Recensione de “Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana” di Elena Testi

Comprendere la sanguinosa deriva della società israeliana significa, in buona parte, entrare nella realtà di formazioni e figure che, storicamente, ne condizionano le sorti secondo logiche suprematiste e verso un esito genocida. La secca traduzione politica dell’ossessione messianica si salda poi a meschine pratiche di potere: potenziandosi reciprocamente esse contribuiscono a indirizzare le politiche dello Stato sionista verso una “soluzione finale” cieca e alla fine auto-distruttiva.


Recensione de “Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana” di Elena Testi

L’enormità epocale della campagna di sterminio condotta dallo stato di Israele contro quel che resta della popolazione palestinese, con le sue implicazioni macrostoriche e “destinali”, con l’impeto selvaggio in essa dispiegato e la radicalità degli esiti prefigurabili, può anche produrre l’effetto di sfocare in uno sfondo indistinto o dissolvere le tante materialissime dramatis personae che vi hanno interpretato e interpretano ruoli più o meno decisivi, schiacciandole sulla dismisura abbagliante della contingenza e a esse sottraendo l’intima rilevanza “operativa” dispiegata nel tempo. Così, esse vi compaiono spesso come comparse o attori dileguanti, irretiti e travolti dal più vasto turbinare di incontenibili eventi di maggiore momento, deprivati di quel pregresso individuale e di quella relativa, irriducibile “profondità” temporale che, pure, risulterebbero di fondamentale utilità per comprendere in modo più congruo i termini storici reali dell’immane tragedia odierna. Nel caso della calamità di lungo periodo che si abbatte sul Medio Oriente e che ha nei fatti brutali del 7 ottobre 2023 un punto di svolta e l’abbrivo di un impressionante e barbarico incrudelimento, insomma, un esame documentale più approfondito e circostanziato di figure come quelle cui si alludeva consente di meglio dimensionare tappe, fasi e scansioni di una (ormai) lunga durata, dislocandola temporalmente e precisandone volti, responsabilità storiche, influenze e specifiche posture politico-operative.

I nomi più rappresentativi della sciagura israelo-palestinese (poiché è chiaro che l’ombra cupa della tragedia storica investe, sia pure in misura e tempi differenti, entrambe le realtà) sono certo quelli che ci accompagnano da decenni e uno scavo storico non superficiale saprebbe e dovrebbe mettere in fila le icone che si succedono, da una parte e dall’altra, nei e dai drammatici episodi fondativi: la Nakba del 1948 (il cui asimmetrico ricordo catastrofico struttura le memorie comuni e scolpisce esemplarmente la percezione dei due popoli, ciascuno per la sua parte vittima delle ignominie seminate nei secoli dalla tracotanza occidentale), e la Guerra dei Sei giorni (1967), che fissò e irrigidì, anche simbolicamente, gli esiti di un cruento attrito dalle molteplici dimensioni territoriali, geo-politiche, morali e psico-antropologiche e che oggi raggiunge l’incandescenza di un disastroso punto di non ritorno. Ma sono soprattutto quelli che connotano, in esibita e arrogante posizione “vincente”, la cronaca odierna, con i loro tratti malvagi e l’esasperazione ideologica di un’evocazione sterminista insofferente e pantoclastica – un piano inclinato dell’orrore, quasi l’inerziale e demoniaco impulso a un’irriflessa cancellazione integrale, cosmica dell’Altro. Qualcosa che la storia umana sente oscuramente di aver già vissuto e patito, ma con l’imponente valore aggiunto della sproporzione moderna tra il livello complessivo di civiltà conseguito (e a ogni piè sospinto orgogliosamente rivendicato) e gli abissi di terribilità di cui tutti percepiamo la sinistra, inquietante immanenza sui destini collettivi. E dentro il paradosso bruciante, che i soggetti lì consapevolmente e realmente agenti, gli attori politici reali, portano dentro, irrisolta (ma anche rozzamente governata e brandita) le contraddizioni di una memoria mostruosa di rovina totale subita e l’umanissima, radicale incapacità culturale e morale di convertirla in altro che non sia l’infelice coazione a ripetere e a “spostare” furiosamente sulle alterità più prossime (e fragili) il peso insostenibile di quella stessa memoria (gestita con disinvoltura a geometria variabile secondo le opportunità tattiche e in una disposizione tutta sadicamente “naturalistica” e darwiniana). Il tutto, nella percezione e nella certezza storiografica dell’osservatore esterno che, ancora una volta, e assai ironicamente, la banalità del male [1] si lasci vividamente rappresentare da individui, la cui maschera eccessiva e luciferina è solo l’auto-rappresentazione “ispirata” di un egoismo ottuso e primordiale, alimentato ad arte da concrezioni mitologiche del tutto prive di credibilità razionale, tuttavia capaci di motivare sentimentalmente e sostenere un progetto politico drammaticamente concreto e operante, strutturato e dotato di una sua micidiale coerenza.

