Come creare una alternativa al campo larghissimo che non favorisca la riconferma al governo della destra radicale

Alla luce di un'analisi dei più recenti sviluppi della politica internazionale, cerchiamo di rispondere alla fatidica questione del che fare? dei comunisti, in primo luogo nel sempre più drammatico contesto italiano


Come creare una alternativa al campo larghissimo che non favorisca la riconferma al governo della destra radicale Credits: https://www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/

Trump, poiché si è fatto cacciare dalle affinità elettive con Netanyahu nel ginepraio della guerra all’Iran, non ha la possibilità al momento di muovere nella direzione della guerra alla Cina. Anche se l’attacco all’Iran, come quello al Venezuela, possono essere comunque interpretati come una guerra indiretta alla Repubblica popolare, che crea dei rapporti di forza vantaggiosi per un futuro scontro diretto. Al momento Trump, anche per tenere buona la sua base isolazionista, gioca a fare il Krusciov che esalta la distensione e la coesistenza pacifica con la Cina. Peraltro, come già nel caso degli accordi con la Russia, la linea di Trump sembra sempre quella di impostare uno scenario sulla falsariga della conferenza di Yalta per spartirsi il mondo in zone di influenza con le superpotenze avversarie. Senza contare che Trump deve distanziarsi dall’ “imperialismo democratico” dell'amministrazione Biden, incentrato nella lotta contro gli Stati totalitari, in primis Russia e Cina. Infine anche per formazione Trump segue una logica economicista ed è, naturalmente, fortemente influenzato dalla volontà della classe dominante economica, che ha ancora troppi interessi e investimenti in Cina, per cui se ha bisogno delle politiche della cannoniere della destra repubblicana per assicurarli, dall’altra al momento non può permettersi una rottura completa e una guerra con la Repubblica popolare.

Dall’altra parte un po’ tutti i paesi, a eccezione della classe dirigente al momento al potere in Iran, sono interessati a evitare che gli Stati Uniti, che hanno bisogno per motivi economici di proseguire nella loro tattica della guerra preventiva permanente, si sfoghino al momento contro un’altra nazione.

Senza contare che la politica di blocco dello stretto di Hormuz portata avanti dall’Iran, oltre che dagli Stati Uniti, fa gli interessi economici dei produttori energetici di questo paese, divenuti ora i massimi esportatori di petrolio ai danni dei sauditi, penalizzando, a causa dell’impedimento di uno dei corridoi fondamentali degli scambi fra Europa e Asia, grandi importatori come la Cina.

Ecco, quindi, che assicuratisi la sostanziale neutralità della Repubblica popolare, che continuerà sotto traccia, senza esporsi troppo, a sostenere il proprio alleato iraniano, il governo degli Usa procederà con ultimatum molto gravosi per l’Iran, che rischiano di scatenare un nuovo conflitto bellico fra i due paesi. Con gli Stati Uniti sempre pronti a far pesare sulla bilancia, come l’alleato israeliano, il potenziale nucleare indispensabile a evitare che l’Iran li colpisca per ritorsione, costringendolo a sfogarsi sui loro alleati nel Golfo persico.

Peraltro, questa politica guerrafondaia statunitense rischia sempre di più di spingere le petromonarchie del Golfo, storici alleati degli Usa, a differenziare i propri partner militari, giocando al contempo su più tavoli anche fra loro contrapposti, fino ad approfondendo i legami con i maggiori competitori internazionali della Nato.

Da parte sua per vincere le elezioni e sopravvivere politicamente Netanyahu ha un bisogno assoluto di proseguire la sua politica di guerra genocida contro palestinesi, resistenza libanese e Iran. Questo spaventoso scenario potrebbe, per la più classica eterogenesi dei fini, favorire le forze comuniste e rivoluzionare al punto da farle tornare, dopo una lunga assenza, a giocare un ruolo da potenziale protagonista nella politica estera internazionale. Anche perché una ulteriore escalation della guerra nel Vicino Oriente, con il potenziale blocco anche del Mar Rosso, rischia di travolgere l’accumulazione capitalistica, peraltro nei paesi più potenti già pesantemente ostacolata da una crisi di sovrapproduzione sempre più sistemica. In tal modo il socialismo, quale unica reale alternativa progressista alle diverse forma di capitalismo dominanti su scala globale, potrebbe tornare a essere una soluzione credibile. Tale prospettiva potrebbe essere nuovamente appetibile nell’Unione europea e, in particolare, in Italia, in quanto sarebbero fra le più colpite dalla prolungata chiusura di questi decisivi corridoi di commercio con il continente asiatico. Certo sia sul piano internazionale, e ancora di più per quanto riguarda il contesto dell’Ue e massimamente per quanto concerne il nostro paese, sembra ripresentarsi un enorme scarto fra le potenzialità oggettive di un rilancio della alternativa comunista e le spaventose carenze soggettive di chi se ne dovrebbe fare interprete.

