Quello che l'elezione di Ursula von der Leyen ci dice a proposito del nostro futuro (parte 2)

O la presidenza von der Leyen sarà in grado di portare a termine il Quarto Reich, oppure si affermerà ancora una volta la supremazia dell'imperialismo USA


Quello che l'elezione di Ursula von der Leyen ci dice a proposito del nostro futuro (parte 2)

Segue dalla prima parte.

La posta in gioco e la contraddizione USA-Germania

Proprio quest'ultimo punto - la scelta consapevole della subordinazione ai monopoli dominanti a livello internazionale e alle loro manifestazioni statali - svela la questione fondamentale del passaggio storico che viviamo: la costituzione di relazioni di nuovo tipo e di nuovi rapporti di forza alla base della liberalizzazione dei mercati su scala planetaria. È su questo terreno che i monopoli tedeschi si scontrano con il loro avvantaggiato, diretto concorrente, con l'ostacolo più minaccioso: l'imperialismo statunitense.

Che ridisegnare la fisionomia stessa dei mercati fosse l'obiettivo finale dei grandi monopoli internazionali sin dalla formulazione del "nuovo ordine mondiale" guidato dagli USA come sbocco dopo la fine della Guerra Fredda, è cosa nota. L'enfasi posta, nel corso degli anni '90, dall'amministrazione Clinton sull'ideologia della "globalizzazione", contro la quale molti di noi si mobilitarono a Genova nell'estate del 2001, non faceva però i conti con l'impossibilità strutturale del monopolio statunitense del potere politico e militare di assicurare il realizzarsi dell'esito desiderato dalla potenza uscita vincitrice dal collasso del blocco socialista. Nei vuoti di potere creati da quell'inadeguatezza degli USA come unica superpotenza e nel fallimento conseguente dell'ideologia della globalizzazione, l'imperialismo tedesco ha trovato lo spazio necessario a preparare l'attuale fase della sua riemersione. Non è un caso se proprio l'implicita ammissione, da parte degli USA, del proprio fallimento negli anni '90, da leggersi nella transizione dall'amministrazione Clinton a quella "neoconservatrice" di George W. Bush e nel conseguente cambiamento nell'ideologia ufficiale della Casa Bianca, abbia consentito il manifestarsi del primo sintomo dell'irreversibile divaricazione tra gli interessi del capitale monopolistico statunitense e quelli dei suoi concorrenti europei.

Il rigetto europeo della Seconda Guerra del Golfo, che vide come assoluta protagonista la Francia di Chirac, forte del suo ruolo diplomatico in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, fu segnato dall'allineamento sulle medesime posizioni sostenute da Parigi da parte del Belgio - non a caso sede delle istituzioni UE - e appunto della Germania, in una saldatura politica fino ad allora inedita con la Russia che paralizzò e mise fuori gioco la NATO. Molti ricorderanno quale fu allora la posizione espressa da Condoleezza Rice, consigliera per la Sicurezza Nazionale di Bush: "Punire la Francia, ignorare la Germania, perdonare la Russia". Certamente la Rice dette mostra, in quella fase, di essere non solo la criminale di guerra che tutti conosciamo, ma anche un'interprete della situazione internazionale all'altezza delle tradizioni intellettuali dei dirigenti della politica estera degli Stati Uniti. Occorre allo stesso modo testimoniare l'allineamento all'amministrazione statunitense, in quell'occasione, dei governi europei di Regno Unito, Italia, Spagna e dei paesi dell'est: un sintomo evidente di come l'egemonia tedesca nella "costruzione europea" stesse allora appena germogliando.

Nel 2008, proprio alla fine della presidenza Bush che era risultata inevitabilmente ancora più fallimentare di quella di Clinton nell'assicurare la stabilità del predominio unipolare degli USA, uno dei massimi teorici della politica estera d'oltre Atlantico ed ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, pubblicava un saggio dal titolo: "L'ultima chance - La crisi della superpotenza americana" (edizione italiana: Salerno editrice, Roma 2008). Dopo aver analizzato il fallimento dei tre presidenti "leader mondiali" susseguitisi alla Casa Bianca in seguito alla conclusione della Guerra Fredda, Brzezinski indicava la via da percorrere per dare una "seconda chance" al primato degli USA nel consolidamento dell'integrazione economica dell'area atlantica e in un rafforzato sodalizio politico, anche a costo di sacrificare margini non di poco conto della discrezionalità degli USA nella determinazione delle loro politiche. Una voce, quella di Brzezinski, particolarmente autorevole ma non isolata, a sostegno di una posizione che avrebbe finito per affermarsi con la nuova amministrazione democratica insediatasi a Washington a gennaio 2009.

