La portata di questo referendum costituzionale è talmente rilevante, sia dal punto di vista politico sia da quello dell’analisi sociale, che è necessario provare a risalire alle cause che hanno prodotto questo risultato, evitando di cadere in una lettura unilaterale che consideri soltanto alcuni punti di vista.
La prima questione da esaminare è quella dell’egemonia culturale. Dal punto di vista egemonico, le classi dominanti hanno fatto passare l’idea che questo referendum fosse una consultazione contro la “casta” dei magistrati, contro i cosiddetti “poteri forti”. In sostanza, è stata descritta un’Italia ingessata, bloccata, le cui principali problematiche avrebbero una causa comune: il veto esercitato dalla magistratura sul progresso civile e sociale.
L’elettore che si è recato alle urne per votare “sì” era dunque convinto di contribuire a limitare questo presunto potere eccessivo della magistratura, ritenuta troppo invasiva nei confronti della politica. Questo dato segnala che la capacità egemonica delle classi dominanti è ancora forte, perché una parte dell’elettorato è caduta in questa narrazione. Tuttavia, non vi è caduta la maggioranza: ciò indica che, se da un lato l’egemonia dominante resta significativa, dall’altro esistono margini per contrastarla e per rilanciare un’alternativa.
Polarizzazione tra maggioranza e opposizione
Un secondo elemento riguarda la polarizzazione tra maggioranza e opposizione. I dati mostrano chiaramente che la maggior parte degli elettori della maggioranza ha votato “sì”, mentre quelli dell’opposizione hanno votato “no”. Tuttavia, l’analisi dei flussi elettorali evidenzia che la capacità di mantenere compatto il proprio elettorato è stata maggiore nel campo della “sinistra” rispetto a quello della “destra”. In particolare, nel Sud, il fenomeno del voto divergente è stato più marcato: una parte significativa di chi aveva votato per la destra nelle precedenti elezioni non ha sostenuto il “sì” al referendum, orientandosi invece verso il “no”.
Un ulteriore dato rilevante emerge nelle grandi città: le sezioni in cui ha prevalso il “sì” si concentrano soprattutto nei quartieri più ricchi. Questo rivela una chiara dimensione di classe nel voto. Se da un lato il referendum è stato presentato come una battaglia contro i poteri forti, dall’altro i dati mostrano che proprio i settori più privilegiati della società hanno sostenuto maggiormente il “sì”.
Ruolo degli intellettuali tradizionali
Accanto a questi elementi, va considerato anche il ruolo degli intellettuali tradizionali, ad esempio quelli legati al Fatto Quotidiano, che si sono schierati per il “no” in difesa della Costituzione, contribuendo a rafforzare il fronte dell’opposizione.
I giovani
Un fattore molto importante riguarda poi i giovani. I dati indicano che una quota significativa di giovani ha sostenuto il “no”. Questo fenomeno può essere messo in relazione con le mobilitazioni dell’autunno: una parte di elettorato solitamente passivo, e solo potenzialmente vicino all’opposizione parlamentare, in questa occasione si è recata alle urne. Il referendum è stato percepito come un’opportunità per esprimere un giudizio sul governo, sia in politica interna sia in politica estera.
Conseguenze politiche e ridefinizione degli equilibri
Passando all’analisi politica, è evidente che questo risultato apre una nuova fase. Il governo Meloni, che fino a poco tempo fa appariva solido e difficilmente scalfibile, subisce ora non solo una battuta d’arresto, ma un vero e proprio scossone politico. Questo comporterà probabilmente tensioni interne alla maggioranza.
Allo stesso tempo, nel campo dell’opposizione e nel Paese, il risultato ha restituito fiducia e speranza, creando un effetto di slancio anche per le mobilitazioni sociali e aprendo uno spazio potenzialmente fertile per costruire un’alternativa politica e di governo.
Le prime reazioni si sono sviluppate nel cosiddetto “campo largo” intorno al Partito Democratico. Tuttavia, questo schieramento appare ridimensionato rispetto alla sua formulazione originaria: figure come Renzi e Calenda non si sono schierate chiaramente per il “no” (Calenda ha sostenuto il “sì”), e dunque non possono rivendicare questo risultato.
Si è invece rafforzato l’asse tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e AVS. Da questo esito, Elly Schlein sembra voler avviare un percorso verso le prossime elezioni politiche, rivendicando il risultato insieme a queste forze (e +Europa) e a soggetti sociali come la CGIL. A nostro avviso, però, questa lettura è parziale. È sbagliato attribuire il risultato esclusivamente all’azione delle opposizioni. Esse hanno certamente contribuito, ma non in modo determinante. Il risultato è frutto della somma di più fattori e una lettura unilaterale rischia di essere fuorviante, come detto in apertura.
