Grandezza e miseria del sindacato

Certamente tutto sarebbe molto più difficile per gli sfruttati se non ci fosse il sindacato. Ciò non toglie che anche il più significativo sindacato d’Italia sta vivendo da tempo un processo di involuzione. Per riscoprire la propria ragione sociale il sindacato avrebbe bisogno di una grande movimento autoconvocato che gli faccia sentire il fiato sul collo dei lavoratori non più disponibili a farsi sacrificare per massimizzare il profitti.


Grandezza e miseria del sindacato

La Cgil, nella prima parte della legislatura, ha svolto un ruolo di supplenza politica, considerata l’assenza di una opposizione credibile, nonostante vi fosse il governo più reazionario della storia della Repubblica e il primo egemonizzato dai principali eredi del fascismo. Ciò ha certamente pagato e giovato dal punto di vista politico, facendo crescere l’autorevolezza della Cgil, ma ha avuto dei costi non indifferenti dal punto di vista sindacale. Abbiamo assistito ogni anno alla realizzazione di uno sciopero generale di carattere politicista, cioè funzionale a rimarcare la propria opposizione al governo e alle sue politiche antipopolari, ma poco efficace dal punto di vista sindacale. In quest’ultima prospettiva, proprio perché lanciati su piattaforme troppo ampie e generiche, senza che nemmeno ci si preoccupasse di approntare un percorso per praticarle, hanno avuto effetti molto limitati, indiretti e, quindi, quasi inavvertibili dalla maggioranza dei lavoratori. Anche la partecipazione è stata sempre più che modesta, visto che a scendere in piazza erano quasi esclusivamente i militanti della Cgil. Del resto anche gli sforzi per organizzarli sono stati, come quasi sempre negli ultimi anni, il minimo sindacale.

Per un certo periodo, quando nella Uil prevalevano le forze non filogovernative, la Cgil è riuscita quantomeno a non scioperare da sola. Le componenti più avanzate del sindacato, che poi sono quelle non egemonizzate dal Pd, hanno fatto teoricamente anche un significativo investimento sui movimenti, lanciando scioperi sia in sostegno alle lotte per la devastazione dell’ambiente, sia per l’emancipazione delle donne. Purtroppo si è trattato di un impegno solo in astratto, perché poi non si è fatto nulla non solo per far riuscire lo sciopero, ma persino per portare in piazza i propri militanti.

In tal modo la Cgil ha contribuito, come tutti i sindacati italiani da troppi anni a questa parte, a far apparire ai lavoratori la loro arma più efficace, in fasi non prerivoluzionarie, cioè lo sciopero, come un’arma spuntata, un residuo del passato, con un valore nostalgico e autorappresentativo. La maggior parte degli scioperi, a partire dai generali, sono stati fatti più per portare acqua alla propria organizzazione che a vantaggio dei diretti interessati, dei lavoratori salariati. Così questi ultimi considerano lo sciopero come uno strumento contrattuale particolarmente inefficace. Più oneroso per chi vi partecipa, che per la contro parte verso la quale dovrebbe essere diretto. Generalmente non è così, ma questo è quello che appare alla maggioranza dei lavoratori.

Le cose sono improvvisamente cambiate nell’autunno del 2025. Ci sono stati due scioperi decisamente riusciti, dal momento che si trattava di scioperi politici di contenuto internazionalista, nonostante gli stessi sindacati che li avevano indetti non avessero fatto nulla per farli riuscire. Nonostante questo, gli scioperi hanno avuto un eccezionale successo fra i lavoratori maggiormente istruiti e sulle giovanissime generazioni. Il primo è stato lanciato in solitaria da un sindacato “di base”, in rottura non solo con i sindacati confederali, ma con la maggioranza degli stessi sindacati autorganizzati. Ciò nonostante in alcuni settori, ad esempio fra gli insegnanti,  la partecipazione è stata considerevole a prescindere dalle appartenenze sindacali, che generalmente sono determinanti essendo la maggioranza degli scioperi degli ultimi anni autorappresentativi.

Nel secondo caso si è trattato di uno sciopero lanciato da un solo sindacato di base, ancora meno rappresentativo del precedente. Il risultato è stato – nonostante che anche in questo caso, nella maggior parte dei sindacati non si fosse fatto nulla, o quasi, per farlo riuscire e renderlo unitario – straordinariamente positivo ancora più del precedente. Per una serie di casi fortuiti, ma anche e soprattutto per la forte spinta che veniva dal basso, per la gravità della situazione internazionale con il primo genocidio della storia trasmesso in diretta, si è realizzato uno sciopero ancora più unitario del precedente, anche perché il più grande sindacato confederale e il principale sindacato di base si sono visti costretti a prendervi parte.

A dimostrazione che questo eccellente risultato si fosse realizzato nonostante le burocrazie sindacali non abbiano fatto nulla, nel migliore dei casi, per farlo riuscire, si è visto subito dopo, in occasione del classico sciopero sindacale, in cui i sindacati che hanno partecipato lo hanno fatto in ordine sparso, come se nulla fosse. Come se l’unità magicamente ritrovata negli scioperi precedenti fosse un semplice incidente di percorso per le burocrazie sindacali.

Persino gli appelli dal basso a creare un’iniziativa unitaria, quanto meno il primo maggio, giorno in cui un po’ in tutto il mondo si fanno grandi manifestazioni unitarie, sono caduti, sostanzialmente, nel vuoto.

Nel frattempo vi era stato un altro momento alto dello spontaneismo dal basso, che ha visto una grande mobilitazione dei ceti sociali subalterni, in particolare i più oppressi del meridione e i più giovani che hanno consentito di provocare la prima netta battuta di arresto del governo, nel momento in cui aveva cercato di modificare la costituzione in senso antidemocratico.

Proprio nel momento in cui si sarebbe potuto realizzare tutto il lavoro regresso, bastonando il can che affoga, cioè pressando un governo alle corde, la direzione della Cgil ha improvvisamente stravolto la propria linea, che da politicista è divenuta ultrasindacalista. Per ricostruire l’unità dall’alto con le burocrazie di Cisl e Uil, non ci si è fatti scrupolo di lanciare una ciambella di salvataggio al governo che rischiava di affogare, peraltro rilanciando la deriva neocorporativa, volta a dare a intendere che classe dominante e subalterna, sfruttati e sfruttatori possano avere interessi congiunti.

Così, proprio uno dei settori più avanzati, la Flc, nel momento di massima debolezza del governo gli ha dato modo di rilanciarsi, proprio fra i subalterni che, finalmente, avevano intrapreso a voltargli le spalle. Persino la Cgil, infatti, senza un solo minuto di lotta, ha accettato di firmare un contratto ancora una volta in perdita per i lavoratori della scuola, visto che i presunti aumenti erano stati parametrati su delle stime ormai decisamente stravolte dopo l’aggressione imperialista congiunta di Usa e Israele ai danni dell’Iran.

Lo stesso supporto dato a un grande movimento nato dal basso per contrastare la controriforma degli Istituti tecnici è stato più formale che reale da parte della Flc Cgil.

Peraltro, la firma senza nemmeno aver minacciato una qualche mobilitazione del contratto della scuola ha certificato che anche uno dei settori più avanzati della Cgil ha ormai smarrito i presupposti fondamentali di un sindacato, cioè mobilitare e organizzare lotte dei lavoratori per vendere il più caro possibile la pelle, cioè la forza lavoro, a chi la acquista per sfruttarla a proprio esclusivo vantaggio. Del resto, la mancata firma del precedente contratto della scuola, dopo che per anni si era firmato di tutto senza mettere in campo neanche sul piano teorico mobilitazioni e lotte, non ha prodotto nessuna forma di conflitto sociale dal basso, indispensabile per praticare gli obiettivi che ci si era dati.

Ora tutto ciò dimostra che la Cgil per poter riscoprire la propria essenza, la propria ragione di essere, ha bisogno di un nuovo grande movimento spontaneo dal basso, autoconvocato che gli consenta di ritrovare, almeno nei momenti decisivi, la prospettiva dell’unità in senso conflittuale degli sfruttati, per costringere gli sfruttatori a scendere a patti.

Solo in questo modo si potrà finalmente provare a recidere quel cordone ombelicale che vincola la maggioranza della dirigenza della Cgil a quel Partito Democratico che non può neanche immaginare di potersi alternare al governo di una destra sempre più estrema, se non con un esecutivo di larghe intese se non benedetto, quantomeno tollerato dai poteri forti.

Ecco così che dopo l’inattesa battuta di arresto del governo al referendum, quando si è ripresentata al Pd la possibilità di alternarsi la governo, subito ha pensato bene di consegnare in ostaggio ai poteri forti lo scalpo del sindacato. Rendendo di nuovo quest’ultimo pronto a far ingoiare qualsiasi rospo ai lavoratori salariati, sia per non far uno sgarro al governo amico, sia e persino quando il principale partito di riferimento per formare un nuovo esecutivo, ha bisogno di conquistarsi il nulla osta del padronato e, più in generale, dei poteri forti.

Al contrario, avere un governo non ostile, che rappresenta il massimo che si possa ottenere in una società capitalista, diviene utile solo nella misura in cui il sindacato si sente ancora più determinato a spingere avanti le lotte e le mobilitazioni a vantaggio dei ceti sociali subalterni.

Anche nella presente congiuntura politica – in cui un governo ostile alla Cgil è in difficoltà e l’opposizione, già screditata per tutto quello che non ha fatto in passato, non sta facendo nulla per costruire, (mediante una reale mobilitazioni di massa), un governo di alternativa il sindacato dovrebbe tornare a svolgere la sua essenziale funzione, cioè di dirigere e organizzare il conflitto quanto meno dal punto di vista economico e sociale.

A questo scopo bisogna condurre una battaglia da dentro il sindacato affinché riscopra la propria essenza, la propria ragione di essere. Dall’esterno per dare vita a delle strutture trasversali alle appartenenze sindacali, che possano servire da pungolo per rammentare al sindacato la sua ragione sociale, cioè unire e organizzare i lavoratori nella lotta contro gli sfruttatori.

23/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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