Muovendosi su quella linea, la presidenza Obama ha conseguito alcuni significativi successi, riuscendo a erodere la solidità dell'asse franco-tedesco e a riprodurre una contraddizione profonda tra gli stati europei in occasione dell'aggressione del 2011 contro la Libia di Gheddafi, durante la quale l'opposizione tedesca si trovò isolata tra il compattarsi di Regno Unito, Francia e Italia nell'asse dei "volenterosi" sostenuti da Washington da un lato, e l'inerzia della Russia e della Cina dall'altro. Il risultato fu uno dei più efferati crimini di questo inizio secolo: la distruzione della Libia, con la conseguente crisi umanitaria, e il velato riallineamento della Germania al resto del blocco atlantico, manifestatosi in occasione del linciaggio di Gheddafi, poi finito da un colpo di pistola sparato da un sicario francese: la posizione del convoglio su cui viaggiava il rais libico, secondo alcune fonti, sarebbe stata rivelata ai bombardieri "alleati" dai servizi segreti di Berlino.

Negli otto anni della presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno però soprattutto puntato sull'integrazione economica dell'area atlantica. Figlio di quella strategia - l'unica possibile per produrre una riaffermazione a lungo termine del primato USA - è stato soprattutto il TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti), un accordo di libero commercio oggetto di trattative segrete tra USA e UE a partire dal 2013, che avrebbe segnato un'integrazione economica senza precedenti tra la potenza nordamericana e il vecchio continente e che potenzialmente si sarebbe potuto estendere al Canada.

Dal 2011, tuttavia, gli avvenimenti hanno subito un'accelerazione inaspettata. L'approfondirsi della crisi sociale in tutto l'occidente ha prodotto alcuni importanti effetti politici. In Europa, di primaria rilevanza è stata la vittoria della Brexit nel referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'UE del 2016. Un passaggio potenzialmente esplosivo per l'ideologia, e dunque per la coesione di un'Unione a guida tedesca attraversata dalla collera popolare per ingiustizie e nuove povertà e per l'arrogante e violento rigorismo ordoliberista imposto dalla Germania a proprio beneficio nella gestione del collasso di intere nazioni (ad esempio la Grecia), ma anche estremamente nocivo per la politica dell'amministrazione Obama, che infatti diede luogo, nel corso della campagna referendaria, a una sfacciata ingerenza negli affari interni di Londra e nella libera espressione del voto dei cittadini britannici. Con la vittoria della Brexit, l'influenza degli Stati Uniti negli affari europei ha subito un grave colpo, dovuto al ridimensionamento del ruolo del paese che da sempre ha rappresentato la loro "cinghia di trasmissione" in seno alla UE. Si è così indebolito il cordone ombelicale atlantico, come non accadeva dai tempi dello scontro con la Francia gollista negli anni '60, con il conseguente prodursi di una situazione inedita che la dirigenza tedesca ha saputo fino ad ora gestire con un certo successo.

Sempre nel 2016, le trattative per il TTIP entravano in stallo a causa del rifiuto delle condizioni statunitensi da parte della Germania e, al suo seguito, della Francia.

Infine, nel novembre 2016, la continuità nell'approccio statunitense ai rapporti con l'Europa veniva nuovamente infranta dalla vittoria elettorale di Donald Trump, anch'essa determinata dagli effetti della crisi sociale negli Stati manifatturieri di un paese prostrato da decenni di dogmatica iper-liberista, deindustrializzazione e repressione violenta del malessere degli strati più poveri della società.

Non appare casuale come, tra i fronti di scontro aperti da Trump con la controparte europea subito dopo il suo insediamento, uno dei primi sia stato quello relativo alla NATO, che ad oggi rappresenta uno dei maggiori elementi di squilibrio nei rapporti di forza tra USA e UE e che storicamente è sorella gemella della "costruzione europea", essendo nata nella temperie della Guerra Fredda e nel quadro della strategia di Washington, con obiettivi antisovietici complementari a quelli dell'allora CEE e dei suoi antecedenti.

