Nel surreale straripare dell’orrore senza fine nella tragica vicenda, che condanna il popolo palestinese allo sterminio scientifico cui lo destinano le efferatezze combinate dello stato razzial-coloniale d’Israele e le grevi complicità dei suoi alleati, va evidenziato, per giustamente sottolinearne la preziosità e nonostante la macroscopica e scomoda minorità (anzi, proprio per questa), il lavoro di chiarificazione storica di personalità importanti del mondo culturale di quel Paese, lo sforzo militante di restituzione fedele di un contesto, che la brutale reazione ai fatti del 7 ottobre ha occultato sotto la cortina e la dismisura di un manicheismo cieco e vendicativo.
Si tratta, in realtà, di un elemento irriducibile ed eloquente di inquietudine “interna” (al Paese di Netanyahu, come al mondo ebraico nella sua generalità, che certo non manca di vistose e attive dissonanze), che contribuisce non poco alla delucidazione documentaria dell’immenso e magmatico pregresso di una vicenda, che lì come altrove la stampa allineata alle ragioni della forza bruta tende a disperdere o occultare nel gran calderone di un’inaggettivata “complessità” (di cui, da tempo e in maniera subdola, si lasciano sfumare i materialissimi termini storico-fattuali).
D’altra parte, la migliore pubblicistica degli ultimi anni, corroborata da una mobilitazione senza precedenti dell’opinione pubblica mondiale, e andando oltre la scelleratezza della violenza “finale” messa in campo dall’entità sionista, ha messo a disposizione un’inattaccabile panoplia di strumenti conoscitivi, che consentono di leggere l’intera vicenda mediorientale nella sua incontrovertibile verità. Un lavoro scomodo e controcorrente, ma dettato da un’urgenza tragica e non più differibile, che non lascia spazio a dubbi, improbabili neutralità o malintese equidistanze, anche perché l’evidenza della revanche imperialistica e dei connessi processi di scomposta ricolonizzazione in atto poco spazio lascia ormai a categorizzazioni fumose e ai pelosi distinguo delle atmosfere da talk show. Imposto, anche, oltre l'immediatezza della cronaca, dalla percezione bruciante che nella vicenda che lega e condanna i due popoli ne va, e senza indulgere alle enfasi, dei destini collettivi, sia sul piano storico-simbolico, che su quello materiale di una civiltà, che sembra incapace di pensare costruttivamente il proprio futuro, palesando, al contrario, una direttrice catastrofica inscritta nei suoi modi e ritmi di governo della realtà.
Omer Bartov [1] è una di quelle figure del dissenso, che nutrono di sofferta riflessione critica l’esame degli eventi, e inesorabilmente lavorano a storicizzare in modo puntuale e connettere la sequenza degli abominii, che si succedono da decenni nell’area, impietosamente descrivendo la via crucis palestinese senza fare sconti allo stato, cui lo lega una cittadinanza non acefala o complice – quella parte di Israele, che pure sentì e pensò se stessa come la sfida titanica a “dedurre” dall’Olocausto un nuovo, possibile, diverso anche se impervio (e contraddittorio) universalismo. Nel novembre 2023, con fulminea tempestività aveva lanciato sul “New York Times” un precocissimo e solitario allarme sul rischio di un genocidio nell’area. E nel luglio di due anni dopo, sullo stesso organo di stampa, pubblicava un testo dal titolo significativo e urticante, I’m a Genocide Scholar. I know It When I See it, che gli è valso lo stigma isterico dei compatrioti.
Correttamente rifiutandosi ad astratte simmetrie tra le parti in lotta e ovviamente alla definizione di “guerra” applicata al conflitto in corso, Bartov non tralascia, com’è ovvio, la tragedia del 7 ottobre e nell’affrontare la campagna di annientamento scatenata all’indomani dal governo di Netanyahu, per ragioni di “filologico” rigore professionale, si addentra negli automatismi antropologici, nei riflessi condizionati e nei dispositivi storico-psicologici, che hanno mosso e muovono quello stato e la sua opinione pubblica dentro la memoria del millenario tragitto, che fa degli “ebrei” una spiccata anomalia nel panorama storico, e della “centralità dell’Olocausto” (p. 100) l’apice di una vicenda di discriminazione distesa nei secoli (e tutta interna e coerente alla civiltà occidentale e alle sue patologie culturali e “religiose”). Compie dunque una doverosa storicizzazione, chiara e impeccabile sul terreno della ricostruzione degli accadimenti e dei loro riflessi nell’immaginario e nella politica, senza mai indulgere a determinismi e a coazioni a ripetere, che possano risolvere e schiacciare la questione ebraica nelle angustie, da un lato del classico vittimismo claustrofobico di una “concezione lacrimevole della storia ebraica” [2], dall’altro nell’”imbecillità” [3] di un antisemitismo volgare e adatto a usi molteplici e disonesti. Lo stesso, che i raffinati estensori del recente disegno di legge approvato dal Senato italiano (col contributo significativo di esponenti di primo piano del PD) ritengono di poter assimilare alla sacrosanta condanna politica dei comportamenti criminali dei governi di Israele, in un’operazione di smaccato e rozzo segno ideologico, rappresentativa del livello di demagogica inconsistenza della gran parte del ceto politico della Penisola.
