Recensione al libro di Marco A. Pirrone Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo (PM Edizioni, Varazze 2025)

Sono stati pubblicati tanti libri sui migranti, che stanno assumendo il ruolo degli ebrei nei regimi fascio-nazisti: capri espiatori del malcontento generale, generato dalle politiche antipopolari e bellicistice degli ultimi decenni. Nel suo scritto Pirrone, più preciso ed esaustivo, ci fa comprendere le ragioni di questa utilizzazione propagandistica, esaminando nel dettaglio la condizione attuale del migrante.


Recensione al libro di Marco A. Pirrone Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo (PM Edizioni, Varazze 2025)

A differenza di quanto ci vogliono far credere la migrazione costituisce  una condizione strutturale e costitutiva del capitalismo, e non un’emergenza. Sin dalle sue origini il capitale ha avuto bisogno ed ha tuttora bisogno di produrre continuamente forza lavoro "libera", mobile e disponibile allo sfruttamento, in particolare in questo momento storico che registra il fenomeno della straordinaria crisi demografica dei paesi un tempo definiti sviluppati, ma ormai in un lento rallentamento della crescita sempre più evidente.

Stabilito questo importante punto di partenza, Pirrone considera la "guerra ai migranti" un dispositivo funzionale, non un’ideologia spontanea emergente tra le masse derelitte e marginalizzate, che si trovano a convivere, spesso in conflitto, con gli “altri” nei quartieri più periferici e degradati delle megalopoli contemporanee. Ideologia che da sinistra bisognerebbe in qualche modo comprendere e giustificare. Ne consegue che le politiche securitarie, la retorica dell'invasione e la criminalizzazione dei migranti non sono errori percettivi né semplici risposte alle paure sociali; si tratta, invece, di dispositivi politici che producono attivamente e volutamente precarietà giuridica e ricattabilità lavorativa, funzionali all'accumulazione capitalistica, il cui tasso di profitto è da decenni in discesa.

In tale contesto lo Stato opera come agente attivo, non come un regolatore neutro, al di sopra delle parti, che ha per obiettivo il bene comune e l’integrazione del migrante, non limitandosi semplicemente a gestire i flussi migratori: li produce, li seleziona e li gerarchizza. La "clandestinità" e l'"irregolarità" non sono condizioni naturali o fallimenti amministrativi, prodotti dal caso, ma costruzioni giuridico-politiche deliberate e assurte allo status di leggi che trasformano la mobilità in subordinazione.

Secondo l’autore il meccanismo centrale con il quale si affronta il cosiddetto problema della migrazione, provocato dalla secolare spoliazione del Sud globale da parte delle potenze coloniali, è rappresentato dall’inclusione differenziale, mediante il quale i migranti vengono inclusi nel sistema delle relazioni sociali in forma subordinata nell'ordine salariale. Questa inclusione differenziale — formalmente libera ma materialmente servile — è il meccanismo attraverso cui il capitale estrae plusvalore, massimizzando la ricattabilità della forza lavoro e tenendo conto che non può trattare gli autoctoni allo stesso modo. Tuttavia, questi ultimi si sentono minacciati dalla condizione dei migranti, convinti che prima o poi lo stesso trattamento sarà riservato anche a loro, finendo con l’aderire alle politiche razziste della destra fascista basata sul culto dell’identità nazionale e magari sul predominio della religione cattolica. D’altra parte, nonostante la distruttiva politica delle tutele del lavoro degli ultimi decenni, un certo rispetto per gli sfruttati locali deve esser mantenuto, altrimenti i capitalisti occidentali perderebbero le masse di manovra dei loro partiti di riferimento.

