La verità è rivoluzionaria anche nel caso del Venezuela

Per quanto sia essenziale calibrare bene quello che si dice tenendo conto del contesto, storico, politico, dell’uditorio che hai di fronte, dei soggetti a cui intendi parlare, etc. ci sembra essenziale sottolineare la celebre notazione di Gramsci per la quale “la verità è sempre rivoluzionaria”. Del resto i rivoluzionari al contrario dei conservatori al potere dicono quello che pensano e dal momento che è qualcosa di rivoluzionario non possono soltanto esprimere la modalità con cui praticare l’obiettivo


La verità è rivoluzionaria anche nel caso del Venezuela

Diversi compagni ritengono che dinanzi a questa spaventosa escalation dell’imperialismo contro uno di pochissimi paesi che dopo la dissoluzione del blocco sovietico ha conosciuto uno sviluppo in senso socialdemocratico come il Venezuela, sia indispensabile la difesa, per non dire l’apologia, senza se e senza ma della “Rivoluzione bolivariana”. Certo dinanzi alla posizione liberale che critica la modalità dell’escalation, in quanto mette seriamente a rischio la capacità di egemonia dell’imperialismo occidentale, ma non il contenuto, cioè il rapimento del presidente di un regime che definiscono “totalitario”, occorre difendere il tentativo di rilanciare il socialismo nel XXI secolo, di cui la Repubblica bolivariana di Venezuela è stata la principale protagonista.

Inoltre diversi compagni sostengono che in un momento così difficile, bisogna evitare di scaricare la responsabilità dei terribili avvenimenti sui tradimenti interni che hanno consentito la cattura del presidente Maduro o sulla scarsa capacità di reazione dimostrata ancora una volta dalla Repubblica popolare cinese e dai Brics. Si tratterebbe di non portare all’esterno analisi critiche improntate al pessimismo della ragione, ma piuttosto delle analisi che reinterpretando quanto successo sulla base dell’ottimismo della volontà possano contribuire a non far precipitare il morale di che deve continuare a portare avanti la lotta in condizioni sempre più critiche.

Infine vi sono le posizioni di chi ritiene che la cosa fondamentale sia sviluppare l’azione politica piuttosto che l’analisi teorica. Da questo punto di vista bisognerebbe in particolare fare in modo che anche in questo caso non si proceda nella separazione fra la sinistra riformista e la sinistra radicale, anche perché amplificando questa contrapposizione i riformisti finiscono per essere più agevolmente egemonizzati dai liberali, mentre i potenziali rivoluzionari si ricaccerebbero nel vicolo cieco e infantile dell’estremismo.

Si tratta di istanze tutte rispettabili e in parte certamente condivisibili, in quanto un pessimismo della ragione unilaterale o troppo accentuato rischia di ottundere o depotenziare troppo ottimismo della volontà, altrettanto indispensabile per l’azione.

Ciò non toglie che senza teoria rivoluzionaria non ci può essere prassi rivoluzionaria anche perché, in caso contrario, si corre il rischio, per quanto inconsapevolmente, di cedere troppo al dover cercare un compromesso con l’esistente, scambiandolo con il reale in quanto tale razionale. Un dover essere troppo accentuato rischia di scadere, in primo luogo, nel volontarismo, che a forza di gettare il cuore oltre l’ostacolo finisce con il privarsene. Senza contare, in secondo luogo, che accentuare troppo il dover essere porta non solo all’idealismo, che non favorisce l’autocritica e la necessità di apprendere dai propri errori, ma conduce anche al pessimismo che ostacola lo sviluppo di una prassi realmente rivoluzionaria. Occorre inoltre ricordare che la verità è sempre rivoluzionaria, proprio perché il reale è necessariamente razionale, per quanto una logica troppo improntata al dover essere si rifiuti di riconoscerlo.

Ora la razionalità della realtà ci mostra che solo un Don Chisciotte potrebbe rifiutarsi di riconoscere che la Repubblica bolivariana ha ceduto tanto rapidamente all’aggressore, al punto di concedere al primo attacco il proprio presidente, in quanto le contraddizioni che si erano sviluppate al suo interno, accumulandosi quantitativamente in modo difficilmente percepibile, hanno finito con il rendere improvviso ed eclatante il salto qualitativo, di cui esclusivamente i grandi mezzi di comunicazione hanno dato conto.

È evidente che dopo la cocente sconfitta nel referendum che avrebbe dovuto aprire la strada alla sperimentazione pratica del socialismo del XXI secolo e il conseguente riflusso dell’antimperialismo nell’America latina, con la malattia e poi la morte di Chavez, nella direzione bolivariana è venuto progressivamente meno lo spirito dell’utopia. Se è vero che durante la direzione di Chavez talvolta il Venezuela aveva assunto posizioni troppo avanguardiste, tanto da rischiare di scadere nell’avventurismo, con il quale non si sono favorite le forze della sinistra radicale negli altri paesi latinoamericani, sotto la direzione di Maduro hanno preso il sopravvento forze troppo realiste, tanto da provocare una rottura con l’ala più radicale e tendente all’estremismo del movimento bolivariano.

La spinta ideale alla realizzazione del socialismo del XXI secolo ha finito per ridursi a una prassi sempre più socialdemocratica, che ha finito per isolare il paese criticato tanto da destra dalle forze liberaldemocratiche al governo in diversi paesi latinoamericani, quanto da sinistra con le critiche troppo spesso demolitrici di una sinistra radicale a rischio continuo di scadere nell’estremismo.