È proprio in questo contesto che Bartov impugna e demistifica il maldestro e obliquo machiavello con il quale già nel 2016 l’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) elabora e propala il fragile sofisma logico-giuridico che equipara la critica politica e morale contro le discutibili pratiche dello stato sionista a “un’accusa di pregiudizio” antisemita, in modo da inibire e troncare alla radice qualsivoglia presa di posizione nei riguardi delle variamente calibrate ma implacabili azioni repressive del governo di Netanyahu. Per lo storico, “il nesso tra il rifiuto della decennale oppressione israeliana di milioni di palestinesi occupati e il presunto antisemitismo è una costruzione di Israele, da lì esportata in Europa e negli Stati Uniti”. E la sua formulazione, anche “frutto di uno sforzo europeo per promuovere la memoria e l’educazione sull’Olocausto” (p. 59), “si è trasformata in uno strumento per mettere a tacere ogni critica attraverso la giurisprudenza e la coercizione” (p. 60). A suo tempo avallato dal presidente americano Biden, quel “concetto di antisemitismo veicolato dalla definizione dell’IHRA si è fatto strada fino ai vertici della legislazione” USA, alla fine traducendosi nell’Antisemitism Awareness Act, dispositivo che “minaccia di imbavagliare la libertà di parola in tutto il paese” (p. 61).
Ma lo storico si immerge in una più vasta e argomentata ricognizione delle vicende della politica e dell’ethos israeliani contemporanei, sviscerando contraddizioni, aporie e coazioni a ripetere, posture implicite ed espliciti, cruenti pronunciamenti – l’imponente bagaglio mentale e consuetudinario che alimenta e struttura la parabola di un rapporto accidentato e irrisolto tra il mondo ebraico e “il resto del mondo”, che spiega le ragioni di questo accigliato risentimento verso la storia. Non dimentica o censura, insomma, tutto un pregresso, che gronda pregiudizio, discriminazione, violenza, sangue, e che ha a suo tempo reso plausibile, come “unica conclusione logica dell’Olocausto”, agli occhi della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo e di buona parte della comunità internazionale uscita dal disastro, “la creazione di uno stato ebraico come rifugio per quel che rimaneva dell’ebraismo mondiale”. (p. 110). È pertanto la sacrosanta “sindrome del <<mai più>>” (pp. 93-121), all’indomani della Seconda guerra mondiale, a ispirare un moto imperioso e disperato di reazione, che coagula sulla decisione di realizzare finalmente, e dopo il trauma della Shoah, il tanto sospirato “focolare ebraico” [4] in terra di Palestina, secondo l’ispirazione enunciata alla fine del secolo XIX dall’ungherese Theodor Herzl, nel congresso sionista di Basilea del 1897.
Tuttavia, osserva e argomenta in modo articolato, misurandosi con l’oggi e il recente passato, nel tempo “la sindrome del <<mai più>> è diventata il suo esatto contrario, ovvero la sindrome dell’<<ancora e ancora>>, nel trascorrere dalla volontà di scongiurare l’indimenticato picco di orrore alla pratica, inerziale ma non irriflessa, di una sistematica e feroce oppressione nei riguardi delle vittime occasionali o circostanziali, così malamente e capziosamente trasfigurando l’evento fondativo (e mitologico) dell’ebraismo contemporaneo nell’”enorme foglia di fico” [5], che copre qualsivoglia nefandezza, fino alla terminale “distruzione mirata e deliberata di vite e proprietà a Gaza”. Cosicché, “ormai, il conflitto (…) o meglio il dominio con vari mezzi di sette milioni di ebrei su sette milioni di palestinesi, può essere visto unicamente attraverso la lente distorta di un evento storico che ha poco a che fare con la realtà dell’occupazione e dell’oppressione” (pp. 110-111). Contro l’esemplarità dello spirito che, alla fine della Seconda guerra mondiale, aveva voluto porre un argine solenne e imprescrittibile al vertice pantoclastico hitleriano e a ogni futura, possibile pulsione genocidaria, ovunque dispiegata, non si può più negare che “lo Stato ebraico abbia agito in violazione proprio di quegli elementi del diritto umanitario internazionale formulati in risposta all’Olocausto” (p. 118), in nome di un’emergenza perenne, metafisica, e che isola da tempo quel Paese in una zona d’immaginario nutrita di piccata extraterritorialità morale, farcita di insofferenti ragioni geo-politiche e gelido realismo, ma anche di suggestioni culturali sedimentate e mitologemi, strutturati nel tempo, coltivati con sapienza politica e sapientemente fatti circolare, attentamente dosandone tempi e modi, in un abile “uso e abuso” dell’Olocausto stesso “come evento storico, memoria traumatica e monito per le generazioni future” (p. 94).
