La “cultura della difesa” di Crosetto: verso l’israelizzazione dell’Italia?

E’ sempre più diffusa nel discorso politico del governo la cultura delle armi a trecentosessanta gradi, una “cultura” reazionaria che entra nelle scuole , nei trasporti ovunque ci sia occasione di profitto.


La “cultura della difesa” di Crosetto: verso l’israelizzazione dell’Italia? Credits: https://commons.wikimedia.org/

Nei giorni scorsi, in occasione della presentazione del Master di II livello in «Valorizzazione del Patrimonio e della Cultura della Difesa» – la prima esperienza di questo tipo promossa dal Ministero della Difesa –, il ministro Guido Crosetto ha pronunciato un impegnativo discorso, sul concetto di  “Cultura della difesa” ,significativamente pubblicato per intero sul giornale della Confindustria. [1]

“Cultura della difesa”  è un’espressione che, da tempo, presiede alla progressiva militarizzazione della vita civile, dalla scuola ai trasporti [2]. L’intervento del ministro conferma e accentua la centralità di questo concetto, delineandone la funzione nell’immaginario e nelle strategie dei gruppi dirigenti italiani e atlantici. Nel ragionamento di Crosetto, la “cultura della difesa” rappresenta la scelta di un Paese di porre l’idea di potenza come centro gerarchizzante della propria vita sociale, civile e istituzionale. 

Si tratta di una visione limpidamente reazionaria: quella di arroccare l’Italia nella funzione di piattaforma armata dell’Occidente. Non si può non osservare come tutto ciò sia contrario alla Costituzione, in particolare all’articolo 11, e allo stesso interesse nazionale. Anzi, espone il Paese a rischi e costi enormi – come stiamo vedendo in questi giorni – e ne deprime le potenzialità che la geografia gli offre nel rapporto con i paesi Mediterraneo e dell’ Oriente. In questo quadro, la società italiana viene ristrutturata non solo secondo nuove priorità, ma radicalmente secondo il paradigma militare, all’insegna della “sicurezza” e della “protezione”. 

Particolarmente rilevante è l’analisi che Crosetto compie sui singoli settori chiamati a essere protagonisti della cultura della difesa nazionale, in stretta connessione con le Forze Armate: innanzitutto l’università, vista come fucina di classi dirigenti formate in chiave militarista; poi l’industria, base materiale della difesa; i media, chiamati a costruire uno spazio informativo coerente con le esigenze di sicurezza; la scuola e il mondo della cultura, incaricati di forgiare coesione nazionale al servizio delle strategie di difesa. 

Tutto ciò ha un nome preciso: modello israeliano. Un modello in cui forze armate, intelligence, apparati formativi, gruppi finanziari e tecnologici sono così profondamente integrati da risultare quasi indistinguibili.[3] Un modello che produce classi dirigenti e rappresentanza politica del tutto funzionali, trasversali tra pubblico e privato, che hanno introiettato la logica della violenza come una seconda pelle. Si potrebbe dire che il lungo lavoro di influenza svolto dagli israeliani in Italia abbia sortito non solo l’effetto di mutare l’orientamento della politica estera del Paese – tradizionalmente attento, in diverse culture politiche, alla causa palestinese – ma si sia imposto come modello e come base di alleanze internazionali a classi dirigenti italiane disorientate dal mutamento degli assetti mondiali e preoccupate soprattutto della sicurezza dei propri privilegi. 

In questo quadro è centrale il ruolo di una galassia come Leonardo (e le sue aziende partecipate, le sue fondazioni): fabbrica di armi, ma anche di modelli industriali, gestionali, informativi e geopolitici. Leonardo rappresenta una camera di compensazione di interessi e il nucleo di una rete di rapporti che fanno perno su Stati Uniti e Israele, con un ruolo crescente dell’industria tedesca, perno del riarmo europeo. È chiaro che, per quanto il governo e i generali parlino di interesse nazionale e persino di autonomia strategica, adottare questo modello israeliano costituisce anche un atto di sottomissione a oligarchie militari e industriali che operano sul piano globale.

Note:

[1] Il discorso è stato pubblicato integralmente (o ampiamente riportato) su Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2026, n. 93.

[2] Sul concetto di “cultura della difesa” e sulle sue conseguenze, in particolare in ambito formativo, si veda: A. Mazzeo, Lezioni di guerra: il militarismo nella scuola italiana, in La controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra, MarxVentuno Edizioni, 2025.

[3]  L’espressione “cultura della difesa” ha acquisito rilevanza istituzionale per la prima volta nell’ambito dei dibattiti sulla riforma dei servizi di informazione e sicurezza

 

 

 

 

10/04/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Luca Cangemi

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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