Caracas sotto attacco, PSUV sotto pressione: Delcy Rodríguez nel mirino della guerra ibrida contro il Venezuela

Il bombardamento statunitense e il sequestro del Presidente Nicolás Maduro segnano un salto di qualità nella strategia di “massima pressione” contro la Rivoluzione Bolivariana. Al centro della risposta istituzionale emerge Delcy Rodríguez, bersaglio di una guerra psicologica mirata a dividere il PSUV.


Caracas sotto attacco, PSUV sotto pressione: Delcy Rodríguez nel mirino della guerra ibrida contro il Venezuela

L’aggressione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela e il rapimento del Presidente legittimo Nicolás Maduro non possono essere ridotti ad un episodio di politica macroregionale. Sono, soprattutto, la forma più brutale e più scoperta di una logica imperiale che da anni tenta di piegare Caracas con sanzioni, isolamento diplomatico, sabotaggi economici e, infine, con la forza armata. In questa cornice, l’operazione di Washington non mira unicamente a “rimuovere” un leader, ma a produrre un’immagine politica, una scena globale, un messaggio disciplinante per l’intero Sud del mondo. Far vedere Maduro “in manette”, o comunque ridotto a ostaggio, significa dichiarare che la sovranità di un Paese non allineato può essere sospesa in qualsiasi momento per decreto del più forte.

La ricostruzione di quanto avvenuto parte da una campagna iniziata con atti di pirateria e operazioni sedicenti “antidroga” nel Mar dei Caraibi, trasformata progressivamente in un assedio navale e in una militarizzazione a largo raggio, fino alla notte dell’attacco. In quella sequenza, la narrazione statunitense si è fondata su un copione ben collaudato: l’etichetta di “narcotraffico” e “criminalità transnazionale” come pretesto per alzare il livello della coercizione. È la stessa logica denunciata da esponenti venezuelani quando, già in precedenza, Maduro parlava della “diplomazia delle cannoniere” e di una “massima pressione” ormai diventata apertamente militare; ed è la stessa logica che il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha contestato ricordando che problemi complessi non si affrontano con i missili, ma con il dialogo.

A parte la propaganda di facciata, l’obiettivo politico dell’aggressione non è affatto ambiguo. Come affermato dal Ministro degli Esteri Yván Gil, che ha definito l’attacco “vile e criminale”, l’operazione punta ad “appropriarsi delle ricchezze naturali” del Paese, in particolare il petrolio, presentando un “falso positivo” come giustificazione. Gil ha inoltre qualificato i responsabili come “autentici aggressori e criminali di guerra”, rimarcando che la pace venezuelana non è una concessione dell’Occidente ma una scelta sovrana condivisa e difesa da istituzioni e popolo.

Questa lettura si incrocia con la dimensione più delicata della crisi: la gestione della continuità dello Stato e, simultaneamente, la battaglia sulle percezioni. La guerra contemporanea, lo vediamo in ogni teatro di crisi, non si combatte solo con bombe e droni ma con narrazioni, “vuoti di potere” costruiti mediaticamente, sospetti seminati ad arte, tentativi di creare fratture nell’élite dirigente e nelle forze di sicurezza. In questo caso, l’obiettivo della propaganda occidentale sembra essere la Vicepresidente Delcy Rodríguez, che ha assunto la Presidenza ad interim in assenza di Maduro.

Citando la sua affermazione più netta e politicamente dirimente: «Qui c’è un solo Presidente, e si chiama Nicolás Maduro Moros». Questa frase rappresenta un atto di difesa costituzionale, un argine contro l’obiettivo implicito dell’operazione statunitense: produrre un “interregno” che legittimi nuove pressioni, riconoscimenti selettivi, governi ombra, oppure una transizione pilotata dall’esterno. La Vicepresidente, convocando d’urgenza il Consiglio di Difesa della Nazione, ha collocato la risposta nella cornice della legalità interna e della mobilitazione popolare, insistendo sul fatto che l’azione di Washington mira al “cambio di regime” e, per questa via, alla “cattura” delle risorse energetiche e minerarie venezuelane.

