E’ possibile affermare ormai senza tema di smentita che il governo Meloni è il più disastroso governo che abbia occupato gli scranni dei palazzi istituzionali. Non si è fatto mancare proprio niente: sotto l’attenta supervisione di Giorgia - e di una congrega di imbarazzanti figuri al cui confronto la nostra madre, cristiana e italiana sembra quasi una raffinata statista – c’è stato un aumento esponenziale della repressione, un aumento esponenziale della povertà e del disagio sociale, un aumento esponenziale di risorse pubbliche drenate a ingrassare i profitti e i super profitti di aziende e fondi privati, un aumento esponenziale di piani eversivi per sovvertire l’equilibrio costituzionale, dalla spinta sul presidenzialismo al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati -fortunatamente culminato in una sonora bastonata in fronte. Ma anziché cogliere l’occasione per sloggiare dopo il referendum, -complice anche un’opposizione a dir poco melliflua- il governo ha preferito proseguire imperterrito sulla scia di figuracce e sciagure a livello nazionale e internazionale di cui si è reso protagonista oppure silente complice, facendo orecchie da mercante sul genocidio in Palestina - arrivando a definire “irresponsabili” gli attivisti della Flotilla anziché criminale il governo di Netanyahu -, sulla guerra provocata dagli americani e stravinta dall’Iran, sui crimini statunitensi in centro e sud America contro popoli e presidenti legittimi, partecipando attivamente alla propaganda bellicista sulla pelle del popolo europeo e ucraino a tutela dei profitti della Leonardo Finmeccanica &co. Qual è il risultato che gli italiani e le italiane hanno ottenuto oggi da queste politiche scellerate è presto detto: stipendi al palo, anzi, impoverimento generalizzato della classe media e dei piccoli imprenditori, abbassamento del potere d’acquisto con l’inflazione più che galoppante, prezzo del gasolio alle stelle, scuole pubbliche fatiscenti, visite mediche introvabili in tempi umani nelle strutture sanitarie pubbliche, manovre finanziarie ridicole con stanziamenti di spesa in inutili armi al 5%, elefantiasi delle decretazioni d’urgenza su temi su cui non insiste alcuna urgenza, ininfluenza sul piano politico internazionale, nessuna risposta ai problemi sociali ed economici del Paese che non preveda l’uso dei manganelli o gli insulti, unico linguaggio noto a fascisti e neofascisti.
Che degrado, non c’è che dire. Una situazione dalla gravità inaudita, pronta a esplodere in tempi, modi e maniere imperscrutabili, dove i problemi sono tali e tanti che non è più possibile nemmeno per lo stolto guardare il dito al posto della luna. Gramsci scriveva nei Quaderni dal carcere che “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi piú svariati.” Il ventre molle del Paese non riesce più a digerire tutta la porcheria disumana che ci stanno propinando e già l’anno scorso le manifestazioni oceaniche contro il genocidio ne sono state una prima avvisaglia. In questi giorni, a Parigi messa a ferro e fuoco dagli studenti, è apparso un cartello: “qui sème la misère récolte la colère”. Oggi è accresciuto quel malessere sociale, sta montando inesorabilmente nelle strade di tutte le maggiori città europee e non c’è certo da stupirsi né dei modi né dei protagonisti delle rivolte.
