Come sconfiggere il mito della razza

Analizziamo come le diverse cause odierne dell’immigrazione involontaria e del razzismo siano da rinvenire nel capitalismo. Di conseguenza per farla finita con la leggenda nera delle razze, funzionale alla guerra fra poveri e contro i poveri, e affinché nessuno sia più costretto o indotto con false promesse a emigrare lottiamo per la rivoluzione in occidente.


Come sconfiggere il mito della razza

Innanzitutto la scienza ha in modo definitivo dimostrato che non esistono razze umane. Del resto l’accoppiamento fra consanguinei andrebbe evitato il più possibile, mentre coppie di continenti diversi generano in media proli più sane e belle. Senza contare che una società più è chiusa, meno progredisce, più è aperta e multiculturale più è vivibile e produttiva.

Per quanto riguarda l’immigrazione è una pratica antichissima e, sostanzialmente, siamo tutti se non emigrati discendenti di immigrati. Peraltro siamo tutti afrodiscendenti, cioè abbiamo tutti necessariamente degli avi che hanno lasciato l’Africa, il loro continente natale, dal momento che è da lì che viene l’homo sapiens.

In secondo luogo gli scienziati prevedono che sic stantibus rebus l’umanità è destinata in tempi geologici non lunghi, massimo 10.000 anni, all’estinzione. Siamo arrivati al sostanziale equilibrio fra numero di morti e numero di nuovi nati. Ma il trend, in quasi tutto il mondo, è negativo. Per cui se non ci estinguiamo prima a causa di una guerra nucleare o per la distruzione del nostro habitat naturale, la popolazione umana è destinata a invecchiare sempre di più. Il che provocherà degli spaventosi sommovimenti sociali molto prima che si arrivi all’estinzione, visto che sempre meno giovani dovranno provvedere a una popolazione sempre più anziana.

Questo problema è già esplosivo in paesi a capitalismo maturo, come ad esempio l’Italia e il Giappone, nei quali già ora l’invecchiamento della popolazione sarebbe economicamente e socialmente insostenibile se non vi fossero molti immigrati da altri paesi e continenti. Questo grandissimo problema non riguarda più esclusivamente i paesi a capitalismo maturo, ma anche paesi in via di sviluppo come la Repubblica popolare cinese. In tale paese, fino a pochi anni fa, sembrava indispensabile limitare il numero delle nascite, mentre oggi il problema è opposto, la popolazione tende non solo a invecchiare, ma lo fa con un trend spaventosamente rapido.

Per cui fra non molto inizieranno dei contrasti e verosimilmente anche delle guerre per poter inserire nella propria società un numero di immigrati in grado di sostenere una popolazione sempre più invecchiata. Peraltro già ora, sostanzialmente in tutti i paesi capitalisti, gli imprenditori sostengono che sia indispensabile far crescere sensibilmente il numero degli immigrati. Non solo, anche i politicanti che fanno carriera attaccando gli immigrati, a microfoni spenti sostengono che in realtà società come la nostra, per poter sopravvivere, avrebbero bisogno di un numero ben maggiore di lavoratori stranieri.

Senza contare che l’immigrazione favorisce decisamente chi importa forza lavoro già formata altrove, rispetto a chi, dopo aver investito nella formazione, vede partire le giovani generazioni. L’immigrazione dal sud al nord ha favorito e continua a favorire il settentrione, mentre è uno dei principali talloni di Achille del meridione. Formare la forza lavoro dal concepimento all’occupazione ha dei costi economici e sociali molto significativi, è un vero e proprio investimento sul futuro. Ora se un paese che si svena per formare una nuova generazione ne vede partire una componente ampia, la più intraprendente e ambiziosa, certamente non trae nessun beneficio da queste continue dipartite. Mentre un paese che deve formare sempre meno lavoratori, in quanto può importarli già formati dai paesi concorrenti, non può che avvantaggiarsi.

Perciò la lotta all’immigrazione è anch’essa una leggenda nera, atta a coprire la lotta agli immigrati o ai migranti. In realtà, persino il concetto di lotta agli immigrati occulta che si tratta di una persecuzione verso gli stranieri non benestanti. Anzi più gli immigrati sono ricchi e più si fanno ponti d’oro per farli rimanere nel nostro paese. Senza contare che il modo in cui vengono trattati cambia profondamente anche per ragioni geopolitiche, oltre che razziste. Emigrati da paesi ricchi, amici, alleati o del “nord del mondo” sono considerati in modo molto diverso rispetto a persone provenienti dai paesi più poveri, da nazioni considerate ostili sul piano geopolitico o da paesi del “sud globale”. Si consideri l’accoglienza completamente differente riservata a ucraini e a siriani o afghani.

Senza contare che fra le cause principali dell’immigrazione vi è, in primis, l’affermazione del modo capitalistico di produzione, che tende ad espellere un numero sempre maggiore di abitanti della campagne, costringendoli a cercare rifugio nelle città. Per cui ancora oggi il fenomeno nettamente più significativo è quello dell’immigrazione interna, incomparabilmente superiore a quella intercontinentale. La maggioranza degli abitanti più o meno costretti ad abbandonare il proprio luogo di nascita o di crescita cercherà, in primo luogo, di raggiungere le città più vicine o comunque gli aggregati urbani del proprio paese. Solo se si risolverà troppo tardi si vedrà costretta a emigrare prima negli Stati limitrofi, poi all’interno dello stesso continente e, solo in ultima istanza, verso un altro continente.

