Il capitalismo vive una profonda crisi strutturale e, perciò, la guerra imperialista non solo continuerà, ma tenderà inevitabilmente a espandersi. È evidente che la causa immediata della guerra è l’imperialismo, ma la causa profonda è il capitalismo. L’unica soluzione progressiva alla crisi strutturale del capitalismo non può che essere il socialismo. Per quanto tale soluzione possa apparire utopista, per la mancanza o la debolezza del soggetto rivoluzionario, sono le dinamiche stesse della guerra imperialista a creare le condizioni per la rivoluzione sociale. Bisogna, quindi, accumulare le forze e cercare di attualizzare la Rivoluzione in occidente.
Il nostro paese è tardo capitalista. Quindi, siamo in piena crisi di sovrapproduzione. La soluzione per chi vuole far sopravvivere il capitalismo è il riarmo, necessario alla guerra imperialista. Riarmo e guerra imperialista non possono che favorire la transizione dalla seconda Repubblica liberista, alla terza Repubblica bonapartista regressiva. Gli spazi di democrazia formale borghese tenderanno a restringersi sempre di più. Non solo i diritti economici e sociali, ma anche i diritti politici e, persino, i diritti civili sono sempre più a rischio. Si va verso uno Stato progressivamente più autoritario, verso uno Stato di polizia. Questa dinamica antidemocratica e liberticida la dobbiamo necessariamente contrastare. Il rischio altrimenti è di finire in tempi brevi nella terribile situazione degli Stati Uniti, sull’orlo di una guerra civile, visto che è pesantemente sotto attacco lo stesso diritto di voto, di espressione e, persino, l’habeas corpus, fondamento di uno Stato di diritto.
Inoltre siamo ormai in piena campagna elettorale. Il che da una parte è estremamente dannoso perché fa perdere di vista il fatto che solo la lotta di classe paga, mentre ci si illude che si possa modificare le cose e migliorare la condizione dei subalterni attraverso le elezioni e il parlamento. Al contrario, nella migliore delle ipotesi, si potrebbe avere un governo non nemico, che permetterebbe la possibilità di un maggior sviluppo delle lotte sociali che, comunque, sempre dal basso debbono essere innescate, organizzate e implementate, oppure nell’ipotesi peggiore – cosa allo stadio attuale più probabile – le cose potrebbero ulteriormente aggravarsi.
A questo proposito, se l’opposizione resta egemonizzata dal Partito democratico, solo apparentemente controllato da Schlein, tra i possibili scenari c’è il seguente: se Vannacci e i Berlusconi trovano un accordo, avremo un Meloni bis spostato decisamente ancora più a destra. Questo farebbe precipitare, in modo decisamente più rapido, in senso negativo la situazione e la stessa tenuta democratica del paese, come abbiamo potuto constatare con il passaggio dal primo al secondo governo Trump.
Noi, però, oltre a denunciare tutti gli aspetti fortemente antisociali del capitalismo in crisi, dobbiamo anche reagire sfruttando le contraddizioni presenti un un sistema giunto da tempo a uno stadio di putrescenza. Nell’attuale regime liberale la sovranità popolare si riduce a votare individualmente, attualmente in Italia in media ogni quattro anni e un mese, per chi dovrà governarci nella prossima legislatura. L’aspetto fortemente negativo è che fra una elezione e l’altra si delega la sovranità a dei professionisti della politica, che tendono a comportarsi come una casta sempre più parassitaria, anche perché non esiste alcun vincolo di mandato.
D’altra parte, il cittadino sotto elezioni si vede costretto a occuparsi un po’ di politica, per cercare di capire cosa conviene fare quando avrà il dovere di votare. Dunque, cresce l’attenzione per la politica e la società civile tende, potenzialmente, a politicizzarsi.
È assolutamente indispensabile sfruttare questa contraddizione, per cercare di riconquistare credibilità fra le proprie classi di riferimento, i subalterni, facendo conoscere i nostri contenuti, la nostra proposta di programma minimo di classe. Quest’ultimo dovrebbe contenere, innanzitutto, l’opposizione alla guerra imperialista. Questo è il punto, peraltro, sul quale massima è la distanza fra i subalterni e le classi dirigenti e dominanti. Queste ultime vorrebbero un popolo pronto e determinato a combattere nella guerra imperialista, mentre una parte significativa degli oppressi non sarebbe disponibile a entrare nell’esercito nemmeno se il paese fosse aggredito e invaso da altre potenze. Un no alla guerra che significa anche, immediatamente, un netto no al riarmo, un no all’economia di guerra, altro decisivo punto programmatico sul quale le classi subalterne sono certamente molto più vicine alle nostre posizioni rispetto a quelle della classe dirigente e dominante.