Stiamo ovviamente parlando di “pezzi” decisivi della vita politica recente dello Stato di Israele, di cui la cronaca ordinaria da alcuni anni ormai ci consegna il ghigno allucinato e lo sguaiato accanimento e che l’impressionante mole di dati offerta in agile tessitura narrativa da Elena Testi (giornalista de La7, al riguardo si direbbe non precisamente allineata alle idee del Direttore di Rete, pure comparente nella pagina dei ringraziamenti) propone in una ricognizione unica e illuminante, che concentra ed espone informazioni essenziali, per ricostruire ed esplicitare i percorsi politici ed esistenziali della surriscaldata nomenklatura che attende all’iperbole demolitiva anti-palestinese, seguita bensì (e formalmente consacrata) agli eventi del 7 ottobre 2023, ma ben riconoscibile nel suo estenuato “effetto-valanga” temporale, vero e proprio cursus honorum della sopraffazione e della malvagità del più forte. Si tratta di un crudo e sobrio ma vasto ed esauriente contrappunto cronistorico e biografico, che fa sfilare davanti agli occhi una galleria di personaggi in perenne e dialettico rapporto con il messianismo sionista prima di tutto delle origini, quindi con le specifiche emergenze e le problematiche che lo stato fondato dall’avventuriero Ben Gurion nel 1948 si trova ad affrontare dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dunque una specifica e inconfondibile area politico-ideologica, vistosamente cresciuta nel tempo e in violenta antitesi alle ipotesi canoniche riguardanti la classica formula (ampiamente rivelatasi consolatoria e dilatoria) dei “due popoli, due stati”, che ha assorbito l’inconcludente dibattito tra le forze politiche di Israele, come quello di un impotente, a vari livelli connivente, foro internazionale [2]. Personaggi e formazioni cresciuti all’ombra del famigerato rabbino newyorkese Meir Kahane (il “Santo”, nelle parole dell’”erede” e attuale Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, “l’uomo dell’odio per il popolo arabo, definito ‘il cancro di Israele’”, p. 101) e rodate nel solco di un inflessibile rifiuto di qualsivoglia forma di dialogo con la controparte, cui mai è stato riconosciuto uno statuto interlocutorio minimale. Anzi, gravata dello stigma biologistico (a suo tempo disinvoltamente ripreso e riaccreditato dall’ex Ministro della difesa, il “più moderato” Yoav Gallant, membro del Likud) dell’animalità, del disconoscimento “specifico”, che contrassegna storicamente il rapporto tra colonizzato e colonizzatore [3].

Un’imprescindibile genealogia dell’estremismo ebraico in Palestina, infatti, vede come figura indiscussa e fondativa quella dell’inflessibile profeta del millenarismo ebraico [4], da cui si dipartono molti dei “rami” di un pensiero e di una prassi implacabile dell’esclusione, che “deduce” dall’esperienza della Shoah [5] la tragica ma ebbra e fatale conferma di un’eccezionalità: sublimata e convertita in diritto riconosciuto divinamente in un patto privilegiato, essa si fa confortevole e mistico mitologema metastorico e dunque assunto non negoziabile con le formazioni mondane e in vittimistica, risentita tensione perenne con il mondo storico.

