La rivoluzione necessaria alla realizzazione dei diritti umani

Per Gramsci i diritti umani sono destinati a rimanere formali all’interno della società borghese. Per concretizzarli vi è bisogno di una profonda trasformazione sociale


La rivoluzione necessaria alla realizzazione dei diritti umani Credits: https://www.scienzesociali.org/antonio-gramsci/

Gramsci fa notare come nella loro declinazione astratta borghese anche i più significativi diritti dell’uomo possono essere riempiti dei contenuti più diversi, anche di contenuti palesemente in contrasto con lo spirito di chi li ha affermati. Ciò vale in primo luogo per il concetto di libertà, a proposito del quale si domanda Gramsci: “1) cosa significa concretamente ‘libertà’ per ognuna delle tendenze europee del secolo XIX? 2) Queste tendenze si muovevano per il concetto di libertà o non piuttosto per il contenuto particolare con cui riempivano il formale concetto di libertà? [..] Un concetto come quello di libertà che si presta ad essere impiegato dagli stessi gesuiti, contro i liberali, che diventano libertini di contro ai ‘veri’ partigiani della giusta libertà, non è appunto solo un involucro concettuale che vale solo per il nocciolo reale che ogni gruppo sociale vi pone?” [1].

A proposito del sorgere e dello svilupparsi del concetto ancora astratto di eguaglianza, Gramsci fa riferimento alle “più scempie e ‘razionali’ teorie democratiche” connesse “alla concezione della ‘natura umana’ identica e senza sviluppo come era concepita prima di Marx per cui tutti gli uomini sono fondamentalmente uguali nel regno dello Spirito (= in questo caso allo Spirito Santo e a Dio padre di tutti gli uomini). (..) Questa ‘comune facoltà di pensare’ diventata ‘natura umana’, ha dato luogo a tante utopie [di cui] si riscontra traccia in tante scienze che partono dal concetto dell’uguaglianza perfetta fra gli uomini” (6, 82: 756).

D’altra parte, fa notare a ragione Gramsci, la concezione per cui si possa realizzare un eguaglianza non solo formale anche in una società classista, in cui lo Stato esprime il dominio di un blocco sociale sulla massa dei subalterni, è una concezione tipica del “socialismo piccolo-borghese” o “socialismo reazionario”. Come osserva a questo proposito Gramsci: “la confusione di Stato-classe e Società regolata è propria delle classi medie e dei piccoli intellettuali, che sarebbero lieti di una qualsiasi regolazione che impedisse le lotte acute e le catastrofi: è concezione tipicamente reazionaria e regressiva” (6, 12: 693). Al contrario, fa notare ancora Gramsci, “gli utopisti, in quanto esprimevano una critica della società esistente al loro tempo, comprendevano benissimo che lo Stato-classe non poteva essere la società regolata, tanto vero che nei tipi di società rappresentati dalle diverse utopie, s’introduce l’uguaglianza economica come base necessaria della riforma progettata: ora in questo gli utopisti non erano utopisti, ma concreti scienziati della politica e critici congruenti. Il carattere utopistico di alcuni di essi era dato dal fatto che ritenevano si potesse introdurre la uguaglianza economica con leggi arbitrarie, con un atto di volontà” (Ibidem).

Al contrario, come mostra Gramsci, l’avvento del regno della libertà, la piena realizzazione di un’eguaglianza non solamente formale – in grado di favorire il superamento della contrapposizione fra dominanti e dominati, dirigenti e diretti, intellettuali e masse –, la fraterna cooperazione fra i popoli della terra richiedono il superamento di un ordine giuridico fondato su rapporti di proprietà volti a perpetuare privilegio e particolarismo e di una società lacerata da interessi sociali contrapposti [2].