La guerra, come possiamo constatare già ora, la combattono sempre le classi subalterne che ne subiscono anche tutti gli effetti negativi, dalle guerre economiche, all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Mentre le classi dirigenti e dominanti vedono rafforzato il loro potere sulle masse popolari e accresciuto il proprio capitale finanziario, grazie alla consuete speculazioni sulla guerra.
Il riarmo, oltre a essere finalizzato alla guerra, comporta l’azzeramento delle spese sociali e per la tutela dell’ambiente. Implica un ulteriore aumento del debito pubblico e degli interessi sempre più elevati che le masse popolari dovranno pagare ai grandi fondi di investimento transnazionali. Così lo Stato sarà sempre più subalterno e strumentalizzato dal grande capitale finanziario. Inoltre un’economia di guerra comporta un ulteriore aumento del potere coercitivo dello Stato a spese della società civile e della stessa libertà di autodeterminazione dell’individuo.
Per quanto tutte queste politiche siano, per così dire, bipartisan, cioè portate avanti tanto dall’ala destra, quanto dall’ala sinistra della classe dominante borghese, è evidente che quando al governo ci sono le forze più reazionarie la militarizzazione della società procede in modo ancora più spedito. Senza contare che quando governa la componente più retriva della classe dirigente, ci si illude più facilmente che la sua sostituzione con il centrosinistra egualmente borghese possa contribuire a migliorare le condizioni di vita delle stesse masse popolari.
La logica della dittatura “democratica” della borghesia si gioca tutta sull’alternanza al governo fra la componente di centrosinistra e quella di centrodestra della stessa classe dirigente. Per cui i programmi di fondo sono più o meno gli stessi, la strategia è comune, mentre cambia la tattica per realizzarla. Perciò tanto più avremo una opposizione egemonizzata dalle forze moderate, tanto più avremo un governo egemonizzato dalla destra radicale e viceversa.
Quindi, è evidente che la lotta contro il centrodestra borghese non possa procedere separata dalla lotta contro il centrosinistra al servizio della medesima classe dominante, cioè la sezione italiana del grande capitale transnazionale. Dunque, per quanto al momento sia prioritario dal punto di vista della politica interna la caduta del governo più reazionario della storia della Repubblica, ciò non toglie che occorre, in secondo luogo, contrastare una opposizione sempre più egemonizzata dagli ordoliberisti.
Anche in prospettiva, se naturalmente occorre in primis fare tutto il possibile affinché non si possa formare un governo Meloni bis, sempre più egemonizzato dall’estrema destra, tale pericolo non può certo essere esorcizzato con un campo largo, tendenzialmente larghissimo. Quest’ultimo, puntando agli elettori più moderati, sarà sempre più succube dei poteri forti. In tal modo, le politiche reazionarie dell’estrema destra potranno recuperare la parte più irrazionale dell’astensionismo, apparendo addirittura come antisistemiche.
Naturalmente questa contraddizione non significa giungere alla posizione, di fatto qualunquista, per cui governo e opposizione, essendo due facce della stessa medaglia, sarebbero equivalenti, per cui non potremmo che rimanere indifferenti rispetto a chi ci governerà. Non solo occorre innanzitutto contrastare il governo, ma bisogna anche sempre considerare meno peggio una dittatura aperta della borghesia, piuttosto che un dittatura democratica.
Per quanto concerne la critica al centrosinistra, al solito è essenziale distinguere fra i vertici e la base. I primi sono espressione del blocco sociale dominante, mentre diversi subalterni prendono come riferimento un partito del centrosinistra, in quanto non trovano una forza credibile della sinistra radicale. Mentre i vertici del campo largo sono, di fatto, contrari al nostro programma minimo, le basi di sinistra lo approverebbero. Quindi è essenziale mettere al centro la questione dei programmi per far esplodere le contraddizioni fra base di sinistra e vertici del centrosinistra.
Naturalmente tale lotta per l’egemonia è difficile perché le forze della sinistra radicale, essendo quanto mai divise, hanno perso credibilità nel popolo della sinistra. La situazione potrebbe mutare soltanto mediante una ripresa dei movimenti sociali che sposterebbero a sinistra il dibattito politico.
Anche tale ripresa non è semplice. I vertici del centrosinistra, che egemonizzano il principale sindacato frenano in ogni modo, perché considerano essenziale dimostrarsi credibili dinanzi ai poteri forti, per potersi alternare al governo della destra.
Perciò, oltre che portare avanti la lotta nella Cgil, è altrettanto necessario impegnarsi nello sviluppo di strutture consiliari in grado di operare indipendentemente dalle burocrazie sindacali. Allo stato attuale il modo più efficace per rilanciare questa prospettiva consiste nell’impegnarsi per lo sviluppo di forme di mobilitazione autoconvocate dei lavoratori.