Proprio la centralità istituzionale di Delcy Rodríguez spiega perché Washington e i suoi circuiti comunicativi possano essere tentati di “sbandierarla” come interlocutrice, alimentando speculazioni su presunti contatti segreti. Per queste ragioni, riteniamo necessario smentire categoricamente l’idea che Delcy Rodríguez avesse canali riservati con funzionari statunitensi, o che possa essere parte del possibile “marcio” che ha reso possibile il rapimento di Maduro. A nostro modo di vedere, tali speculazioni dirette ad arte da Washington sono unicamente volte a spaccare il PSUV, secondo un pattern tipico delle operazioni di destabilizzazione: quando l’avversario non riesce a rovesciare un governo con una rivolta interna credibile, tenta di decomporre il blocco di potere dall’interno, delegittimare i vertici, insinuare diffidenza reciproca, spingere verso “soluzioni” negoziate alle condizioni dell’aggressore.

In questo senso, Delcy Rodríguez diventa un bersaglio perfetto per la guerra psicologica: è una figura di governo con profilo alto, un volto istituzionale che ha garantito in poche ore la continuità delle funzioni statali e la legittimità della catena di comando civile, godendo inoltre del sostegno popolare. Accusarla senza prove, o dipingerla come possibile “cerniera” con l’impero, significa tentare di indebolire l’unico spazio che può evitare il collasso desiderato dall’aggressore: l’unità politica del chavismo e la coesione tra governo, popolo organizzato e forze armate.

Grazie alla continuità costituzionale garantita dall’investitura provvisoria della Vicepresidente, il Paese non è precipitato nel caos. Il Ministro dell’Interno Diosdado Cabello ha invitato alla calma e all’unità, affermando che “il Paese è in completa calma” e che gli aggressori si aspettavano una reazione disperata e incontrollata che non c’è stata. Yván Gil, intervenendo anche in sede CELAC, ha ribadito che Maduro resta “in pieno esercizio del suo mandato” pur essendo illegalmente sequestrato, e che “il Venezuela, nonostante l’attacco, è in pace e calma” con istituzioni funzionanti. Queste dichiarazioni hanno un significato strategico di grande rilievo, quello di impedire che una narrazione di “vuoto di potere” diventi il grimaldello per nuove aggressioni, sanzioni ulteriori, riconoscimenti arbitrari o interventi “umanitari” travestiti.

La traiettoria politica di Delcy Rodríguez aiuta a capire perché la sua figura sia cruciale oggi. Formatasi nel cuore dell’apparato politico-diplomatico bolivariano e divenuta nel tempo una delle architravi dell’esecutivo, Rodríguez ha incarnato per anni la dimensione della sovranità come prassi quotidiana: difesa del diritto internazionale dalla parte dei popoli, denuncia delle sanzioni come guerra economica, costruzione di alleanze nel Sud globale, e gestione della resilienza istituzionale nelle fasi di assedio. Con Chávez, la generazione di quadri che ha retto l’urto del 2002, del sabotaggio economico e delle campagne di delegittimazione ha costruito un principio: la Rivoluzione non sopravvive senza Stato, e lo Stato non regge senza organizzazione politica. Con Maduro, quel principio è stato messo alla prova da sanzioni e isolamento; oggi lo è da una forma ancora più radicale: la violenza militare diretta e il sequestro del capo dello Stato.

La sua figura mostra che la catena di legittimità non si spezza, che il chavismo non è un culto del leader ma un blocco politico con istituzioni, procedure, strumenti di continuità. Ed è per questo che l’aggressore, se non riesce a imporre un “Guaidó 2.0” credibile, può tentare la strategia inversa: far circolare l’idea che l’unico modo di “trattare” sia attraverso un interlocutore interno, seminando diffidenza, insinuando tradimenti, spingendo verso la frattura tra componente civile e apparato di difesa.

In questo momento, dunque, la pretesa statunitense di sostituire il diritto con la forza incontra un apparato politico e istituzionale che non collassa, non si divide e non cede alla trappola del sospetto generalizzato. Delcy Rodríguez, per ruolo e storia politica, si trova nel punto esatto dove si decide l’esito immediato della crisi: garantire continuità, rivendicare legittimità, impedire la “normalizzazione” del sequestro come fatto compiuto, e sventare l’operazione più insidiosa di tutte: usare la propaganda per far credere che la frattura sia già dentro il PSUV, quando in realtà è l’aggressore a volerla imporre dall’esterno.

07/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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