D’altra parte, per Gramsci, sebbene il mito del necessario affermarsi della società regolata abbia svolto in una determinata epoca una funzione progressiva, simile alla rappresentazione della predestinazione e della grazia, tuttavia è ormai per Gramsci da seppellire “con tutti gli onori del caso” (11, 1: 1394). Gramsci intende, così, contrastare l’illusione che vi sia un meccanicistico rapporto di causa ed effetto fra affermazione del suffragio universale e progresso storico, secondo una rappresentazione affermatasi con la Rivoluzione francese dovuta alla forza egemonica del blocco rivoluzionario del capitale in grado di affermare la propria volontà politica sulle campagne. Più avanzata si è, dunque, dimostrata la posizione dei comunardi che hanno inteso portare avanti il proprio progetto anche di contro all’ostilità dell’Assemblea nazionale, rispetto alla fede mal riposta dei Rivoluzionari del 1848 nelle virtù salvifiche del suffragio universale che avrebbe prodotto un parlamento guidato dalle forze regressive e clericali che aprirono la strada al colpo di mano bonapartista. Gramsci irride il feticismo costituzionalistico e la critica astratta alla dittatura ricordando come anche nella borghese Rivoluzione francese la costituzione fosse stata sospesa appena approvata nel 1793, dal momento che nello stadio di assedio in cui viveva il nuovo potere in gestazione anche la propria costituzione poteva diventare un’arma nelle mani dei suoi nemici [3]. Del resto, la troppo prolungata esistenza di un apparato statuale incapace di dare impulso alla struttura produttiva e di sviluppare la vita etica è un fenomeno di morte e di passivizzazione delle masse. Un nuovo ordine duraturo è possibile solo mediante una profonda rivoluzione nazionale in grado di risvegliare le masse. Se la funzione dello Stato è di rendere la società civile adeguata alle esigenze imposte dalla struttura economica, l’indispensabile battaglia per la conquista di essa richiede, per essere portata a compimento, la presa del potere politico di modo che siano i rappresentanti del nuovo assetto della struttura economica a dirigere lo Stato.

Perciò, a tale scopo la concezione idealista di una rivoluzione passiva, mediante i metodi “dell’accentramento statale (scuola, legislazione, tribunali, polizia)”, attraverso un’“azione che scenda dall’alto” (6, 162: 815) era per Gramsci destinata a fallire [4]. Solo coinvolgendo da subito nella preparazione e nella realizzazione di tale profondo rivolgimento la maggioranza della società, storicamente esclusa dall’attività politica, sarà possibile – secondo Gramsci – superare in tempi relativamente brevi limiti culturali secolari, forzando i subalterni a prendere coscienza delle “proprie responsabilità inderogabili” (Ivi: 816) [5].

A tale scopo diviene per Gramsci decisivo contrastare ogni forma di centralismo burocratico in cui l’unità è ridotta a “palude stagnante” a “giustapposizione meccanica di singole ‘unità’ senza nesso tra loro” (13, 36: 1634). Occorre, al contrario, rendere organiche la teoria e la prassi, i dirigenti e i militanti, gli intellettuali e le masse. Solo in tal modo si può dar vita a un centralismo democratico duttile in grado di riadattarsi alle differenti esigenze poste dalla prassi e a partire da questa fondare un’unità concreta e non dogmatica. Realmente organico è in effetti, come fa notare a ragione Gramsci, proprio il centralismo democratico, in quanto esprime la costante tensione dell’organizzazione ad adeguare la propria struttura al corso storico, un contemperare “le spinte dal basso con il comando dall’alto, un inserimento continuo degli elementi che sbocciano dal profondo della massa nella cornice solida dell’apparato di direzione che assicura la continuità e l’accumularsi regolare delle esperienze” (13, 36: 1634). Ciò comporta, di conseguenza, la costante lotta alla burocrazia, altrimenti il movimento indispensabile ad adeguarsi alle differenti situazioni si irrigidirebbe in modo meccanico. Ciò non toglie l’esigenza di dare continuità al gruppo dirigente volto a garantire l’organicità dello sviluppo.

