Classe, Stato e Nazione. Che fare?

Le classi sfruttate dei paesi del “Nord” devono allearsi con gli sfruttati di tutto il mondo e combattere i rispettivi imperialismi


Classe, Stato e Nazione. Che fare? Credits: https://www.flickr.com/photos/lehnin78/11654364005/in/photostream/

Su gentile concessione dell’Autore, traduciamo il contributo di Alan Freeman alla 14ª conferenza annuale dell’Associazione Mondiale per la politica economica del 19 Luglio 2019.

Il titolo della conferenza è “Class, State and Nation”. Il mio titolo è “Che fare?”, rubato a Lenin, ma in un momento storico come questo è la questione cruciale.

Mi chiedo cosa dovrebbero fare le classi lavoratrici, che dovrebbero fare le nazioni e che dovrebbero fare gli Stati. Queste sono domande appropriate: la risposta dipende da ciò che riteniamo sia buono. Un fascista vorrà eliminare le etnie inferiori, mentre un neoliberale vorrà rimuovere ogni intralcio all’arricchimento individuale. Io desidero l'uguaglianza, la giustizia, la libertà dal terrore e il pieno sviluppo di tutti gli esseri umani; questi li considero ideali emancipativi.

Cosa si può fare per raggiungerli? Inizio rifiutando, e forse facendone una caricatura, due punti di vista recenti. Il primo, che potremmo chiamare “nazionalismo puro”, sostiene che contano solo le nazioni. L’altro, “classismo puro” verso cui sono orientati i socialisti occidentali, dice che contano solo le classi. Io sosterrò che:

1) il motore della politica economica mondiale sono l’operato degli stati-nazione;

2) la forza che determina il comportamento degli stati-nazione è la lotta di classe.

Pertanto nazione e classe sono inseparabili e la risposta alla domanda “che debbono fare le classi lavoratrici?” è che dovrebbero lottare perché le rispettive nazioni agiscano per elevare al massimo le prospettive di emancipazione.

Questo parrebbe ovvio; ma io aggiungerò due condizioni aggiuntive.

1) le classi lavoratrici devono rappresentare tutti coloro che non sfruttano, come coloro che vivono sulla terra, gli indigeni, le donne e le persone di colore. Perché? Perché altrimenti non può unirli per comporre una maggioranza politica, e quindi non può contrastare il potere dello Stato.

2) Le classi lavoratrici di ogni nazione, definite come sopra, devono difendere le classi popolari di tutti i paesi, non solo quelle del proprio. Altrimenti, non saranno in grado di utilizzare la loro maggioranza politica per sconfiggere i propri capitalisti.

Né questi diritti politici né la solidarietà internazionale sono quindi una “deviazione” dalla “vera” lotta di classe: sono invece una condizione della vittoria. Non è un caso che l'unico paese europeo con una corrente socialdemocratica in condizione di giungere al potere sia la Gran Bretagna, dove Jeremy Corbyn, licenziato e diffamato dall’intellighenzia, esprime un movimento di massa che combina il rifiuto dell'austerità con un profondo odio per i guerrafondai britannici e che ha creato le più grandi e persistenti mobilitazioni di massa contro la le guerre cui l'Europa del dopoguerra ha assistito.

In ogni paese del mondo, che si tratti dell'America di Trump, della Gran Bretagna di Johnson, del Canada di Freeland, del Venezuela di Chavez, della Russia di Putin, della Cina di Xi Jinping, della Turchia di Erdogan o dell'India di Modi, prevale un'unica regola. Da un lato, maggiore è il controllo esercitato dalla classe capitalista, peggiori sono le prospettive dei ceti popolari del paese, e dall'altro, maggiore è l'influenza e il controllo delle classi senza proprietà, maggiori sono le conquiste e le prospettive di sovranità nazionale dello Stato.

Perciò ogni lotta nazionale è allo stesso tempo una lotta di classe in cui la questione è quale classe imporrà la sua volontà alla nazione.

La ragione è che viviamo in un sistema imperialista: una divisione su base economica delle nazioni in due grandi blocchi, quello delle ricche e quelli delle povere, in cui le ricche sono organizzate militarmente e politicamente per preservare il monopolio del potere economico in favore delle loro classi più facoltose.

Questo sistema è in crisi e si adopera per difendere i suoi privilegi. Ci troviamo quindi di fronte a grandi minacce: la guerra, l'annientamento nucleare, la distruzione ecologica, la rinascita del fascismo e una barbarie senza precedenti, compreso il tentativo di far morire di fame tutti i popoli del Venezuela e dell'Iran per sottomettersi alla frenesia e all'insaziabile brama di petrolio e oro.

