Anatomia dell’aggressione imperialista al Venezuela e che fare? per contrastarla

Le complesse dinamiche e i presupposti necessari a comprendere il braccio di ferro politico militare che ha portato al rapimento del presidente Maduro e prolegomeni a un ragionamento collettivo per come sviluppare una opposizione più significativa alla dinamica alla quale porta lo sviluppo in senso imperialista del capitalismo in crisi.


Anatomia dell’aggressione imperialista al Venezuela e che fare? per contrastarla

Che gli Stati uniti effettuassero bombardamenti terroristici sulla Repubblica bolivariana del Venezuela per imporre con la violenza un regime change era purtroppo prevedibile. Che in meno di tre ore questa collaudata tattica terrorista potesse portare al rapimento del presidente Maduro e della moglie non era stato previsto da nessuno. Si tratta di una escalation dell'aggressione imperialista inaudita che non ha sostanzialmente precedenti. Certo c’è stato il caso di Noriega a Panama, ma si trattava di un paese decisamente più piccolo, con un governo golpista e realmente implicato nel narcotraffico e, nonostante ciò, l’arresto del capo dello Stato aveva richiesto allora una guerra e un'invasione militare.

Da un punto di vista esclusivamente militare quanto accaduto appare incomprensibile e irrazionale. Il fatto che il presidente di un grande paese possa essere rapito da una grande potenza imperialista senza dover perdere in tale operazione neppure un soldato e senza, probabilmente, dover spargere sangue in maniera significativa appare sostanzialmente incredibile.

È evidente che la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi ed è quindi su questo piano più ampio che divengono comprensibili le vicissitudini militari. Ora il fatto che l’imperialismo statunitense possa aver fatto una forzatura così radicale sul piano politico e militare, che fa completamente saltare l’ordine internazionale posteriore alla Seconda guerra mondiale, comporta alcuni presupposti che debbono essere indagati. In primo luogo sembrerebbe che la spaventosa crisi, in primo luogo economica, dell’imperialismo statunitense lo stia portando a mantenere il dominio sul piano internazionale rinunciando alla capacità di egemonia e puntando tutto sui rapporti di forza, sulla violenza. Anche da questo punto di vista c’è stata una incredibile escalation favorita dall’affermazione della fazione più oltranzista dell’imperialismo statunitense che ha puntato su un governo che si potrebbe definire di fascismo del terzo millennio.

In secondo luogo tale inaspettata escalation è senz’altro favorita dalla sostanziale acquiescenza dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati orientali. Colpisce a questo proposito la presa di posizione di Ursula in Von der Leyen che afferma che l’Unione europea sostiene la transizione democratica del popolo venezuelano. Si tratta sostanzialmente della posizione dei fascisti del terzo millennio venezuelani che, forti del premio nobel per la pace, e non potendo vista la loro impopolarità destabilizzare dall’interno il governo bolivariano, hanno puntato tutto sull’aggressione imperialista. Peraltro Trump si è affrettato a smentire questo scenario, affermando che Machado è talmente impopolare nel suo paese da non poter gestire la transizione.

Il governo italiano, anch’esso egemonizzato dai fascisti del terzo millennio, è arrivato a sostenere questa incredibile escalation dell’aggressione imperialista come legittima in quanto si tratterebbe di una guerra difensiva. Ciò che colpisce è che queste assurde prese di posizione, del principale dirigente politico dell’Unione europea e del governo italiano, siano di fatto sostenute o, comunque, non criticate da un'opinione pubblica sempre più ostaggio dell’ideologia dominante. Certo l’opposizione parlamentare ha criticato le posizioni dell’esecutivo, ma in un’ottica dell’ormai abituale gioco delle parti nell’alveo dell’alternanza liberale

L’unica voce in parte dissonante è stata quella dell’imperialismo francese, che dimostra ancora una volta di essere l’unico in occidente a voler mantenere qualche margine di autonomia dinanzi allo strabordante imperialismo statunitense.

Il terzo presupposto è la nuova logica da guerra fredda, il rilancio della strategia di Yalta, in qualche modo sponsorizzata dall’attuale governo statunitense. Per cui alla Russia si lascerebbe di fatto campo libero in Ucraina, non si contrasterebbe la prova di forza della Repubblica popolare cinese contro il governo indipendentista di Taiwan, in cambio della tolleranza di questi due grandi paesi rispetto al rilancio aperto della prospettiva di ridurre di nuovo l’America centro-meridionale a un cortile di casa degli Stati uniti.

Il quarto presupposto è che i Brics restano potenzialmente un gigante dal punto di vista economico e un nano dal punto di vista politico, decisamente peggio della stessa Unione europea.

Quinto presupposto è la debolezza della sinistra sia radicale che riformista sul piano internazionale, ulteriormente dimostrata dal fatto non hanno generalmente compreso che prima delle legittime critiche agli evidenti limiti del governo venezuelano vi era la necessità di difenderlo dinanzi alla aggressione imperialista.