Partiamo dai modi, su cui già molto è stato detto in questi giorni ed è qui appena il caso di notare giusto un paio di cose. La prima: se ci pasciamo da decenni in una società che fa dei soldi, del potere e dell’apparire i propri unici, sacri, indiscutibili totem, che deride e demonizza ogni dimensione collettiva e solidaristica, che ha sacro orrore della povertà e che misura il grado di civiltà di un quartiere dal numero di b&b, ristoranti e negozi di lusso che lo popolano, allora è a dir poco ridicolo fingere di non capire perché la rabbia dei ceti popolari si accanisca proprio contro quei simboli di insopportabile opulenza, contro quelle vetrine assicurate e ordinate, cercando di impossessarsi con la forza di quelle inutilità costose che nella vita di tutti giorni, però, appaiono tutto proprio perché sono inaccessibili, perché il loro possesso marca la differenza tra chi può esistere con dignità e chi non può arrivare a fine mese. La seconda: come si possono accettare lezioni indignate sulla violenza usata contro un vetrina da parte di chi, ogni giorno, non fa che propagandare la necessità della guerra? Da parte di chi non ha avuto nemmeno il coraggio di puntare timidamente il dito contro la mattanza folle e insensata di più di 60mila persone tra uomini, donne e bambini in Palestina? Da parte di chi gode nell’umiliare ulteriormente le persone indigenti approvando più o meno apertamente pestaggi notturni e daspo urbani? Via, su, un po’ di dignità, madama la marchesa. Il bonus ipocrisia giocatevelo ad un altro giro. L’angoscia, la rabbia incontrollata, l’insofferenza, l’esasperazione, sono i modi di cui, volenti o nolenti, ci siamo appropriati tutti per affrontare l’irrazionale barbarie quotidiana e sistemica in cui ci hanno sprofondati. La misura della malattia della società in cui viviamo è data né più né meno dalla visibilità data, per esempio, alla disgustosa boutade social di quel miserabile, esasperato anche lui, che si è messo a sbraitare, in centro a Milano di quanto l’esistenza incazzata dei “maranza” lo stressi impedendogli di passeggiare indisturbato a via della Spiga per strisciare compulsivamente la carta di credito nei negozi e fare l’ape a Brera. Il bigottismo benpensante e ipocrita di una società xenofoba, individualista e classista che disprezza volutamente la dignità umana di chi ha il conto in banca insufficiente, non è certo meno violenta del sedicenne che si avventa sulle vetrine di Foot Locker, ma è anzi la genesi di quest’ultimo.
Infatti anche sui protagonisti delle rivolte è stato detto già molto in questi giorni, anche se spesso completamente a sproposito. Sono giovani, giovanissimi, e spesso sono persone con background familiare migratorio. Queste sono le persone che in assoluto non hanno più nulla da perdere perché non hanno nemmeno un futuro, visto che, come dicono loro stessi, è stato ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessero viverlo. Sono la generazione fisiologicamente proiettata verso il superamento dello stato di cose presenti, non intendono conservare nulla di questa gabbia che è stata loro costruita attorno, e a ragione. Infatti sono fermamente intenzionati a distruggerla, a liberarsene, a cominciare a vivere, a mettere in discussione i dogmi e, confusamente, è ciò che sta iniziando ad accadere tramite queste adunate che dialettizzano tra spontaneismo e programmazione, tra rivalsa istintuale e lucida razionalità sul proprio ruolo sociale. Il bisogno di distruzione delle loro catene è un fatto ontologico, imprescindibile, intrinseco: è necessario al loro sviluppo in quanto formazione sociale potenzialmente rivoluzionaria.
Come possiamo biasimare questi ragazzi? Come possiamo non condividere il loro senso di smarrimento, l’incredulità che si fa furore di fronte alle mille storture a cui sono abituati sin da quando sono in fasce? Il terreno frana loro sotto i piedi. E se per i figli della classe operaia strozzata da disoccupazione, lavoro sottopagato, mutui e caro vita la situazione è già ingestibile, per coloro la cui esistenza è legata al perenne rinnovo di un permesso di soggiorno è addirittura insostenibile: la precarietà per questi giovani è strutturale perché papà e mamma vivono di lavori in nero o comunque umili, per loro l’accesso alle più elementari forme di sussistenza e servizi è sempre un terno al lotto e ormai, grazie all’ultima trovata del governo Meloni col D.L. 170/2026 che Mattarella ha vergognosamente firmato, c’è pure il rischio di vedersi coattivamente ricollocati in una scuola che non si è scelto per non importunare con la propria presenza non del tutto italica il restante 70% della classe. O il rischio di segnalazione ai servizi sociali se mamma e papà non parlano italiano bene, quando – se il problema fosse stato veramente l’ “integrazione” e l’”inclusione” delle famiglie straniere – sarebbe bastato intervenire con una norma che semplicemente stanziasse fondi dignitosi per il lavoro dei mediatori nelle scuole e per i CPIA, le scuole per adulti frequentate al 99% da popolazione immigrata. Per questi ragazzi, nati in Italia, che parlano perfettamente in italiano come tutti gli altri, il problema non è solo l’accesso negato ai beni materiali. Il problema è addirittura esteso al rapporto col territorio in cui vivono e hanno sempre vissuto, non potendo nemmeno più essere garantiti dal rischio di deportazioni.
