A chi appartiene lo Stato?

Una delle principali differenze fra la dominante concezione idealista e borghese della politica e la concezione marxista e rivoluzionaria del materialismo storico concerne la definizione della natura classista o meno dell’apparato statale.


A chi appartiene lo Stato?

Oggi persino in quella che si autodefinisce sinistra radicale tende a prevalere la concezione idealistica dello Stato che Lenin considerava il fondamento dell’opportunismo. Si tratta della pia illusione che lo Stato sia una struttura oggettiva, tecnica, super partes, la cui natura dipenderebbe, sostanzialmente, da chi la governa. Perciò anche la sinistra radicale, all’interno degli stessi paesi imperialisti, dà un’importanza spropositata alle elezioni. Dietro di ciò si cela l’illusione che si possa gestire e amministrare democraticamente lo Stato anche in un paese imperialista. Il che, oltre a essere un controsenso, è una vera e propria distopia. Dietro la quale si cela spesso quella che Lenin definisce la peggiore forma di opportunismo, ovvero ritenere imperialista esclusivamente l’imperialismo concorrente del proprio. Per cui l’unico reale imperialismo sarebbe quello statunitense, di conseguenza l’imperialismo italiano e dell’Unione europea costituirebbero una contraddizione secondaria, o addirittura non sarebbero imperialismi. Fino ad arrivare alle concezioni che Lenin definiva socialscioviniste, ovvero al battersi per il proprio imperialismo, italiano o dell’Unione europea, in quanto costituirebbe il più efficace argine all’imperialismo statunitense. Anzi si arriva al punto di ritenere che, dopo la recente vittoria dei democratici, nemmeno quello statunitense sarebbe un vero e proprio imperialismo.

Ora l’Italia unita nasce monarchica e liberal-conservatrice con la riduzione del diritto di voto ai soli gruppi sociali dominanti. Non appena si conquistò il suffragio universale maschile – peraltro accordato proprio per dare una veste democratica alla politica imperialista – la classe dominante, per mantenere il proprio dominio sullo Stato, ha imposto al paese prima una guerra imperialista e poi il ventennio fascista

D’altra parte, molti credono che le cose siano cambiate con la Costituzione democratica conquistata mediante la resistenza. Sebbene, come è noto, tutti i principali aspetti progressisti della costituzione rimasero a lungo o sono tutt’ora lettera morta, a causa in primis della guerra fredda, il partito comunista italiano ha finito per considerare ormai superate le proprie origini rivoluzionarie per divenire il principale sostenitore della costituzione tradita.

Senza contare che, nel frattempo, l’Italia entrava a far parte di strutture imperialiste transnazionali, a partire dalla Nato e dal Mercato comune europeo che avrebbero determinato, a prescindere dal governo in carica, lo schieramento internazionale del paese e l’adesione a una politica economica liberale, abdicando di fatto al controllo sulle proprie forze armate e le proprie politiche economiche. L’indirizzo necessariamente liberale di queste ultime è stato ulteriormente rafforzato dagli accordi di Maastricht, dal Fiscal Compact e dall’inserimento dell’obbligo di pareggio di bilancio in costituzione che, insieme al debito pubblico, tolgono dal controllo di chi governa, a ogni livello, la determinante politica economica

A rendere ancora più evidente la natura di classe dello Stato è la gestione della politica interna, delle forze di sicurezza – preposte in primis al libero godimento della proprietà privata – e degli apparati repressivi dello Stato. Così, subito dopo la fine del fascismo, iniziava con la strage di Portella della Ginestra la strategia della tensione e l’operare di strutture segrete e parallele come Gladio e Stay-behind, volte proprio a impedire che si ponesse in questione la natura di classe dello Stato

Così, nella Sicilia in cui nel secondo dopoguerra si erano sviluppati significativi movimenti dei senza terra volti all’occupazione delle terre incolte, iniziò quella che sarà in seguito definita la stagione delle stragi. Proprio in questi anni si alternano nel ruolo strategico di “capo dell’Ispettorato di Ps gli ex questori fascisti di Lubiana, Ettore Messana (accusato di crimini di guerra) e Ciro Verdiani, già capo-zona dell’Ovra a Zagabria e questore di Roma nel 1946”. [1]

Più in generale, negli anni del secondo dopoguerra, a sottolineare la natura classista dello Stato, vi è la gestione dell’ordine pubblico costata, in meno di dieci anni, oltre sessanta morti, oltre tremila feriti, quasi centomila arresti e ventimila condannati “tra operai e contadini impegnati nelle lotte per lavoro e terra”.