In secondo luogo, c’è la tendenza del modo capitalistico di produzione a creare un mercato sempre più mondiale, una divisione del lavoro e una cooperazione produttiva sempre più transnazionale. Per cui chi detiene i capitali non è interessato al proprio borgo natio, ma tende a investire dove è possibile conseguire un maggior profitto con meno rischi. Inoltre con il capitalismo, tutto viene ridotto a merce e, in primis, la capacità di lavoro. Quindi, come tutte le altre merci, anche la forza lavoro è costretta a emigrare verso i luoghi in cui può venir impiegata nel modo maggiormente profittevole.

In terzo luogo abbiamo fra le principali cause dell’immigrazione il colonialismo e poi l’imperialismo. Fenomeni per i quali le responsabilità principali, nel mondo moderno e contemporaneo, ricadono sui paesi capitalisti e, in particolare, sui paesi capitalisti occidentali. Nei casi di un colonialismo di insediamento la politica della pulizia etnica e della minaccia del genocidio, per chi non si decide a lasciare il proprio paese, ha certamente prodotto e produce inevitabilmente grandi flussi migratori. Ma anche il colonialismo di sfruttamento e depredazione dei popoli più deboli porta a massicce ondate migratorie dei malcapitati. In tutti questi casi sono sempre le vittime che si vedono costrette a emigrare, generalmente proprio verso i paesi colpevoli o complici di politiche colonialiste e neocolonialiste.

Anche l’imperialismo dei paesi capitalisti è fra le principali cause dell’emigrazione dai paesi aggrediti tanto dal punto di vista militare quanto dal punto di vista economico e speculativo. Le politiche di aggressione, di sfruttamento e di guerra imperialista da parte di paesi capitalisti è fra le ragioni principali che costringono i paesi che ne sono vittima a dissanguarsi ulteriormente, vedendo abbandonare la patria principalmente da uomini giovani, forti e intraprendenti. Naturalmente, fra le cause sempre maggiori di immigrazione vi sono le guerre imperialiste o le guerre indotte, prodotte, fomentate o sostenute dall’imperialismo dei paesi capitalisti.

Occorrerebbe poi ricordare, fra le cause sempre più significative delle emigrazioni, i cambiamenti climatici prodotti dall’affermarsi del modo capitalistico di produzione, che rendono sempre meno vivibile l’habitat naturale del genere umano. Questo, come tutte le precedenti cause, non potranno che ampliarsi se continuerà a prevale il modo di produzione capitalistico che ne costituisce il fondamento.

Ciò vale anche dal punto di vista culturale. Con il capitalismo diviene l’ideologia dominante un utilitarismo individualista ed edonistico, per cui il fine ultimo è il successo personale e il profitto individuale. Questo, a cominciare dal nostro paese, fa sì che chiunque veda maggiori possibilità per fare carriera o maggiori possibilità di fare profitto all’estero, non si faccia nessuno scrupolo a partire. Sempre meno persone ritengono che i problemi non si risolvano individualmente, sfuggendo alle difficoltà del proprio luogo di radicamento sociale, ma collettivamente organizzandosi e lottando per migliorare il mondo a partire dal luogo in cui ci siamo radicati socialmente.

Senza contare che i paesi a capitalismo avanzato nascondono ideologicamente la propria profonda crisi e le proprie terribili contraddizioni, per cui l’enorme ricchezza di pochi è funzione della grande povertà della maggioranza, per attrarre forza lavoro già formata all’estero.

Anche perché bisogna necessariamente distinguere fra chi è più o meno costretto a emigrare, chi lo fa perché ingannato o illuso e chi lo sceglie in modo realmente libero. Il problema è che sono troppi quelli che, per le cause che abbiamo visto, sono costretti o indotti ingannevolmente dal capitalismo ad abbandonare il luogo in cui sono cresciuti e in cui hanno sviluppato dei rapporti sociali collettivi, che emigrando all’estero vanno, almeno all’inizio, perduti.

Bisogna inoltre considerare chi specula sugli immigrati, o semplicemente utilizzandoli per accrescere l’esercito industriale di riserva, indebolendo di conseguenza tutti i lavoratori salariati, o per dividere i lavoratori, facendo credere agli sfruttati autoctoni di essere dei privilegiati. In tal modo gli oppressi autoctoni perderanno di vista la consapevolezza fondamentale: occorre lottare contro il capitalismo perché gli sfruttati non hanno null’altro da perdere se non le loro catene. Si viene così a creare una aristocrazia operaia ideale nel senso peggiore del termine, cioè fittizia, illusoria. In effetti, le condizioni di ultrasfruttamento e oppressione che vivono i lavoratori salariati non ricchi stranieri non serve a migliorare le condizioni di vita degli sfruttati autoctoni ma, esclusivamente, a fargli credere che non sono più la classe potenzialmente rivoluzionaria, avendo dei presunti privilegi da difendere.

Arriviamo così a chi specula ideologicamente sulla tragedia di che è costretto o indotto a emigrare e che, perciò, non fa nulla per contrastarne le cause reali. In effetti con il suffragio universale e lo sviluppo della società civile, le classi dominanti hanno bisogno di sviluppare la capacità di egemonia, cioè di dominare con il consenso dei subalterni. D’altra parte, visto che il loro potere si fonda sullo sfruttamento e l’oppressione dei subalterni, non intendono fare concessioni per mantenere l’egemonia e, quindi, ricorrono abitualmente e progressivamente al mito reazionario del razzismo.

17/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

Pin It

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.


Contattaci: