La scuola si mobilita

Il 17 novembre il mondo della scuola è sceso in piazza in tutta Italia contro la manovra di bilancio e la riforma reazionaria del governo Meloni. Intervista a Massimiliano De Conca, Segretario Generale FLC CGIL Lombardia


La scuola si mobilita

Siamo tornati ad intervistare Massimiliano De Conca, Segretario Generale FLC CGIL Lombardia, sulla mobilitazione nel mondo della scuola, sulla valutazione della riforma Valditara e sull’azione di opposizione al governo della CGIL. A cura di Edoardo Acotto e Guido Salza

Parliamo innanzitutto della riforma Valditara. Sappiamo che nel nostro Paese la scelta della scuola superiore è già altamente segregata dal punto di vista sociale (per es, i figli di genitori con titolo di studio basso tendono a iscriversi molto meno frequentemente ai licei classici e scientifici rispetto a quelli di genitori con la laurea, a parità di risultati scolastici alle medie). Come impatterà sul livello delle diseguaglianze la ulteriore spinta alla professionalizzazione contenuta nella riforma sui filoni tecnici e economico-sociali?

Il concetto di base di questa riforma, se tale può essere definita, è una maggiore subordinazione dell’istruzione al mondo del lavoro. La conoscenza è concepita secondo uno schema ancillare rispetto al lavoro, ma questo sistema mantiene in sé una forte componente classista. Pensare che l’istruzione debba riempire i buchi della domanda del mondo del lavoro significa ridurre la scuola ad un avviamento al lavoro. Inoltre, di fondo, confermata dal concetto strisciante di meritocrazia, c’è un’idea di selezione che appartiene ad un’idea di scuola di stampo gentiliano. L’orientamento è senza dubbio importante nella vita scolastica e civile di uno studente, ma ancora di più dovrebbe essere importante la possibilità di dare a tutte le studentesse e tutti gli studenti delle pari opportunità. Accorciare invece i percorsi di istruzione e abbinarci una formazione terziaria (ITS) ibrida e gestita da aziende private, non è una riforma della scuola, ma del Ministero del Lavoro, semmai. Del resto la stessa denominazione di questo disegno, la “filiera” tecnico-professionale, non richiama nemmeno linguisticamente la scuola. Il rischio concreto è rafforzare l’idea che qualcuno potrà studiare per prendere il suo posto nella classe dirigente, qualcun altro dovrà invece avviarsi al lavoro.

In Italia anche la dimensione territoriale concorre in maniera determinante alla struttura delle disuguaglianze. La CGIL ha messo in guardia il governo sui rischi dell’autonomia differenziata applicata al mondo della scuola. Il divario dell’offerta formativa nord-sud è quindi destinato a crescere?

In Italia manca da anni una visione a lungo respiro della programmazione del lavoro, industriale e non. Il tema oggi è far funzionare il mercato in base alle richieste attuali, non definire obiettivi e strategie per traguardare il mercato del lavoro oltre la contingenza. La politica economica risponde cioè a logiche di mercato e non determina a sua volta il mercato, ne è sottomessa. Affidare lo sviluppo economico di una regione alle sue visioni strategiche significa condannare l’Italia alla disgregazione. Attenzione perché non è un problema esclusivo delle regioni cosiddette più povere o di quelle più ricche, perché il disegno di legge Calderoli, affidando attraverso meccanismi di autonomia differenziata l’autosufficienza di una regione alla politica che quella regione riesce a produrre, cancella una visione complessiva per rispedire l’Italia all’epoca dei comuni e delle signorie. Non è detto che delle regioni cosiddette ricche prosperino, perché è innegabile che in quelle regioni si andrà incontro alle esigenze dei gruppi di potere economico predominanti: che sia Confindustria o Assolombarda non importa. Significa condannare però la formazione degli studenti, futuri cittadini, a logiche di mercato; significa barattare appunto un cittadino con un ingranaggio. E questo perché ciascuna regione potrà non solo prevedere un piano di reclutamento dei docenti ad hoc, sia per quanto concerne la pianta organica sia per quanto concerne gli aspetti anche salariali, dunque contrattuali, ma anche perché determinerà in maniera ancora più preponderante di quanto accade oggi il contenuto dell’offerta formativa. Regioni a trazione economica agricola svilupperanno una istruzione e formazione funzionale a quel mercato del lavoro; regioni a trazione economica industriale dirigeranno il piano dell’offerta formativa verso quegli obiettivi. Si assiste qui ad un rovesciamento della Riforma di Gentile, perché è facile pensare che le discipline umanistiche siano messe in secondo piano a favore di quelle più spendibili nel mondo del lavoro. L’autonomia differenziata lascia presagire questi scenari di differenziazione sociale e culturale: contro questo impoverimento della scuola pubblica della costituzione non possiamo rimanere inermi.

Tu e la CGIL scuola avete lavorato molto sul tema della valutazione, avanzando una serie di proposte per trasformare invalsi da uno strumento di controllo dall’alto e di aumento dei divari a uno strumento utile nelle mani della comunità scuola. In che direzione va invalsi con questa riforma?

L’Invalsi è un ente di ricerca che deve raccogliere dati e fornire al decisore politico gli elementi per intervenire sul sistema scolastico in modo da attuare il dettato costituzionale del superamento degli ostacoli. Serve cioè sapere dove intervenire, economicamente e socialmente, in modo tale che il diritto allo studio sia esigibile ovunque sul territorio italiano. Chiaramente l’autonomia scolastica prevede un controllo esterno che ne monitori l’attuazione, ma in termini pedagogico-didattici. Invalsi non è invece un ente certificatore di competenze, perché non nasce per valutare il singolo: basare l’assegnazione di risorse su un singolo dato, la fotografia di una performance, va contro ogni principio di valutazione educativa e formativa. Parimenti non si può determinare l’orientamento scolastico sulle prove Invalsi né si può fare degli esiti delle prove Invalsi dei dogmi, dei numeri, delle classifiche. Prevale in questa lettura una visione miope neoliberale, quella delle classifiche e delle competizioni. Abbiamo bisogno di Invalsi per progettare innovazione didattica, non per allocare risorse come attribuzione di premi o definire delle competenze spendibili per il mondo del lavoro.

Ancora una volta, si prova a lasciare le chiavi della scuola ad attori privati, dando priorità al profitto economico rispetto alla formazione delle nuove generazioni. Quali sono le proposte della CGIL per la costruzione di un rapporto virtuoso tra mondo della scuola e mondo del lavoro?

Inutile nascondere che la scuola non può essere avulsa dal mondo del lavoro, ma, come detto sopra, non ne può essere subordinata. La scuola ha il compito di formare i cittadini, il senso critico, il senso di partecipazione sociale, in esso anche il senso del dovere e del lavoro. Ma non può essere confusa con l’avviamento al lavoro. Per questo ogni progetto di alternanza scuola-lavoro deve rimanere in capo all’organizzazione scolastica che ne deve garantire il fulcro pedagogico e didattico. Al di fuori di questo perimetro è sfruttamento.

Quali sono le prossime tappe per la mobilitazione del mondo della scuola?

L’anno prossimo, il 2024, ci permetterà di ricordare i 25 anni dell’autonomia scolastica e i 50 anni dei decreti delegati e delle 150 ore. Sicuramente autonomia e collegialità, democrazia e partecipazione, saranno al centro della nostra riflessione, come lo sono state in questi anni che ci hanno visto contrastare derive centraliste e autoritarie, dalla L.107/15 (la Buona Scuola) alla scuola dei tutor, degli orientatori e della sorveglianza. Il nostro impegno è focalizzato sulla valorizzazione delle professionalità scolastiche attraverso il prossimo rinnovo contrattuale e sulla partecipazione del personale scolastico alla realizzazione dei progetti educativi. Significa restituire forza e centralità agli organi collegiali ed alle RSU all’interno di ogni singolo istituto.

Parliamo ora più in generale dell’azione di opposizione al governo della CGIL. È la prima volta che usando la legge del 1990 un ministro firma per la precettazione di uno sciopero generale. Come si pone la CGIL sul tema della precettazione?

Noi abbiamo scelto di regolamentare gli scioperi secondo una legge (146/90) che risponde alla Costituzione; la stessa Costituzione garantisce la possibilità per i lavoratori di scioperare. Ora, quando uno sciopero è proclamato secondo le leggi dello Stato non può essere fermato pensando che arrechi disagio: gli scioperi sono pensati per arrecare disagio, un disagio temporaneo che serve a richiamare l’attenzione pubblica su un determinato problema. Per questo le precettazioni hanno senso soltanto se entro i perimetri di legge su alcuni servizi ritenuti essenziali. Al di fuori di questi perimetri è abuso.

Gli sforzi della CGIL per tenere insieme l’unità di azione con la UIL stanno dando i loro frutti. Ritieni utile (e se sì, in che modo) l’allargamento dell’unità sindacale verso da una parte CISL e dall’altra i sindacati di base? Esiste una riflessione a riguardo dentro la CGIL?

L’unità sindacale è fondamentale quando costruita su una piattaforma comune e orientata verso la tutela dei più deboli. Diversamente è una leva opportunistica. Ma una piattaforma sindacale di rivendicazione è tanto più credibile quanto costruita su obiettivi chiari, realistici, progressivi.

Infine, i rapporti con il mondo politico. La CGIL è in prima linea nell’opposizione al governo, anche perché il mondo politico stenta a definire un fronte di opposizione efficace. Quale dovrebbe essere un’agenda politica che stia al fianco dei lavoratori nel nostro paese?

Oggi il tema dell’emergenza salariale è dirimente: si vive per lavorare e spesso lavorare non è abbastanza per vivere dignitosamente. La priorità delle nostre rivendicazioni risiede nella centralità del lavoro dignitoso e sostenibile, armonizzato con la vita privata. Serve per questo un sistema che permetta di conciliare il lavoro con altre priorità sociali. La questione del lavoro femminile è all’interno di questa rivendicazione: deve finire l’epoca dei bonus e dei contentini, bisogna invece pensare ad investimenti sociali che permettano davvero la partecipazione e la valorizzazione delle donne nella vita lavorativa alla pari con gli uomini. La questione della precarietà del lavoro, della sua frammentazione, della nuova schiavitù del lavoro povero sono temi che non devono essere lasciati ad una propaganda populista e malpancista buona soltanto in epoca di elezioni. Istruzione, lavoro, beni comuni, formazione, innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale non devono rimanere titoli di un programma elettorale, ma devono essere le priorità per uno stato sociale che non lasci nessuno indietro.

08/12/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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