Cosicché, Israele si è ormai stabilmente configurato, dopo il 7 ottobre assorbendo e integrando anche sacche di dissenso laico e di sinistra [6], in una “comunità mistico-biologica nazionale” [7] – rinserrata in se stessa, stregata da un vertiginoso e autistico riflusso nei labirinti identitari, in una logica brutalmente polare e binaria, che non contempla più (neanche come finzione prudenziale, come pure è parso nel passato) gli strumenti della negoziazione e della mediazione, reagendo all’assillo esistenziale della percezione di stato d’assedio col risolversi alla fine alla guerra di sterminio, appena possibile perseguita attingendo a tutto l’arsenale mitico a disposizione, a tutta la carica di risentimento coltivata nel tempo, alla fine messa freddamente in forma e perseguita con ferocia criminale. Per ovvie ragioni impastoiato più di altri nell’”enorme artificiosità originaria del discorso nazionale“ [8] lo stato sionista, per Bartov comunque nato dall’”appello all’umanitarismo, alla tolleranza, allo Stato di diritto e alla protezione delle minoranze, che aveva caratterizzato a suo giudizio l’avvio all’autoemancipazione ebraica”, ha poi progressivamente acquisito tutti i tratti degli etnonazionalismi implacabili e sempre più razzisti dai quali proprio il sionismo intendeva liberare gli ebrei d’Europa” (p. 4).
Asse della ricognizione dello storico, il ripercorrimento del travaglio politico, giuridico e morale, che ha accompagnato dalla “guerra d’indipendenza” del 1948 (la “Nakba” palestinese) in poi le scelte delle classi dirigenti israeliane, (a cominciare assai significativamente dal “padre della patria” Ben Gurion…) rivelandone la trama di retropensieri e dispositivi coattivi, che hanno costituito il filo rosso dell’invenzione dello Stato e della materiale, disinvolta gestione del suo territorio e dei suoi abitanti – la messa a fuoco del differimento sistematico della formalizzazione di una “rigida” Carta fondativa dello Stato, che lasciasse margini amplissimi ad una “flessibile” definizione “in progress” dei futuri confini dello Stato stesso, cioè dei rapporti con le realtà circostanti, ma anche con le corpose e spossessate residualità arabo-palestinesi all’interno. Per i partiti religiosi, oggi stabilmente egemoni, infatti, la contrarietà ad una Costituzione scritta (che Israele tuttora non possiede) si radicava nel fatto che “la legge biblica era più che sufficiente come carta costituzionale per lo Stato ebraico” (p. 156). Ed essa, evocata come autenticazione del Patto originario con la divinità, rimanda(va) al miraggio risarcitorio e destinale di una mitica Eretz Israel (area regionale estesa dal Nilo all’Eufrate) priva di confini e fluttuante, perciò stesso disponibile a qualsivoglia avventura territoriale, nel vuoto pneumatico di un’esaltata visione millenaristica, che ha ridotto il “vicino” palestinese a ingombro, a res nullius – infine, ad “animale umano” (nelle parole dell’ex Ministro della difesa Yoav Gallant) macellato in impassibili e compiaciuti parossismi genocidari, nell’”inusitata devastazione in atto nella Striscia” (p. 199). Ma che ha, anche, nei suoi esiti e corollari, maligni ma niente affatto paradossali, scavato l’abisso che divide irreparabilmente quella società, nella sua stragrande maggioranza fattasi implosiva e indifferente [10], dal resto del consorzio umano.