Del resto, per Gramsci ogni progetto di trasformazione sociale nei paesi a capitalismo avanzato deve muovere dal presupposto che in essi lo Stato oltre che nell’apparato governativo vive nell’“apparato ‘privato’ di egemonia o società civile”. Perciò oltre che per la guerra di movimento occorre attrezzarsi per una lunga guerra di posizione, volta a conquistare le casematte in cui si articola la struttura massiccia delle democrazie moderne” (7, 13: 1566). Termine medio fra Stato, in senso stretto, e società civile è l’opinione pubblica (i mass-media, i partiti, il parlamento, i sindacati etc.). Essa diviene il luogo del conflitto fra la classe dominante che tende a monopolizzarla e i subalterni che si battono per non essere ridotti ad un pulviscolo individuale e disorganico” (7, 83: 914). Gli apparati ideologici di cui si serve la classe dominante per formare l’opinione pubblica sono i mezzi di comunicazione, le scuole e università, le associazioni culturali e ricreative, sino all’architettura e alla toponomastica. È, dunque, indispensabile che le classi dominate abbiano piena coscienza della potenza e pervasività dell’egemonia borghese e dei suoi apparati, per evitare politiche avventuriste. Una guerra di movimento non adeguatamente preparata, osserva Gramsci, conquistando casematte nell’opinione pubblica, può anche conseguire parziali vittorie militari, ma è in definitiva destinata alla sconfitta. Di fronte alla pervasività degli apparati ideologici della classe dominante per non venir schiacciati i ceti dominati devono acquisire consapevolezza della propria identità. Mentre le classi dirigenti trovano la loro unificazione nello Stato, le classi dominate restano una “frazione disgregata” della società civile. È, dunque, indispensabile “elevare intellettualmente sempre più vasti strati popolari, per dare personalità all’amorfo elemento di massa, ciò significa lavorare a suscitare élites di intellettuali di un tipo nuovo che sorgano direttamente dalla massa pur rimanendo a contatto con essa” (11, 1: 1392). Particolarmente ostica per loro è la lotta per emanciparsi da elementi imposti dall’esterno da uno Stato e da un costume che non sono prodotto della loro autonoma elaborazione. Tale difficoltà non può essere superata, a parere di Gramsci, contrapponendo all’imposizione sociale e politica un’alternativa posta spontaneamente dalla coscienza dei subalterni, come ancora oggi tanto movimentismo tende a credere. Essendo “contraddittorio l’insieme dei rapporti sociali, non può non essere contraddittoria la coscienza” (16, 12: 1875) dei singoli e in particolare dei subalterni in cui più avanzato è lo stadio di disgregazione sociale per la mancanza di un patrimonio storico di iniziativa autonoma. Per superare la contraddizione del gruppo sociale e più in particolare del singolo occorre sviluppare una coscienza storica collettiva, corrispondente al diverso grado di sviluppo storico, di organizzazione sociale e politica, che si ha di mira. Tale necessità storica non si sviluppa naturalmente, ma è prodotto di una riflessione critica sull’esistente e di un’azione volta meticolosamente a razionalizzarlo. Tale compito decisivo è reso più ostico dal fatto che “tutti i malcontenti e falliti delle altre classi si buttano dalla sua parte per rifarsi una posizione” (249) rendendo più difficile lo sviluppo dello spirito di scissione.

Note:

[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi Torino 1977, p. 1230. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.
[2] “Onde la rivendicazione popolare della eleggibilità di tutte le cariche, rivendicazione che è estremo liberalismo e nel tempo stesso sua dissoluzione” (6, 81: 752).
[3] Osserva a questo proposito Gramsci: “Feticismo costituzionalistico. (Storia delle Costituzioni approvate durante la Rivoluzione francese: la Costituzione votata nel 93 dalla Convenzione fu deposta in un’arca di cedro nei locali dell’assemblea, e l’applicazione ne fu sospesa fino alla fine della guerra: anche la Costituzione più radicale poteva essere sfruttata dai nemici della Rivoluzione e perciò era necessaria la dittatura, cioè un potere non limitato da leggi fisse e scritte)” (3, 56: 337).
[4] Come dimostrano l’insuccesso delle Democrazie Popolari dell’est Europa e delle socialdemocrazie dell’ovest, per non parlare dei più recenti governi di centro-sinistra in paesi a capitalismo avanzato.
[5] Come è in parte avvenuto, recentemente, in Venezuela.

01/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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