Del resto, ancora a metà degli anni sessanta, venivano dal regime fascista “62 prefetti di prima classe su 64; 64 prefetti di seconda classe su 64; 241 viceprefetti; 7 ispettori generali di Ps su 10; 120 questori su 135; 139 vicequestori su 139, mentre su 1642 commissari e vicecommissari solo 34 avevano vaghi legami con la Resistenza”. Ancora più clamorosa è la brillante carriera nelle istituzioni dello Stato democratico dei militari coinvolti nel “Piano Solo” del generale De Lorenzo, un tentativo di colpo di Stato volto a bloccare le timide riforme del primo governo di centro-sinistra post guerra fredda, sottolineando la natura classista dello Stato, con la minaccia aperta di un colpo di Stato militare volto a imporre una nuova dittatura aperta della classe dominante. Così “il colonnello Mario de Julio, incaricato di emettere l’ordine d’arresto contro dirigenti di Pci e Psi”, una volta realizzato il golpe , “fu promosso comandante della Legione di Livorno; Dino Mingarelli, capo di Stato Maggiore della Divisione Pastrengo di Milano, responsabile degli ordini d’assedio delle zone operaie della città”, durante il colpo di Stato militare di estrema destra, “diverrà direttore della scuola sottufficiali prima di essere condannato per il depistaggio della strage di Peteano del 1972; il colonnello Romolo Dalla Chiesa capo di Stato Maggiore della Divisione Ogaden di Napoli divenne comandante della Legione Lazio”.

Allo stesso modo, come denunciò il deputato Giancarlo Pajetta, “quelli che hanno ordinato l’attacco contro gli studenti” – del movimento studentesco del 1968 – “che li hanno fatti bastonare, che li hanno portati in questura, non sono uomini nuovi. Sono quelli del 1964 [ossia del golpe De Lorenzo], quelli del 1960 [degli eccidi di chi si batteva contro la provocazione dei neofascisti di svolgere il loro congresso a Genova, medaglia d’oro della resistenza]. Un generale dei carabinieri che preparava campi di concentramento adesso comanda un po’ di più; un generale di brigata è diventato generale di divisione; il generale che ha falsificato i documenti perché il processo andasse com’è andato, quello è stato promosso ha ricevuto una stella di più. Una stella al merito della menzogna”.

Così anche negli anni Settanta, anche quelle che lo stesso movimento studentesco ha definito “stragi di Stato” non hanno interrotto la promozione sul campo di chi garantiva la natura di classe dello Stato. “Ecco, dunque, l’ex direttore del confino fascista di Ventotene Marcello Guida gestire l’ordine pubblico a Torino e poi, sempre nel 1969, da questore di Milano accogliere dopo la strage di Piazza Fontana [madre di tutte le stragi] il presidente della Camera Pertini, suo ex detenuto; Silvano Russomanno repubblichino arruolato nella Luftwaffe nazista divenire numero due dell’Ufficio Affari Riservati negli anni di stragi e golpe [gli anni della strategia della tensione]; gli agenti Pietro Mucilli, Vito Panessa, Carlo Mainardi e il carabiniere Savino Lograno tutti promossi e presenti al momento della morte di Giuseppe Pinelli [suicidato, per fargli confessare che la strage fascista di Piazza Fontana fosse opera dell’estrema sinistra] in questura a Milano; Giuseppe Pièche, ai vertici del Sim fascista e uomo di fiducia di Mussolini diventare referente del ministro dell’Interno Scelba e poi essere indagato, e assolto, per il golpe Borghese del 1970 [altro tentativo di colpo di Stato fascista] mentre il figlio Augusto, nel 1968, organizzava il viaggio dei neofascisti italiani nella Grecia dei colonnelli”, autori di un colpo di Stato militare, che aveva dato vita a un governo dittatoriale di estrema destra.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di eventi ormai passati, caratteristici degli anni della guerra fredda. In realtà anche questa opinione è decisamente idealista. Per limitarci solo agli ultimi venti anni, a ribadire ancora una volta la natura di classe dello Stato dinanzi a chi osasse porla nei fatti in dubbio, vi sono le immancabili promozioni sul campo per i funzionari degli apparati repressivi dello Stato condannati in via definitiva per la gestione dell’ordine pubblico, durante le manifestazioni di Genova volte a contestare il G8. Ecco che, allora, “uno è diventato vice direttore del Cesis; uno è stato assunto in Finmeccanica dal suo ex capo in Polizia che intanto ne era salito al vertice; uno è andato a guidare l’antiterrorismo e la Divisione anticrimine e un altro ancora il Centro operativo della Polizia stradale a Roma, prima di diventare vicequestore. La lista si allunga di anno in anno senza che “i ripetuti cambi delle coalizioni di partiti al governo del paese abbiano osato mettere in discussione quella ‘procedura amministrativa obbligata’ posta a giustificazione ufficiale di tali avanzamenti”.

Significativa, a questo proposito, l’esemplare risposta dell’attuale ministro della difesa, di fronte alla domanda, apparentemente scontata, su per chi parteggiasse, nel recente scontro per le presidenziali statunitensi, fra Donald Trump – rappresentante della destra radicale – e il candidato del Partito democratico Joseph Biden. Il ministro – pur essendo a propria volta esponente di spicco del Partito democratico – ha risposto di stare dalla parte del “Deep State”, ossia di quello Stato profondo che garantisce la natura di classe dello Stato a prescindere da chi possa ottenere la guida del governo sulla base dell’espressione della volontà popolare, che dovrebbe essere sovrana.

Note:

[1] Questa e le successive citazioni sono tratte dall’ottimo articolo La “continuità” dello Stato come ordinaria procedura del grande storico Davide Conti, uscito ne “Il manifesto” del 13/11/2020.

21/11/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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