Si, deportazioni. Perché è questo che oggi, nel 2026, un secolo dopo gli orrori nazisti, di fatto si è nuovamente sdoganato. Si usano termini soft come “allontanamento” o “ricollocazione” e concetti ributtanti come “Paese terzo sicuro” dove andare a scaricare i richiedenti asilo quando diventano troppi e indesiderati. O addirittura manipolando, come si è visto poco sopra, concetti apparentemente positivi come quelli di integrazione e benessere del minore per giustificare quella che di fatto è una mobilità forzata o indotta delle persone immigrate sul territorio, assegnando i loro figli a una scuola diversa da quella scelta o prossima al domicilio in caso di sforamento del tetto del 30%.
Nel mondo della protezione internazionale, poi, questi concetti fondati sullo sloggiamento dei richiedenti asilo sono stati del tutto riabilitati ed estesi: sotto la direzione dell’Unione Europea che ha partorito il nuovo Patto Asilo in vigore dallo scorso giugno, la condizione di migrante e di richiedente asilo diventa definitivamente una colpa, una presunzione di colpevolezza, un fastidio da eliminare alla radice. Essendo un regolamento, è vincolante e direttamente applicabile negli Stati membri. Ciò per garantire che tutti gli Stati si adeguino uniformemente al nuovo trend: non tutela effettiva delle persone e del diritto d’asilo ma controllo delle frontiere, contenimento degli arrivi, schedature, detenzione, respingimenti, esternalizzazione delle frontiere, securitarismo, disumanizzazione. Secondo il nuovo Regolamento anche i minorenni possono potenzialmente essere considerati “una minaccia per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico”. Per la verità tutto questo arriva da molto lontano, con governi di ogni colore che hanno attivamente contribuito alla saldatura tra i concetti di immigrazione e povertà con quelli di sicurezza e decoro; ma è stata proprio la Meloni nel 2023 a rispondere alla strage di quasi 100 migranti nelle acque di Cutro con un – indovinate un po'? – decreto che ha ristretto significativamente i presupposti per ottenere un permesso di soggiorno per protezione speciale e così ampliato oltremodo la platea delle persone espellibili per mancanza di titolo di soggiorno. Il solito vecchio caro vizio del decreto manganello, in Italia come in Europa.
Ma come possono non essere furiosi quei ragazzi di seconda o terza generazione di fronte a uno Stato che pretende di muovere loro e le loro famiglie in giro come fossero pedine del Monopoli sul tabellone di gioco? Non hanno nulla in tasca e sotto ai piedi nemmeno più la certezza di che terra possano calpestare e quanto a lungo: i propri connazionali richiedenti asilo, i propri conoscenti e familiari, vengono impunemente espulsi, rimpatriati, trattenuti nei CPR, allontanati alla frontiera o trasferiti coattivamente verso un altro Stato con cui non hanno alcun legame se lo Stato ne decide l’allontanamento coatto dal territorio. Oppure, un bel giorno, lo Stato decide che “sei di troppo” e introduce un nuovo, ennesimo condizionamento della permanenza in Italia anche se è l’unico Paese che conosci da quando sei nato: norme che, senza ordinare direttamente uno spostamento, rendono più precaria la possibilità di restare in un luogo, conservare un titolo di soggiorno o continuare un percorso scolastico e familiare.
Se la cittadinanza, nel sistema capitalista, è, come giustamente sostiene Lea Ypi in Confini di classe, una merce, un bene esclusivo riservato a chi possiede risorse economiche, culturali o sociali, funzionale a esacerbare meccanismi classisti di selezione e sfruttamento, allora qualsiasi disgustosa paternale ipocrita e razzista volta a stigmatizzare la «violenza dei maranza», se non parte dall’ammissione di questa stessa violentissima verità, non solo non merita di essere ascoltata, ma merita di essere spazzata via dalla storia, senza alcun riguardo. In frantumi, proprio come una vetrina.