La vera differenza nel risultato del referendum è stata determinata da un ampio bacino di elettori solitamente astenuti. Questi elettori difficilmente voterebbero per il Partito Democratico, soprattutto se alleato con forze liberali come +Europa e su programmi ancora legati alle politiche viste negli ultimi anni, in particolare in ambito internazionale e del lavoro.
Nodo programmatico e limiti dell’opposizione
In questo senso, risulta prematuro ed errato lanciare subito un percorso basato su leadership e candidature, senza affrontare prima il nodo centrale: quello del programma e della linea politica.
Il Partito Democratico, infatti, non è ancora chiaramente schierato — e forse non lo sarà mai — con quei settori sociali che si sono mobilitati e che spesso non si riconoscono nelle attuali forze politiche. La svolta, infatti, non è già avvenuta con il referendum, come alcuni ritengono ma anzi deve ancora iniziare. Essa richiede una rottura con le politiche portate avanti negli ultimi decenni dai governi delle larghe intese. Non basta, in altri termini, un’operazione di maquillage, come sostituire Gasparri con Franceschini: ciò significherebbe semplicemente giustificare le stesse politiche con parole più raffinate.
Per questo motivo, non si dovrebbe rivendicare frettolosamente il risultato, ma piuttosto aprire un ampio dibattito nel Paese, anche serrato, che coinvolga lavoratori, lavoratrici e giovani sui temi centrali: salario, pensioni, welfare universale, ambiente e modello produttivo.
Non sembra però che gli attuali vertici dell’opposizione siano pienamente orientati in questa direzione, con l’eccezione parziale del Movimento 5 Stelle. Questo potrebbe rappresentare un errore strategico, rischiando di favorire un ritorno della destra. Se infatti si ri-proponesse uno scenario di equilibrio elettorale che conduca nuovamente a governi tecnici o a larghe intese, si finirebbe per preparare il terreno a una destra ancora più radicale.
Il Partito Democratico dovrebbe quindi chiarire la propria identità politica, recuperare una collocazione più netta a sinistra e ridefinire la propria linea anche sul piano internazionale. Tuttavia, questo appare oggi difficile, alla luce dello slittamento della sua base sociale verso gli interessi della media borghesia.
Strategia della sinistra radicale, alleanze e ruolo del parlamentarismo
Se riteniamo sbagliato l’opportunismo di destra, ma allo stesso tempo consideriamo errata anche la linea dell’indipendenza totale — cioè quello che possiamo definire un opportunismo “di sinistra” — allora la domanda sorge spontanea: quale dovrebbe essere la strategia delle forze della sinistra radicale?
Innanzitutto, vale sempre la pena ribadire un fatto fondamentale: il motore della storia sono le lotte sociali e le mobilitazioni. Questo deve rimanere l’asse principale su cui lavorare, perché è proprio dallo sviluppo delle lotte che può emergere una reale alternativa.
Detto questo, è altrettanto chiaro che questa alternativa, per essere concreta, deve conquistare prestigio e credibilità presso il popolo e le classi subalterne. Deve cioè essere percepita come una forza capace non solo di opporsi, ma anche di trasformare realmente l’esistente. Per questo motivo, la questione politica e quella delle alleanze non possono essere eluse: vanno poste e discusse apertamente all’interno della sinistra radicale.
Allo stesso tempo, bisogna avere chiara la natura sociale delle forze che oggi siedono all’opposizione in Parlamento. Si tratta di forze i cui gruppi dirigenti sono legati ad un mondo borghese, o all’interno di un orizzonte piccolo-borghese e che, in assenza di pressione sociale, non rappresentano né rappresenteranno mai gli interessi delle classi subalterne. Possono farlo solo se costrette dalle lotte.
Da qui derivano due elementi fondamentali. Il primo è, ancora una volta, la centralità delle mobilitazioni sociali. Il secondo è che proprio lo sviluppo di queste mobilitazioni può creare le condizioni affinché forze piccolo borghesi come il Movimento 5 Stelle e AVS — pur mosse da logiche spesso opportunistiche — possano essere spinte a entrare in un blocco sociale più ampio, legato agli interessi dei lavoratori e dei ceti popolari.
In altri termini, si pone una questione strategica: è possibile sottrarre queste forze all’egemonia del Partito Democratico?