Peraltro, anche nel nostro particolarmente complesso piano nazionale, le forze comuniste animate da grandi ambizioni rivoluzionarie debbono operare affinché salti il più possibile il quadro complessivo attuale che rischia di condannarle ancora alla figura di semplici comparse. Se le prospettive generali sono promettenti, con una economia capitalista sempre più in recessione, una compagine di governo sempre più in crisi e una mancanza di credibilità delle forze di opposizione parlamentare, tutte alternative alla sinistra radicale, quest’ultima rischia ancora di perseguire una politica isolazionista opportunista di sinistra, perseguendo nella maggioranza dei casi piccole ambizioni di rafforzamento della propria setta, abdicando così alla grande ambizione di divenire finalmente quanto meno coprotagonisti di un significativo rivolgimento politico e sociale.

Da una parte ci saranno le solite anime belle della sinistra comunista che proseguiranno la loro politica, programmaticamente estremista nelle frange più radicale e opportunista di sinistra di fatto nelle forze meno estreme. Mentre la maggioranza delle forze comuniste di centrosinistra rischia di ritrovarsi in una prospettiva elettoralistica comune votata a una ulteriore certa sconfitta, in quanto non si pone nella prospettiva di cercare di rovesciare l’attuale governo borghese reazionario e campione della politica imperialista più sfacciata. Abbiamo, infine, le forze più moderate che si richiamano o provengono da una prospettiva comunista, che rischiano di andare ognuna per conto proprio verso una speculare nuova sconfitta storica.

In effetti, portare avanti da soli la politica, in astratto corretta, della desistenza con il centrosinistra, senza avere prima realmente praticato la grande ambizione di far saltare il campo largo o addirittura larghissimo, promuovendo una coalizione elettorale fra tutte le forze a sinistra del Pd, significa di fatto praticare una politica rinunciataria volta esclusivamente ad assicurarsi una qualche rappresentanza nelle istituzioni. Si tratta, dunque, di fomentare il potenziale spirito di scissione che renda chiaro come sarebbe auspicabile esclusivamente un accordo di desistenza fra forze riformiste come Avs e populiste progressiste come il Movimento 5 stelle da una parte e partiti centristi come il Pd e, ancora di più, nei confronti di forze ultra liberiste come renziani e radicali, o liberali di destra, come Calenda. Solo così si potrebbe mirare a costruire una reale alternativa di governo che, a differenza del campo largo o, peggio, larghissimo non favorisca un ulteriore rafforzamento non solo della destra radicale ma, anche, dell’estrema destra. Peraltro la creazione di questo polo di alternativa, potrebbe favorire l’uscita da un Pd ancora una volta schiacciato su forze neoliberiste, della residuale componente pallidamente socialdemocratica, che includerebbe non solo la maggioranza centrista della Cgil, ma anche la stessa componente che fa capo a EllY Schlein. Questa scissione da sinistra sarebbe alternativa alla potenziale fuoriuscita da destra del Pd della componente cattolica, volta a rafforzare e ricomporre la componente di destra del campo larghissimo, capace di bloccare sul nascere qualsiasi tentazione, per quanto pallidamente, riformista di un potenziale futuro governo.

Anche la prospettiva di influenzare dall’esterno la politica rinunciataria del campo largo, puntando a una propria rappresentanza attraverso degli intellettuali tradizionali, portata avanti dalla componente meno radicale dello schieramento in senso lato di origine comunista rischia di produrre ben poco se non la propria sopravvivenza come tendenza politico culturale schierata di quest’ultima.

Entrambi questi tentativi, per quanto animati da un sano realismo politico, rischiano di risultare involontariamente altrettanto astrattamente ideologici di quelli delle forze radicali del campo comunista, in quanto incapaci, anche per il prevalere di un’ottica personalista, di coalizzare un insieme di forze in grado di fare realmente la differenza, senza ridursi a costituire una semplice nota al margine di sinistra, all’interno di uno schieramento volto a rappresentare una politica meramente più sensata e, di fatto, moderata di quella rappresentata dalla destra radicale attualmente al governo.

In tutti i casi attualmente in campo non si ha una credibile prospettiva di creare una reale alternativa al drammatico destino che si sta preparando, per cui il campo larghissimo si sostituirà all’attuale governo, ma la destra più diretta erede del fascismo manterrà la sua ampia egemonia nel proprio campo, preparando un successivo ritorno di un nuovo esecutivo della destra radicale che oramai, come il secondo governo Trump, potrà permettersi una politica che programmaticamente non farà più prigionieri. In altri termini un futuro governo egemonizzato dal Pd e dipendente dalla sua ala destra ordoliberista e atlantista, con una sinistra radicale al contrario incapace di esercitare in maniera efficace una qualche forma di egemonia, non può che aprire la strada a un rilancio di una destra ancora più oltranzista.

22/05/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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