Rojava, tanto tuonò che piovve

Gli Stati Uniti tradiscono i patti e aprono la strada alla terza invasione Turca della Siria


Rojava, tanto tuonò che piovve

Le nubi che da mesi si addensano al confine tra Siria e Turchia hanno infine prodotto il temuto temporale. L’annunciato disimpegno degli Stati Uniti nel nord della Siria, dove ha combattuto a fianco delle milizie curde, si è concretizzato questa settimana, lasciando campo libero all’invasione turca. Ankara vuole assicurarsi il controllo di una striscia di confine lunga quasi 500 km e profonda 30 utile a ricollocare i quasi 3 milioni di rifugiati siriani che attualmente stazionano sul proprio territorio e meglio assicurare la protezione delle proprie frontiere dalle forze curdo-siriane che considera organizzazioni terroristiche.

D’altronde, questa non è la prima operazione militare nella zona. Il nord della Siria è rivendicato dai kemalisti fin dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano e dall’inizio del nuovo millennio, a seguito dell’accordo di Adana del 1998 che portò alla cacciata di Abdullah Öcalan, il governo di Damasco autorizza l’esercito turco a sconfinare proprio di 30 chilometri per combattere i miliziani del PKK (il Partito Comunista Curdo), che da allora anche la Siria riconosce come formazione “terroristica” al pari di Stati Uniti ed UE. Ma con l’abbandono del marxismo da parte del PKK, la guerra in Iraq e poi in Siria, il ruolo dei curdi è andato mutando, tanto da esser diventati preziosi alleati dell’occidente una volta che l’Isis è diventato inservibile come forza di destabilizzazione.

Grazie alle loro conquiste sul campo e al ruolo riconosciuto dai paesi imperialisti, i curdi-siriani sono riusciti a strappare una certa autonomia a Damasco, che ora si trova stretta tra la necessità di tener fede agli accordi di Adana - che impongono ad Assad di combattere le formazioni curde armate al confine con la Turchia - e la necessità di tributare il giusto riconoscimento alle formazioni YPG che hanno contribuito a liberare la Siria dall’Isis. Un’ambiguità mal vista dalla Turchia che ha condotto tre campagne militari oltre confine con l’appoggio dell’Esercito Siriano Libero - una formazione filo-occidentale che dal 2011 combatte per rovesciare militarmente il governo del presidente Bashar Al Assad - che, con il pretesto di allontanare l’Isis dal confine, vuole assicurarsi l’allontanamento dei curdi dagli oltre 800 chilometri di frontiera.

Tre operazioni - la prima iniziata nell’agosto 2016 (operazione “Scudo dell’Eufrate”), la seconda nell’ottobre 2017 nel Governatorato di Idlib benedetta da Iran e Russia con gli accordi di Astana e la terza a inizio 2018 (operazione “Ramoscello d’Ulivo”) - che hanno permesso alla Turchia di mantenere una presenza militare in Siria, cacciando ad est del fiume Eufrate le forze curde, e di allacciare sempre più stretti rapporti con la Russia, il paese che di fatto ha impedito all’occidente di rovesciare Assad e creare un moderno califfato guidato dai fascisti dell’Isis.

Ma l’ultima offensiva turca si è fermata a Manbij, la città dove si trovava un contingente statunitense di circa 2mila soldati e da allora sono iniziati i negoziati tra Washington e Ankara, terminati il 7 agosto 2019 con l’intesa per formare una zona cuscinetto (safe zone) tra le zone turche quelle curde. Tra le altre cose, l’accordo prevedeva che questi ultimi si ritirassero dagli avamposti di confine in cambio della protezione da parte del governo USA. Il 27 agosto, in base all'accettazione dell’accordo, le forze curdo-siriane avevano informato di aver completato il ritiro delle loro unità da sei postazioni vicino alla frontiera oggi invasa.

Stando così le cose, parlare di pugnalata alle spalle è normale. Formalmente, a scontrarsi sono l’unico alleato occidentale sul campo nella lotta all’Isis contro il secondo più grande esercito della NATO. Ma l’autonomia curda fa paura ai paesi su cui insiste questo popolo senza Stato e che solo recentemente è riuscito a ritagliarsi una qualche forma di autonomia nel nord dell’Iraq e della Siria; come fa paura l’avvicinamento politico-militare tra la Turchia e la Russia. Ed ora che la situazione sul campo si è definitivamente chiarita, con l’Isis che è scomparso ed il governo di Assad che non è più in pericolo, tutti concordano che le velleità delle fazioni più indipendentiste curde devono essere fermate.

È presto per dire come evolveranno le operazioni sul terreno. La forza militare turca è di gran lunga superiore e non dovrebbe aver problemi a portare a termine la missione. I curdi, dal canto loro, resisteranno ma è probabile che alla fine dovranno ripiegare. Ma indipendentemente da ciò, quanto sta avvenendo dovrebbe far riflettere non solo sulle conquiste sociali della Rojava e sulla loro valenza, locale più che internazionale, ma anche su che cosa significa, nell’epoca post-campista, l’alleanza tattica con potenze imperialistiche, per natura disinteressate ad assicurare i diritti dei popoli e la loro pacifica convivenza. Che nella regione mediorientale ancora scontano gli effetti del colonialismo anglo-francese che ne ha tracciato i confini e del persistere del dominio mondiale del capitalismo, che impedisce la soluzione della questione sociale, ingrediente indispensabile ad assicurare la pace internazionale.

13/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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