Va tenuto presente che tali soggetti sono fortemente orientati alla rappresentanza istituzionale e alla conquista di seggi, e quindi tendono naturalmente a collocarsi in alleanza con il Partito Democratico perché tale alleanza garantisce loro una cospicua rappresentanza politica. Tuttavia, in presenza di un movimento sociale ampio, radicato e combattivo, potrebbero — anche per convenienza — riconsiderare il proprio posizionamento e aprirsi a nuove forme di alleanza. In questo senso, il ruolo della sinistra radicale è decisivo: spingendo sulle mobilitazioni, può contribuire a creare le condizioni materiali per la costruzione di un blocco alternativo. Un blocco che non sia fondato sulla mera distribuzione di posti, ma su un programma condiviso.
Questo implica ragionare anche in termini di alleanze politiche ed elettorali, tenendo conto della legge elettorale e, se necessario, anche di strumenti come la desistenza. Ma il punto centrale non deve essere la spartizione delle candidature: deve essere la costruzione di un programma comune. “Lasciamo pure agli opportunisti di destra la maggior parte dei seggi, ai comunisti ne bastano pochi ma ben utilizzati” (cit. Lenin). Fino a che non ci sono le condizioni per eleggere dei propri parlamentari senza essere costretti (per ragioni numeriche o per ragioni politiche) a fare delle alleanze, l’obiettivo dovrebbe essere quello di dar vita a una coalizione ampia, a un fronte largo, in cui possano convivere Movimento 5 Stelle, AVS, forze della sinistra radicale e movimenti sociali, praticando se necessario anche la desistenza con il Partito Democratico.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il ruolo dei comunisti nell’ambito del parlamentarismo. Va ricordato che il parlamentarismo non rappresenta l’elemento centrale della lotta di classe; tuttavia, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, esso costituisce comunque un terreno importante.
Le elezioni, infatti, sono un momento in cui le coscienze si orientano e si formano: rappresentano uno spazio di elaborazione del pensiero politico e di aggregazione. Non è il terreno principale — è bene ribadirlo più volte— perché il fulcro resta la lotta di classe nelle diverse “casematte” della società civile: i sindacati, i partiti, le associazioni, la scuola, l’università e così via, ma la battaglia parlamentare credibile mantiene una sua rilevanza. Come abbiamo visto con questo referendum, che ha riportato alle urne molti elettori, non viviamo nella fase dell’astensione strategica dove cioè le masse popolari, intente a costruire il mondo nuovo, sarebbero ormai restie alle vecchie forme della rappresentanza perché proiettate in una dimensione superiore di democrazia, ma semmai l’astensione è il frutto più evidente di un enorme vuoto politico.
La presenza di avanguardie nel parlamento borghese è importante perché può contribuire a elevare il livello di coscienza politica e può fungere da cassa di risonanza per le lotte sociali. In questo senso, in quelle situazioni dove non si riesce ad eleggere nemmeno un parlamentare, la costruzione di blocchi elettorali e di alleanze è necessaria ma deve avvenire mantenendo sempre la piena autonomia critica: la possibilità, cioè, di criticare anche i propri alleati.
Le alleanze non devono essere finalizzate a un vantaggio di breve periodo, volto semplicemente a ottenere seggi, ma devono servire a portare avanti una battaglia sui programmi. Avere rappresentanti delle lotte sociali all’interno delle istituzioni parlamentari è infatti un elemento importante, proprio perché può amplificare le rivendicazioni che nascono nella società. I classici del marxismo hanno sempre sottolineato l’importanza di avere avanguardie politiche anche dentro il Parlamento: soggetti capaci di utilizzare le istituzioni borghesi in modo strumentale, accedendo a informazioni e utilizzando quella posizione per dare voce alle lotte sociali.
Allo stesso tempo, però, è necessario fissare un limite chiaro. Finché ci si muove all’interno di un sistema borghese, i rappresentanti espressione delle lotte sociali non devono partecipare a governi insieme alle forze borghesi. Questo deve essere considerato un punto invalicabile pena il tradimento e la perdita di credibilità.
Entrare in governi con forze borghesi — anche quando si presentano come “di sinistra” — significa inevitabilmente essere vincolati a politiche che, nel contesto attuale, restano iscritte nella logica dell’imperialismo. Possono cambiare i toni, il linguaggio, lo stile comunicativo, in alcuni casi -e in funzione dei rapporti di forza- si può giungere a deviare parzialmente il corso (vedi governo Sanchez) ma non la sostanza delle scelte politiche fondamentali, che soprattutto sul piano internazionale rimane quella imperialistica.
Per questo motivo, i comunisti non dovrebbero in alcun modo partecipare a governi di questo tipo: farlo significherebbe, in ultima analisi, tradire gli interessi delle classi subalterne.