Se da un lato l'Alleanza Atlantica si è estesa sia a est, fino alla frontiera russa, che a sud con l'ammissione della Colombia, essa è apparsa, in particolare in occasioni quali la guerra in Iraq o quella in Libia, come uno strumento sempre più attraversato da contraddizioni ed esposto, in momenti cruciali, al rischio del manifestarsi di aperte divergenze tra gli stati membri, fino alla paralisi. Alla base di quel rischio, in ogni passaggio critico si è evidenziata una contraddizione tra la linea statunitense e quella tedesca. È in questo contesto che va collocata l'accelerazione del riarmo "in proprio" di alcune nazioni del vecchio continente, con in testa la Germania, e il nuovo slancio assunto dalla parola d'ordine della costruzione dell'esercito europeo, verso cui sono stati mossi passi concreti.

Di qui l'insistenza di Trump sull'aumento degli oneri finanziari in capo agli "alleati europei" per il mantenimento della NATO, e cioè del quadro entro il quale si legittima lo stanziamento di truppe USA in Europa che contribuisce in modo determinante a mantenere lo squilibrio attuale nei rapporti di forza complessivi. Tali pressioni, che pure non hanno trovato sordi molti dei destinatari, hanno evidenziato come l'Alleanza assuma sempre più i connotati della testimonianza di una fase ormai conclusa delle relazioni tra le due sponde dell'Atlantico. Ciò peraltro non significa che essa non possa acquisire contenuti nuovi, nell'ambito di una possibile riaffermazione del primato statunitense, ma l'esito degli sforzi profusi in tal senso dagli Stati Uniti appare tutt'altro che scontato.

In tale contesto, mentre la nuova amministrazione USA seppelliva il TTIP ormai fallito e si abbandonava alle guerre commerciali a geometria variabile e alla politica dei dazi sulle importazioni nel tentativo di spezzare le convergenze d'interesse tra i principali concorrenti del primato statunitense, l'inquilino dello studio ovale si dedicava a pubblici attacchi scomposti nei confronti proprio della Germania, rivelando al mondo l'essenza di una contraddizione già visibile da tempo. Unico effetto ottenuto: consolidare l'egemonia tedesca sull'Europa e permettere all'UE di raccogliere il testimone del nuovo modello di costituzione dei mercati mondiali, ossia la stipulazione di accordi bilaterali di libero scambio destinati ad abbattere garanzie sociali e sanitarie e a creare uno spazio mondiale del "libero mercato" in cui contino solo i rapporti di forza e la competitività al ribasso, con la rimozione definitiva di orpelli tradizionali della "democrazia liberale" quali la sovranità popolare e la potestà legislativa dei parlamenti.

Nell'arco di poco tempo si sono susseguiti accordi bilaterali di questo tipo tra UE e Canada, Giappone, Vietnam, Messico e Singapore, cui si aggiungeranno nel prossimo futuro Mercosur, Australia-Nuova Zelanda e certamente altri ancora. Nel maggio scorso è stato stabilito in sede UE che questi accordi non saranno più sottoposti a ratifica da parte dei parlamenti dei paesi membri dell'Unione, mentre il modello per la composizione delle controversie commerciali che essi introducono, quello degli arbitrati internazionali, porta a compimento l'opera di svuotamento delle istituzioni politiche "liberali" che rappresentano oggi, a tutti gli effetti, organi vestigiali di un passato che il capitalismo vuole al più presto rimuovere, alla ricerca di profitti che solo la competizione in mercati globali sempre meno soggetti a controllo può garantire. Si può dire che l'UE, oggi motore di questa evoluzione, ne sia stata anche il paradigma originario, attraverso le sue diverse fasi costitutive: un primato su cui riflettere e nella conquista del quale l'imperialismo tedesco, con la sua influenza economica e ideologica, ha avuto un ruolo determinante.

Conclusioni

Ecco dunque i motivi per cui oggi la presidenza tedesca della Commissione Europea ricoperta da Ursula von der Leyen, così fortemente caratterizzata socialmente e ideologicamente, deve essere letta come sintomo di un passaggio storico la cui gravità non può in alcun modo essere sminuita. Non a caso l'amministrazione Trump sembra intenzionata, seppure nel modo rozzo che l'ha contraddistinta fino ad ora, a tentare di resuscitare il defunto TTIP: la posta in gioco è la conquista di un ruolo costituente nella determinazione della fisionomia che avranno i mercati mondiali del futuro. Una prospettiva, questa, nella quale le nostre vite sono valutate una volta di più, da parte della borghesia monopolistica che detiene il potere, alla stregua di qualcosa di meno che carne da macello.