Mentre vivacchia e si estenua all’ombra di un Occidente, del quale rappresenta la sismografica epitome morale e la testa di ponte coloniale in partibus infidelium, un Israele radicalizzato nella cancellazione programmatica dell’altro-da-sé e curvo su un’ abbagliante direttrice suicida, sta liquidando il capitale di simpatia e solidarietà che, in vario modo, era qua e là riuscito a conquistarsi in pezzi dell'opinione mondiale (oltre la delittuosa correità delle élite “bianche”). Ed è per questo che suonano amaramente velleitarie, anche se eticamente plausibili, la speranza e la “promessa” (p. 190) “confederali”, che Bartov, in un elenco/disamina delle congetture elaborate riguardo a una soluzione territoriale possibile, affida alle ultime pagine del suo volume, nell’immaginare che in un indefinito futuro, meno incandescente, se non pacificato, “altre ipotesi di coesistenza” (p. 222) possano intervenire a sanare la ferita che va fatalmente suppurando in quella tormentata area geografica. Si fa fatica a credere che, nei decenni a venire, da essa possa sortire il miracolo di una convivenza che sormonti la semina d’odio, che l’occupazione coloniale ha generosamente dispensato. E che il tacitiano deserto inflitto ai paria della regione mediorientale si possa partorire i fervori aurorali di una palingenesi comune e di una convivenza riconciliata.
Note
[1] Dello stesso autore sono conosciuti e apprezzati, in lingua italiana, L’esercito di Hitler. Soldati nazisti e guerra nel Terzo Reich, Swan, 1997 e Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra 1941-1945, Bologna, il Mulino, 2003 (ed. or. 1985).
[2] Nelle parole dello storico polacco Salo Wittmayer Baron (1895-1989), citato da Bartov a pag. 83 del testo.
[3] Rimandiamo qui all’efficace e icastica formula di August Bebel (ampiamente condivisa e ripresa da Lenin) del “socialismo degli imbecilli”, che il leader della socialdemocrazia tedesca riservò a quei settori della sinistra del tempo (siamo alla fine del secolo XIX e soprattutto in Francia) che non rifuggivano dalla tentazione di sovrapporre alla critica anti-capitalistica uno sbrigativo, mistificante e sommario pregiudizio anti-ebraico. Cfr. Michele Battini, Il socialismo degli imbecilli: propaganda, falsificazione, persecuzione degli ebrei (Torino, Bollati Boringhieri, 2010).
[4] Ricordiamo che l’espressione compare per la prima volta (e nel momento più difficile della Prima guerra mondiale per i paesi dell’Intesa, il 2 novembre 1917), nella “Dichiarazione Balfour”, documento redatto dall’allora Ministro degli Esteri britannico e indirizzato a Lionel Walter Rothschild, esponente di primo piano della comunità ebraica inglese e riferimento del movimento sionista.
[5] “… il cui deplorevole effetto è stato quello di combinare l’autovittimismo e l’autocommiserazione con il perbenismo, l’arroganza e l’euforia del potere, un’equazione in cui un membro serviva a giustificare l’altro” (pag. 111).
[6] Sconcertante ma sintomatica la riscoperta durezza di ex-appartenenti a gruppi progressisti e di sinistra di Israele, la cui reazione nel tempo ai fatti del 7 ottobre descrive una società tutta ripiegata su se stessa e irretita in una logica da Union Sacrée produttiva di indifferenza e cinismo, di “silenzio assoluto sull’uccisione di migliaia di bambini palestinesi” (p. 136). “L’immaginazione israeliana è rimasta saldamente incentrata sul massacro del 7 ottobre e sul suo legame inesistente con l’Olocausto, mentre gli orrori inflitti a Gaza sono stati letteralmente censurati dai media… “ (p. 137).
[7] Cfr. Luigi Zoja, Narrare l’Italia. Dal vertice del mondo al Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 2024, pag. 215.
[8] Zoja, cit., pag. 180.
[9] Ihra
[10] “L’opinione pubblica ebraica [di Israele, NdR] appare in gran parte indifferente alle uccisioni di massa a Gaza, comprese quelle di donne e bambini”, nelle parole dello storico di destra Benny Morris, che la descrive come “altrettanto apatica nei confronti dei palestinesi che pativano la fame in Cisgiordania […] e delle violente vessazioni che i palestinesi subivano […] quando sono stati uccisi per mano dei coloni”. Non senza rimarcane “<<la disumanizzazione>> che <<appare evidente ogni giorno, come risulta dalle testimonianze dei soldati”, pag. 201.