Scorrono in tal modo nel libro di Elena Testi i quadri viventi del sionismo estremo, quello che fa violentemente mostra di dover sormontare qualsivoglia mediazione in nome della Eretz Israel, la vasta area mediorientale che coincide col massimo dell’estensione concettuale possibile, valicando abbondantemente gli attuali confini e serenamente irridendo la vetusta “Linea Verde” [6] per estendersi in modo indefinito nell’onnidirezionale vuoto pneumatico fantasticato dalla volontà di potenza della “nazione di leoni” (p. 344) [7]. Quello militante, che è iconicamente drammatizzato dalla punta di lancia dell’ideologia, i Settlers [8], i lungamente vezzeggiati coloni della Cisgiordania, “i ragazzi delle colline” coi riccioli, la kippah all’uncinetto e il kalashnikov, che hanno da tempo perso ogni freno con la palmare complicità di governi ed esercito - l’interminabile, odiosa e impunita teoria delle provocazioni sistematiche e proditorie che la Rete mostra, il vigliacco e perpetuo affondo fisico e psicologico ai danni dei palestinesi di Cisgiordania (il vero snodo della questione). Quello che fisicamente impone (in una coi governi israeliani) la scaltra e invasiva strategia degli insediamenti [9], la pratica brutale del fait accompli. Quello lobbistico in dialettica “circolare” e biunivoca coi politici della destra di governo, che mentre ne attingono il necessario consenso, anche ne coltivano ed esasperano le aspettative di sostituzione etnica integrale e terminale, rosicchiando la “groviera” (p. 336) di una West Bank ridotta al lumicino, ma in attesa di evaporare per far posto al cantiere destinale dello stato halachico [10]. È a quest’area che il capostipite newyorkese indirizza l’esortazione a liberarsi dello “spettro” del senso di colpa, delle timidezze operative (frutto anche dei pretesi indecisionismi dei governi laburisti e della logica dei “kibbutzim della sinistra”, p. 126) che avrebbero sinora inibito la virile risolutezza conclusiva di un’operazione di “pulizia” integrale, quale quella richiesta dalla “ragione sublime” (p. 125): la riconquista della “patria ancestrale” (p. 344) e la cancellazione integrale dell’eccedenza araba, della res nullius palestinese. Solennemente Kahane proclama infatti che, “la terra ci appartiene perché il Dio di Israele, Creatore e detentore del titolo di tutte le terre, ce l’ha data”, e certo non deve ostare la presenza contingente degli “intrusi arabi”, della “cosa” chiamata “popolo palestinese”. Ad esso si concede benignamente che rifluisca in una delle tante (troppe?) nazioni arabe della regione: “Lascia che vivano in pace in quelle” [11].

Su questo sfondo politico-umorale cresce e prolifera la malapianta di un arroventato radicalismo sionista che porta contingentemente i nomi tristemente noti di Itamar Ben Gvir, Bezalel Smotrich, ma che contempla tutta una folta serie di figure e accadimenti meno noti all’opinione internazionale, che Elena Testi restituisce in un vero, utile profluvio “puntinistico” di dati e informazioni, consentendoci di integrare il quadro degli eventi e di meglio interpretare l’efferato prolasso nazistoide della società israeliana, ormai a rimorchio della sua sentina più retriva. E non sono nomi neutri, o pigre figure di gregari incolori – in uno strutturale gioco di sponda con l’alleato nord-americano, esse descrivono la ferrea e doviziosamente oliata saldatura tra l’establishement d’Oltreoceano, la ramificata e potente lobby israelo-sionista [12], il mondo politico della potenza mediorientale (del quale la “punta d’iceberg” di Benyamin Netanyahu è solo il più esposto dei volti rappresentativi) e la compiaciuta militanza omicida – vuoi dello scomposto istinto distruttivo dei coloni [13], vuoi della soldataglia dell’Idf, precipitati in un abisso di ignominia, e la cui strada è lastricata di orrori. Orizzonte comune, quello di una burocratica chiusura della “pratica” aperta tra il 1896 e il 1897 da Theodor Herzl [14] e dal Primo Congresso sionista mondiale: al tradizionale stigma anti-giudaico (durante l'Affaire Dreyfus e ben prima della Shoah) si pensò, in tempi di imperialismo, colonialismo e acceso nazionalismo trionfanti (gravidi degli umori bellici che sarebbero deflagrati nella Prima guerra mondiale), si ritenne di rimediare una volta per tutte progettando la fondazione di un “focolare” che trasformasse un’erratica comunità religiosa in nazione, territorialmente ed etnicamente e definita e circoscritta: un capolavoro di scelleratezza, sul medio-lungo periodo, ma in linea con l’idea “bianca” di una disponibilità incondizionata della Terra ai giochi (e ai profitti) delle civiltà “avanzate”. Ad essa avrebbe fatto seguito la famigerata Dichiarazione Balfour (dal nome del Ministro degli Esteri britannico, 1917), che disinvoltamente giocava su due tavoli, negoziando in parallelo con arabi ed ebrei, a entrambi promettendo il medesimo territorio in cambio dell’aiuto contro l’Impero ottomano.