I margini per condurre una lotta politica ci sono: la Brexit inserirebbe in questo progetto un potenziale, imprevisto elemento di collasso pericolosissimo sia per Berlino che per Washington, se a prevalere dovessero essere, durante o dopo l'uscita, le forze popolari. Innegabilmente un simile esito è reso molto difficile dalle profonde contraddizioni che attraversano il Labour Party di Jeremy Corbyn, ma esso non è impossibile. In questo senso non è né un caso né un errore, ma al contrario una scelta politica lungimirante, l'appoggio accordato al dirigente laburista da quasi tutte le forze della sinistra comunista britannica. È per questo che il sostegno a una Brexit progressista deve essere la parola d'ordine sulla quale mobilitare tutte le nostre forze durante il prossimo autunno, in quanti più paesi possibili: se un modello di rottura con l'UE dovesse affermarsi e in quel quadro emergessero le ragioni delle classi popolari, si aprirebbe la via per la rinascita di un movimento per la trasformazione della società con vocazione maggioritaria e capace, quindi, di porre la questione del potere politico a dispetto della tirannide sempre più soffocante della finanza e delle sue istituzioni tecnocratiche. I comunisti sono i primi a essere chiamati a contribuire a quell'esito: la posta in gioco è, né più né meno, un ritorno all'autonomia di classe dei lavoratori, a dispetto degli sforzi di tutte le oligarchie e di tutte le tecnocrazie.

Allo stesso modo, il rafforzarsi del progressismo negli Stati Uniti e il crescere della partecipazione popolare intorno a parole d'ordine avanzate rappresentano un fatto nuovo di vitale importanza per chiunque, in questa fase, voglia sinceramente battersi per la causa del progresso. La battaglia per la giustizia sociale, razziale, di genere e ambientale negli USA mostra i primi segni della definizione di una propria autonoma fisionomia politica e, se ciò dovesse giungere a compimento, le classi lavoratrici statunitensi avrebbero un'occasione senza precedenti per imporre cambiamenti la cui profondità è imprevedibile e le cui ripercussioni si propagherebbero positivamente in tutto il mondo. Non siamo certo a quel punto - tutt'altro - ma allo stato dei fatti tutto è possibile e i segnali incoraggianti vanno moltiplicandosi.

Anche nell'Europa continentale, i movimenti di massa sviluppatisi in Francia negli ultimi tre anni e il pur incompiuto spostamento a sinistra del principale sindacato, la CGT, ci dicono che la via della lotta è percorribile e che la battaglia per orientare la collera delle masse verso la trasformazione radicale dell'esistente non è affatto persa in partenza, a patto che a condurla sia una soggettività politica consapevole, organizzata e capace d'interpretare e dar forma alle aspirazioni profonde di chi sta soccombendo sotto il peso di un sistema in tutti i sensi insostenibile. Ancora una volta, il tema è quello dell'autonomia della classe.

Siamo sulla soglia di cambiamenti epocali: resta da determinare se le masse popolari ne saranno un attore indipendente o un oggetto passivo. E poco importa che i fenomeni nel campo della sinistra politica fin qui menzionati abbiano caratteristiche sociali e ideologiche contraddittorie, immature e talvolta finanche viziate da opportunismi o dal rifiuto di abbracciare una prospettiva di rovesciamento dello stato di cose presente: se prendiamo coscienza del fatto che la sconfitta del nostro movimento nel 1989-1991 ha provocato l'espulsione della teoria rivoluzionaria dall'orizzonte concettuale delle masse, allora sappiamo che il nostro ruolo è quello di ricondurvela, con tutta la duttilità tattica e la capacità di adattamento necessarie ad affrontare un compito tanto arduo.

In caso contrario, o la presidenza von der Leyen sarà in grado di portare a termine il suo mandato a far fare un salto di qualità all'edificazione del "Quarto Reich", la superpotenza europea a guida tedesca destinata a competere con gli Stati Uniti e la Cina per il primato nei mercati di domani, oppure si affermerà ancora una volta la supremazia dell'imperialismo USA, di certo sull'area atlantica e probabilmente sul mondo intero. Nessuna delle due opzioni è preferibile: in entrambi i casi, la conseguenza sarà un disastro ambientale, sociale ed economico capace di travolgerci tutti.

28/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessio Arena

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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