Sesto presupposto la debolezza del governo venezuelano che si è dimostrata nel modo più evidente nella risposta alla spaventosa aggressione imperialista che ha subito, dal momento che invece di spingere il popolo a insorgere, ha cercato di mantenerlo subordinato alla logica della delega al potere costituito politico e militare, con il risultato che non si sono viste significative mobilitazioni popolari in Venezuela, nemmeno lontanamente paragonabili a quelle messe in campo dinanzi al golpe che aveva portato al rapimento del presidente Chavez. Dunque, purtroppo, anche il Venezuela non fa più eccezione alla fase di tragica debolezza della sinistra sia radicale che moderata sul piano internazionale.

Questi presupposti permettono di comprendere meglio lo scontro sul piano politico che ha portato sul piano militare al clamoroso rapimento, senza incontrare significativa resistenza, del presidente Maduro e della consorte. Come è noto anche in questa vicenda, a fianco della logica militarista connaturata all’imperialismo, sono proseguite fino all’ultimo le “trattative” sul piano politico, cioè il braccio di ferro fra l’aggressore statunitense e l’aggredito bolivariano. Al centro dello scontro politico vi era, necessariamente, la volontà anch’essa connaturata all’imperialismo di imporre un regime change rispetto a una compagine governativa e statuale che non è disponibile a mettere le proprie enormi risorse naturali completamente sul libero mercato, cioè alla mercè del più forte, del più ricco.

Il punto di caduta del braccio di ferro sembrava essere proprio la sostituzione del capo dello Stato, il presidente Maduro, pretesa dall’imperialismo statunitense come necessaria, se si voleva evitare di portare al massimo livello la consueta logica dei bombardamenti terroristici, volti a imporre alla popolazione civile l’accettazione del regime change imposto dall’esterno.

Per capire i tragici esiti di questo braccio di ferro politico-militare bisogna considerare qualche altro presupposto più contingente dei precedenti. In primo luogo il dato di fatto che l’imperialismo statunitense è interessato a sfruttare la preziosa occasione dell’escalation del conflitto sociale in Iran per infliggere una decisiva sconfitta a quanto resta dei paesi non allineati e agli stessi Brics. Se non si trova una modalità per chiudere con una guerra lampo l’aggressione alla Repubblica bolivariana di Venezuela non è infatti possibile accentuare la pressione politico militare sul governo e lo Stato iraniano, vista la concentrazione di forze statunitensi nell’emisfero occidentale. In secondo luogo bisogna considerare le contraddizioni interne nella base del fascismo del terzo millennio al governo degli Usa. Vi è infatti una componente non trascurabile che ha realmente creduto che il governo Trump avrebbe prodotto una descalation nella guerra imperialista, rinunciando al ruolo di poliziotto globale di cui si è autoinvestito, in particolare dopo la vittoria della guerra fredda. Vi sono infine le contraddizioni interne che hanno portato, ad esempio, il decisamente più importante paese dell’America latina a rompere con Maduro dopo la sua discutibile gestione delle più recenti elezioni politiche nel paese. Per cui, con la classica profezia destinata tragicamente ad autoavverarsi, Lula, il principale esponente della sinistra non radicale dell’America latina, ha messo il veto sull’ingresso del Venezuela negli stessi Brics, ritenendo che il non aver voluto spartire il governo con l’opposizione, per quanto egemonizzata dalla destra radicale, dopo l’incerto esito delle ultime elezioni politiche, non poteva che aprire la strada a una aggressione imperialista degli Stati uniti. Infine nel braccio di ferro politico-militare che ha portato al tragico esito attuale, l’imperialismo statunitense ha cercato di sfruttare la potenziale contraddizione fra la leadership politica guidata da Maduro e la leadership militare, che si era aperta dopo la morte di Chavez, per poi ricomporsi.

Dopo la necessaria analisi spietatamente realista della situazione politica attuale, bisogna in conclusione passare alle conclusioni rivolte all’azione delle forze antimperialiste progressiste, in cui l’ottimismo della volontà deve necessariamente prevalere sul pessimismo della ragione indispensabile nella precedente fase analitica. Da questo punto di vista appare doveroso rilanciare la necessità di sfruttare al massimo anche questa tragica situazione per costruire una opposizione di massa alla guerra imperialista. La tragica situazione attuale non è altro che l’ennesima dimostrazione che lo sviluppo in senso necessariamente imperialista del capitalismo, nell’epoca della sua crisi, non può che portare a guerre sempre più globali. Come ha dimostrato ancora una volta la grande mobilitazione contro l’aggressione imperialista contro il popolo palestinese, solo quando la mobilitazione dalle avanguardie politiche si diffonde fra le masse popolari è possibile imporre una, per quanto parziale e momentanea descalation, alla tragica dinamica della guerra imperialista. Al contempo però, per quanto indispensabile, e ancora una volta eccezionale, lo spontaneismo dal basso che porta le masse oppresse a reagire contro la guerra imperialista da solo, senza una direzione consapevole, nel senso della necessità di trasformare la guerra imperialista in una guerra sociale rivoluzionaria, può solo rallentare l’escalation. Il che significa per noi tornare a interrogarsi sulle forme che deve assumere oggi la questione della rivoluzione in occidente.

07/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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