Cosicché più di tutto circola nel lavoro di Testi la plumbea e granitica certezza, esplicitata, formalizzata, attivamente perseguita, realisticamente affiorante dallo sviluppo degli eventi che l’ingenua (o ipocrita) aspettativa di un’equa distribuzione possibile della terra, un giorno, in quella tormentata regione, è da tempo in realtà relegata agli innocenti sospiri delle anime belle progressiste, mentre si consuma l’ennesima mattanza, diretta e differita, che vede protagonista immediato il velenoso cuculo sionista – indiretto e più o meno defilato, l’impostura e la falsa coscienza europea e occidentale, che sente obliquamente quello stato come controfigura della propria, interna maledizione storica, e cura i propri sensi di colpa attingendo a una vicinanza a Israele dai molteplici risvolti criminali.

Si fa interprete di questa cruda e generale temperie e dello stato delle cose, come dell’esito sterminista all’orizzonte, il ruvido realismo del raggelante documento (pagg. 262-288), che il Ministro delle Finanze di Israele Bezalel Smotrich (anch’egli emanazione diretta del mondo degli insediamenti) affida al saggio programmatico seccamente intitolato “Una sola speranza”. In esso, con distacco tutto politico, egli chiarisce e motiva l’insussistenza non solo teologica e l’irrealismo del “modello dei due stati” (p. 262) e la radicale incompatibilità delle “due ambizioni” (passim) nazionali. Il suo “Piano” per il futuro della Regione, freddamente valutate tutte le opzioni sul terreno, e lamentati in modo argomentato l’inadeguatezza e il logorio della tradizionale “gestione” dello scontro (“Siamo condannati a un ciclo infinito di spargimento di sangue”), altro non prevede che la vittoria totale sul nemico e il completamento dell’occupazione delle aree palestinesi. Dunque, “non più gestire il conflitto in corso a vari livelli di intensità, ma vincerlo e porvi fine; non più vagare offrendo soluzioni cosmetiche che inseguono le zanzare, ma prosciugare la palude, affrontando le radici del conflitto e garantendone una fine rapida” (p. 265). Passando naturalmente per le “code” dileguanti dell’evanescente ectoplasma cisgiordano (per i sionisti il “cuore biblico” di Giudea e Samaria, p. 21), alla fine, “la vittoria attraverso l’insediamento imprimerà nella coscienza degli arabi e del mondo la comprensione che uno stato arabo non sorgerà mai in questa terra” (p. 266).

Suonano a morto le campane per il popolo di Palestina. Ma anche per una comunità internazionale, che ai vari livelli di attenzione e responsabilità si è rivelata tiepida o incapace di spezzare l’incantamento nichilista dell’autistico “stato degli Ebrei”. Il Sansone sionista, per la sua parte, mentre accumula macerie, sotto le quali seppellisce i sotto-uomini arabi [15], scambiando la pace per il classico deserto tacitiano, liquida definitivamente quei pochi avanzi di capitale di comprensione e indulgenza (ormai eroso anche negli Usa), che la vicenda storica novecentesca gli aveva procurato. La mistica “Redenzione” (p. 106) intravista dal visionario profeta Meir Kahane costerà assai cara, al Popolo di Dio.

Note:

[1] Usiamo non a caso il titolo dell’opera di Hanna Arendt (che si completa con “Eichmann a Gerusalemme”, Milano, Feltrinelli, 2019), anche per ricordare lo stigma, di cui la filosofa ha goduto presso l’opinione pubblica sionista.