Ciò si traduce in una sorta di massacro dei diritti liberali. I partiti apertamente fascisti sono tollerati e persino osannati come patrioti. Le sanzioni contro interi popoli, punizioni collettive, sono crimini di guerra ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1948. Eppure, ogni cittadino canadese può essere perseguito, con misure decretate in segreto e mai sottoposte al Parlamento, per averle violate. Le menzogne flagranti vengono regolarmente diffuse mentre, in nome della “lotta contro le notizie false”, vengono soppresse le voci che le contendono. In tutta Europa, le regole di austerità e le declinanti schiere dei partiti socialdemocratici vengono brutalmente accantonate dalla nuova estrema destra.

Questa non è una “forma di capitalismo”; è il capitalismo. Le nazioni ricche sono quasi esattamente lo stesso gruppo che Lenin ha definito i “baroni ladri”. Ci sono al massimo venti paesi “avanzati” di diverse dimensioni, che comprendono un ottavo della popolazione mondiale. Il loro reddito medio pro capite è dieci volte superiore a quello del resto del mondo. Questo livello di disuguaglianza è la fonte di tutte le altre disuguaglianze; eppure è stato rimosso dalle statistiche ufficiali. Esso testimonia gli enormi privilegi monopolistici, i cui beneficiari non si fermeranno davanti a nulla per difenderli.

Questo sistema si sta sgretolando. La Cina, l'eccezione principale, cresce da trent'anni a un ritmo che supera dal 4 all'8 per cento quello della media dei paesi “avanzati”. Il tasso di crescita dei paesi del Nord è rallentato a un quarto di quello degli anni '60. Il dollaro è in pericolo mortale e, dal punto di vista militare, le potenze della NATO non sono state in grado, dopo la distruzione della Libia, di condurre con successo una guerra in territorio straniero. Gli anni 2002-2012 hanno visto un formidabile aumento relativo della condizione di tutto il terzo mondo. Anche se questa tendenza si è esaurita cinque anni fa, non è avvenuto altrettanto per la crescita della Cina.

Una conseguenza sono proprio gli attacchi aggressivi, sia militari che economici, a cui ora assistiamo.

Che fare? La risposta è semplice: bisogna fermare questi attacchi. Le potenze della NATO dovrebbero ritirare le truppe dal resto del mondo, compresa l'Europa orientale, dovrebbero cessare tutti i tentativi di colpi di Stato, dovrebbero essere abbandonate le sanzioni economiche e la guerra commerciale contro e sostituite da relazioni di sicurezza collettiva, di uguaglianza e di gestione reciproca del commercio e delle migrazioni sulla base del rispetto della sovranità delle nazioni e dei principi della Carta dei diritti dell'ONU.

Chi deve farlo? Le nazioni ricche ne prenderanno coscienza e cambieranno il loro modo di agire senza cambiare il loro carattere di classe? Questa pericolosa illusione ha una grande influenza in Russia e, in misura minore, in Cina. Ma Marx ha osservato che nessuna classe dirigente nella storia ha mai ceduto volontariamente il potere. Questo si applica in abbondanza alle classi finanziarie e predatrici e ai loro complessi di intelligence militare-industriale. L'opposizione non si materializzerà magicamente, ma deve essere costruita con la lotta.

Tutte le potenze della NATO stanno partecipando alla militarizzazione dell'Europa orientale; tutte stanno applicando le sanzioni statunitensi contro il Venezuela e contro l'Iran, nonostante le loro proteste. Il Regno Unito si impegna persino nella pirateria in alto mare, sequestrando un'intera petroliera per difendere le sanzioni che nessuna autorità internazionale ha imposto. Tutti partecipano all'incessante demonizzazione della Russia e della Cina. Politici come Jeremy Corbyn o Ilhan Omar, che mostrano il minimo segno di una reale rottura con questo fronte imperialista unito, sono spietatamente messi alla gogna.

Al contrario, un asse di resistenza all’imperialismo si sta consolidando nel terzo mondo proprio perché, facendo guerra al mondo intero, gli Stati Uniti e i suoi alleati costringono il mondo a unirsi contro di loro. Ma le alleanze che ne derivano, comprendenti nazioni estranee all'emancipazione della classe operaia come l'India di Modi, non solo sono molto lontane dal socialismo, ma, come dimostrano i tentennamenti turchi, non sono affidabili per costruire una coerente resistenza all'imperialismo.

Ciò che in realtà è necessario è un'alleanza tra due forze: le minoranze più coerentemente antimperialiste del Nord e le nazioni più coerentemente antimperialiste del Sud.

Traduzione a cura di Ascanio Bernardeschi

31/08/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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