In tale situazione lo stato di assedio imposto dall’imperialismo e il venir meno con lo spirito dell’utopia dello stesso principio speranza hanno finito per erodere progressivamente il consenso nel governo bolivariano, tanto che sempre più venezuelani, incapaci di individuare una qualche prospettiva di sviluppo nel proprio paese, cercavano rifugio nella emigrazione all’estero.

In una tale situazione non poteva che affermarsi, come era successo dopo il ritiro dalla vita politica di Fidel Castro a Cuba, un potere sempre più ostaggio dei militari, che storicamente ha segnato la fine della spinta propulsiva della Rivoluzione.

Nel frattempo l’imperialismo statunitense ha ritenuto di non potersi più permettere la facciata democratica, necessaria a mantenere la capacità di egemonia sul piano internazionale, puntando tutto sulla pretesa al monopolio della violenza legalizzata sul piano internazionale. Per cui il governo statunitense pretende che tutti i paesi in guerra risolvano pacificamente i loro contrasti, mentre gli Usa sono pronti a intervenire con operazioni mirate di polizia internazionale per rimettere al loro posto tutti quei paesi che non si dimostrano pronti a riconoscere questo enorme potere che si sono autoattribuiti gli Stati uniti.

Non dovendo più mascherare le proprie mire imperialistiche gli Stati uniti stanno cercando una soluzione pacifica con la Russia per quanto concerne il loro conflitto con essa per interposta Ucraina, per cercare di espandersi nelle zone di proiezione naturale e tradizionale degli Stati uniti, a nord verso la Groenlandia, non nascondendo neppure le mira sul Canada, a sud tornando a fare dell’America latina il loro cortile di casa. Così dopo la pretesa di amministrare il Venezuela ora puntano smaccatamente a espandersi a sud ai danni di Messico, Colombia e Cuba.

È proprio l’eccezionale risultato mediatico dell’aver apparentemente piegato il paese che più apertamente si era opposto al ruolo di poliziotto internazionale degli Stati uniti in poco più di due ore, procedendo all’arresto e all’immediata estradizione del presidente del Venezuela per farlo processare per direttissima negli Stati uniti.

Le roboanti dichiarazioni di Trump di aver portato a segno con l’attacco al Venezuela la più importante azione militare dai tempi della Seconda mondiale, sono funzionali a minacciare i capi di Stato dei paesi limitrofi in cui intende espandere l’imperialismo americano che, se non accetteranno di divenire dei suoi fedeli vassalli, faranno una fine ancora più tragica di quella destinata a Maduro. Perciò riteniamo essenziale dimostrare che il trionfo dell’imperialismo è più apparente che reale, che l’imperialismo continua perciò a essere una tigre di carta, altrimenti si rischia la demoralizzazione delle forze della resistenza antimperialista. Perciò è importante dimostrare che il successo degli Stati uniti contro lo Stato bolivariano è più il prodotto di errori e contraddizioni interne del paese, piuttosto che di un presunto e sedicente potere dell’imperialismo. In altri termini, non si deve occultare che il rapimento di un presidente con poco più di due ore di azione militare, senza perdere nemmeno un uomo non può che significare che ci sia stata un qualche forma di accordo, oltre la scontata possibilità di corrompere qualcuno e di infiltrare qualcun altro, con qualche apparato dello Stato venezuelano. Da questo punto di vista il maggiore indiziato non può che essere qualche settore degli apparati di sicurezza e presumibilmente dello stesso esercito vista l’assoluta e manifesta incapacità di contrastare un attacco che era ormai imminente e minacciato da settimane.

Come è noto il Venezuela è ricchissimo di risorse naturali, ma vive in uno Stato di endemica povertà a causa, in primo luogo, del piratesco blocco economico imposto dagli Stati uniti. Questi ultimi non sono particolarmente interessati a chi governi un paese e al modo in cui lo si governa, anzi sono pronti, come dimostra la storia, ad allearsi anche con i peggiori governi, i più apparentemente distanti da loro, a patto che costoro mettano le risorse del loro paese a disposizione del libero mercato, cioè dei grandi fondi di investimento statunitensi che lo dominano.

Anche perché gli Stati uniti sanno bene di non poter imporre un governo dell’opposizione venezuelana la quale, nonostante il premio Nobel e lo sconsiderato appoggio in primo luogo del governo francese e italiano, è assolutamente impopolare, anche perché totalmente e palesemente asservita a Trump. Ecco dunque che la soluzione apparentemente migliore sia per gli aggressori che per una parte dei prossimi aggrediti è stato togliere di mezzo Maduro e accordarsi per una spartizione delle ricchezze del paese con chi in questo momento di oggettiva grande debolezza sia del governo che dell’opposizione appare in grado di esercitare un potere effettivo, cioè gli apparati di sicurezza dello Stato.

Per questo è assolutamente controproducente mitizzare la sua figura e il suo governo. Le masse popolari, non particolarmente interessate a seguire le complesse dinamiche della politica estera non potranno riconoscere nessuna credibilità a chi gli vorrebbe indicare come esempio da emulare un presidente imprigionato come un comune delinquente dal governo Usa. Allo stesso modo, è del tutto controproducente dare a intendere che il modello socialdemocratico sperimentato in Venezuela possa essere il socialismo del XXI secolo. È evidente anche alle masse popolari che tale modello non ha funzionato e, quindi, è del tutto inutile e controproducente pretendere che possano riporre fiducia e battersi per esso.

07/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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