In questa prospettiva il nuovo razzismo costituisce un dispositivo strutturale, non un residuo ideologico impiegato dall’imperialismo aggressivo del XIX e XX secolo per fondare il dominio interno sulle masse irregimentate nei processi di espansione coloniale allo scopo di sottomettere o sterminare quei popoli, che occupavano quei territori destinati ad essere incorporati dagli aggressori nello “spazio vitale” necessario allo sviluppo della loro potenza. Pertanto, oggi il razzismo non è solo un'ideologia persistente per inerzia culturale, riemergente quando i potenti non trovano altri espedienti per giustificare la loro permanenza al potere, ma uno strumento organico del capitalismo contemporaneo: naturalizza le gerarchie, legittima lo sfruttamento differenziale, segmenta la classe lavoratrice e disciplina anche il lavoro autoctono attraverso la comparazione con quello migrante. Tenendo conto di queste sue funzioni, per impedire il sorgere di conflitti tra lavoratori autoctoni e lavoratori migranti, i sindacati dovrebbero lavorare per l’integrazione dei primi, facendo loro conoscere i loro diritti, sostenendoli nelle inevitabili controversie e agevolando il loro inserimento nel generale movimento operaio.

Pirrone osserva anche che la flessibilità del lavoro costituisce un carattere originario del capitalismo, non un’innovazione post-fordista. Il neoliberismo non ha inventato la precarietà e la flessibilità, basta pensare al lavoro a cottimo o al lavoro delle donne a domicilio. Il neoliberismo le ha generalizzate e normalizzate, facendo del lavoro migrante la forma paradigmatica contemporanea. Tante solo le forme contrattuali approvate negli ultimi decenni che risulta assai difficile sapere quanti sono oggi i precari in Italia; per l’ISTAT i precari sarebbero 2 milioni e 500.000 mila, ma poi ci sono i giovani in maggioranza con contratti effimeri o in nero.

Altro aspetto fondamentale individuato dall’autore è che il colonialismo e il capitalismo costituiscono un processo unitario, come del resto si ricava dal capitolo sull’accumulazione originaria del libro primo del Capitale. Senza colonialismo, ora nelle sue forme più aggiornate, non può darsi capitalismo; si tratta di una condizione strutturale permanente che si riproduce oggi attraverso il land grabbing, l’estrattivismo, l’aggiustamento strutturale e le nuove forme di espropriazione. Le migrazioni contemporanee derivano direttamente dalle varie fasi di sfruttamento coloniale, anche interno come nel caso dell’Italia meridionale.

Accanto a coloro che riescono a migrare sperando di migliorare le loro condizioni di vita, ci sono coloro che sono costretti, invece, a restare nei loro paesi di origine, anch’essi integrati nell’economia capitalistica, lavorando sottopagati per una qualche multinazionale che depreda e mette in circolazione le risorse del luogo estratte a basso costo. In questo caso si tratta di mobilità forzata.

Come è noto, la politica anti-migranti si basa sulla retorica dell'"invasione", anch’essa una costruzione politica deliberata che i dati smontano sistematicamente. La quota dei migranti internazionali sulla popolazione mondiale è stabile (2,5-3,7%), la migrazione irregolare è marginale rispetto a quella regolare, la maggior parte dei rifugiati resta nei paesi limitrofi. Ovviamente la sovrarappresentazione mediatica dell'"emergenza" è funzionale alla produzione di consenso tra i lavoratori locali per le politiche securitarie, che innescano a tutti i livelli la repressione.

In conclusione, secondo Pirrone i migranti non dovrebbero essere considerati vittime passive o semplici ingranaggi dell'accumulazione; deve essere messo in risalto il loro ruolo di soggetto politico, la cui mobilità porta con sé una domanda di libertà che eccede i dispositivi di controllo. Questa eccedenza è precisamente ciò che il capitale teme e cerca di neutralizzare attraverso la criminalizzazione.

La risposta a tale dinamica repressiva sta nella necessità di sviluppare un universalismo non assimilazionista, che costituisce l'alternativa politica al particolarismo identitario, su cui insiste soprattutto la destra, e all'universalismo astratto di matrice borghese, che ha storicamente funzionato come copertura del dominio capitalistico. Il punto di arrivo dovrebbe essere un universalismo fondato sull'uguaglianza materiale e sulla dignità, che riconosca le differenze senza gerarchizzarle, ancorato all'emancipazione economica come condizione primaria di possibilità di liberazione e di riscatto sociale.

07/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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