[2] Facciamo qui riferimento solo alla 194 dell’11 dicembre 1948, che stabilì il diritto al ritorno e alla restituzione dei beni per i rifugiati palestinesi, insieme alla protezione internazionale dei luoghi santi; alla 242 (adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 22 novembre 1967, dopo la Guerra dei Sei giorni, che stabilisce il principio “terra in cambio di pace” e richiede il ritiro israeliano dai territori occupati e il riconoscimento del diritto di ogni Stato a vivere in pace entro confini sicuri. Segnaliamo infine la Risoluzione 67/19 con la quale l’Assemblea Generale dell’ONU del 2012 ha confermato il diritto all’autodeterminazione dello “Stato osservatore “di Palestina.

[3] Cfr. Domenico Losurdo, Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, Roma-Bari, Laterza, 2007, passim.

[4] Nato A Brooklin nel 1932 e assassinato a New York nel 1990, fondatore dell’americana Jewish Defense League e del partito Kach in Israele Kahane “predicava la separazione totale tra ebrei e arabi, l’espulsione dei palestinesi e il divieto assoluto di matrimoni misti”, pag. 367.

[5] “Il motto è ‘Never Again’. (…) Gli ebrei sono morti in Germania senza combattere. Non deve succedere più”, pag. 83.

[6] Venne così chiamata la linea di demarcazione del 1949 con gli stati confinanti, risalente agli esiti di quella che Israele definisce”guerra di indipendenza”.

[7] “Se le chiedi quali sono i confini di Israele, lei risponde con candore: ‘Dall’Eufrate al fiume d’Egitto e dal mare al Giordano o comunque ovunque gli ebrei mettono piede’, nelle parole della passionaria sionista Daniella Weiss (‘La nonna dei coloni’, p. 341) a proposito della Grande Israele (p. 170).

[8] Si richiama qui la significativa censura del termine “coloni” (Settlers, appunto) da parte di Enrico Mentana durante il Tg7 della sera del 24 marzo 2025. Con qualche comprensibile impaccio il conduttore parla di “quelle persone israeliane che in Cisgiordania vivono i loro insediamenti come una vita di confine armato (…)”, a proposito del pestaggio di Hamdam Ballal, il regista Premio Oscar di No Other Land.

[9] In Cisgiordania “I palestinesi conoscono lo schema degli estremisti. È sempre lo stesso: un avamposto di coloni si stabilisce nelle vicinanze. Iniziano le aggressioni, che si intensificano nei mesi a seguire. I coloni entrano ripetutamente nel villaggio che prendono di mira. Sequestrano terreni agricoli e, se necessario, danneggiano gli impianti idrici. Quando la tensione è alta, chiedono l’intervento dell’esercito e della polizia”, pag. 328. “Il meccanismo era quello sperimentato a Kedumin: piantare una tenda, poi spostarsi in una base militare o farne costruire una per motivi di sicurezza. Infine aspettare l’approvazione del governo israeliano”, pag. 174.

[10] Da “Halakhah”, termine che definisce e circoscrive l’insieme della legge religiosa ebraica nelle sue versioni teorica e normativa. Cfr. Francesco Lucrezi, 613. Appunti di diritto ebraico, Torino, Giappichelli, 2015.

[11] Davvero impressionante e meritevole di lettura diretta la citazione integrale dell’articolo pubblicato sul New York Times nel 1977 da Kahane, che l’Autrice trascrive integralmente alle pagg. 125, 126, 127.

[12] Ci si riferisce qui all’AIPAC, (American Israel Public Affairs Committee), la più influente lobby sionista operante negli Usa a favore delle politiche dello stato di Netanyahu.

[13] “Escursionisti”, nelle parole del corrispondente del Tg1 e del Tg2 Giovan Battista Brunori dopo l’ennesima provocazione omicida dei Settlers. Cfr. Il Fatto Quotidiano del 26 luglio 2026.

[14] Insieme al sociologo ungherese Max Nordau, fondatore del movimento che avrebbe ispirato il “ritorno” alla Terra delle Origini.

[15] Poiché “L’unico arabo buono è un arabo morto”, “ogni volta che un arabo alza la testa, tagliala” (p. 112). In fondo, e a rigore (dottrinale), “il comandamento ‘non uccidere’ vale solo verso gli ebrei. Questo è quello che disse Mosè!” (p. 50).

30/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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