrastrutture: La campagna aerea aveva deliberatamente colpito strutture a "doppio uso" (civile e militare), distruggendo centrali elettriche, ponti e, soprattutto, gli impianti di potabilizzazione dell'acqua. Questo causò il collasso quasi istantaneo del sistema igienico-sanitario, scatenando epidemie di colera, tifo e dissenteria che decimarono i più vulnerabili, in particolare i bambini.
  2. Il tradimento delle rivolte: Incoraggiati dai messaggi dell'amministrazione Bush che invitavano a rovesciare il regime, i Curdi (che da allora cominciarono ad inanellare una serie di tradimenti americani senza imparare nulla dalle esperienze e in altre realtà scelsero gli USA come protettrice e ne subirono il ripetuto tradimento). I curdi iracheni, (da sempre legati ad Israele) come potenza a nord e gli Sciiti a sud insorsero nel marzo del 1991. Temendo la frammentazione del Paese, Washington scelse di non intervenire. Fu persino concesso a Saddam Hussein, nei termini dell'armistizio, l'uso degli elicotteri armati, con i quali il dittatore represse le sollevazioni nel sangue, provocando decine di migliaia di morti e un esodo biblico di profughi verso i confini montuosi.
  3. L'embargo letale: Il colpo di grazia per la popolazione civile giunse con il mantenimento delle spietate sanzioni economiche dell'ONU durante tutti gli anni Novanta. L'embargo impedì all'Iraq di ricostruire le proprie infrastrutture civili e sanitarie e bloccò l'importazione di farmaci essenziali. Mentre il regime di Saddam Hussein si rafforzava internamente accentrando le poche risorse rimaste, il Paese sprofondava in una miseria assoluta, con tassi di mortalità infantile che le organizzazioni internazionali definirono catastrofici.

In conclusione, se il piano di Washington—seguendo l'ottica del dossier segreto—era quello di ridimensionare militarmente l'Iraq e affermare il proprio dominio incontrastato sul Medio Oriente, la "trappola" si rivelò un successo tattico inequivocabile. Tuttavia, l'eredità di quel trionfo militare fu la sistematica distruzione del tessuto sociale iracheno, seminando le premesse per decenni di instabilità, risentimento e nuovi, sanguinosi conflitti.

Bibliografia:

  • Atkinson, Rick. La crociata. Storia segreta della guerra del Golfo (Titolo originale: Crusade: The Untold Story of the Persian Gulf War). Milano: Mondadori, 1994.
  • Baudrillard, Jean. La guerra del Golfo non ha avuto luogo (Titolo originale: La Guerre du Golfe n'a pas eu lieu). Milano: SE, 2006 (Prima edizione italiana: 1991).

  • Cooley, John K. L'alleanza contro Babilonia. Usa, Israele e l'attacco all'Iraq (Titolo originale: An Alliance Against Babylon: The U.S., Israel, and Iraq). Milano: Elèuthera, 2005.

  • Salinger, Pierre & Laurent, Eric. Guerra del Golfo. Il dossier segreto. Milano: Sperling & Kupfer, 1991.

Sitografia

https://www.treccani.it/enciclopedia/guerre-del-golfo_(Dizionario-di-Storia)/

https://www.aeronautica.difesa.it/news/il-gen-b-a-bellini-dona-il-giubbotto-della-prigionia/

26/02/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Orazio Di Mauro

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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