Chi pagherà il conto?

Terminato questo tragico “imprevisto” della pandemia, sarà ancora una volta il conflitto sociale a stabilire chi dovrà farsi carico dei costi sociali della ricorrente crisi del modo di produzione capitalistico


Chi pagherà il conto? Credits: https://m.dagospia.com/draghi-indica-il-futuro-ma-dribbla-una-domanda-chi-paghera-la-crisi-e-non-fa-cenno-all-europa-unita-231620

L’attuale dibattito politico-economico italiano ed europeo è, a dir poco, surreale. I sacri vincoli neoliberisti di Maastricht, per cui uno Stato non deve superare la soglia del 3% del Pil, che non possono essere in nessun modo messi in discussione quando si tratta di servizi sociali, di riduzione dell’orario e dei ritmi di lavoro, di tutela dei lavoratori dinanzi ai licenziamenti senza giusta causa, di pensioni non da fame, di un’istruzione pubblica gratuita e di qualità, di una struttura sanitaria nazionale efficace e in grado di prevenire più che curare, perdono qualsiasi valore nel momento in cui si tratta di rifinanziare, con fondi pubblici, le grandi banche private. In altri termini di rifinanziare quel capitale speculativo e industriale che è il principale responsabile della crisi in cui ci troviamo, sotto tutti i punti di vista. Perché anche l’attuale pandemia non è solo una disgrazia naturale, ma un fondamento strutturale di natura economica e sociale a partire dai tagli alla sanità pubblica, proseguendo con la riduzione del personale medico pubblico, il taglio dei posti letto, la mancanza di qualsiasi forma di prevenzione e, per finire, l’ideologia individualista che da anni si è imposta come pensiero unico dominante.

Per altro, nemmeno si può pensare che tale base strutturale derivi dall’incoscienza o dalla necessità di apprendere sbagliando, dal momento che è esattamente la medesima ricetta utilizzata all’emergere della crisi di sovrapproduzione nel 2008, ovvero il massiccio trasferimento di risorse pubbliche alle banche private, che avrebbero in teoria dovuto favorire il rilancio produttivo delle imprese capitalistiche – che sono il reale responsabile della crisi – e che, al contrario, sono state in gran parte investite in attività improduttive, speculative e nell’acquisto di titoli del debito pubblico che, con il rifinanziamento delle banche, si è ulteriormente ingigantito insieme agli interessi su di esso, che le classi subalterne dovranno saldare. In quanto i finanziamenti pubblici alle banche private qualcuno dovrà pure pagarli e, considerati gli attuali rapporti di forza – resi ancora più svantaggiosi ai subalterni per lo stato d’emergenza che si è imposto – non è difficile prevedere su chi ricadranno. Per altro l’operazione di finanziamento massiccio della B.C.E. alle grandi imprese è riandato in onda ancora nel 2015. Ora, a coprire l’ennesimo ritorno dell’identico, ovvero il pubblico che si accolla i disastri provocati dai privati – per consentirgli di farne di nuovi – c’è la pandemia, che inevitabilmente occulta le cause profonde della crisi di sovrapproduzione, dovute alla crescente contraddizione fra dei rapporti di proprietà sempre più obsoleti e il necessario sviluppo delle forze produttive che ne è, vieppiù, impedito. Perciò, le responsabilità gravissime del pensiero unico neoliberista dominante, nell’ingigantire gli esiti catastrofici del Coronavirus, sono occultate dallo Stato d’eccezione che porta a individuare l’untore nel singolo cittadino, fino ad arrivare a istituzioni pubbliche che invitano i vicini a divenire delatori, per poter meglio individuare i capri espiatori da immolare.

Per altro sono di fatto proprio queste le reali intenzioni – spacciate come proposte strabilianti dalla fabbrica del falso – del “nuovo” tecnico, invocato come salvatore della patria: Mario Draghi. Quest’ultimo ha dichiarato al “Financial Times” che si dovrà fare tutto quanto “è necessario” per mettere in sicurezza l’eurozona, ovvero ciò che più preme a lor signori. I risultati di tale politica sono facilmente prevedibili. In primo luogo rilancio dell’inflazione, strategia chiave per scaricare i costi della crisi su chi vive di un reddito fisso, ovvero sui subalterni, lavoratori salariati attivi e in pensione, ceti medi e piccola borghesia in via di proletarizzazione, che vedranno presto dileguare i loro piccoli risparmi.

In secondo luogo assisteremo all’ormai consueto scarico dei costi sociali negativi della crisi sui ceti subalterni, i meno responsabili di essa, mediante la socializzazione delle perdite e dei fallimenti dei privati. Senza nemmeno l’aglietto che, persino i regimi fascisti, avevano dovuto concedere quale premio di consolazione necessario per mantenere l’egemonia sulla gente, ossia la nazionalizzazione delle imprese in perdita o incapaci di far fronte alla concorrenza internazionale. Anzi, nei rari casi in cui si è arrivati a una nazionalizzazione, come nel caso di Alitalia, essa è funzionale solo per portare a termine il lavoro sporco necessario a svenderla ai privati. Tutto ciò, nonostante che la tragica diffusione dell’epidemia abbia ancora una volta dimostrato il ruolo decisivo svolto dai lavoratori pubblici, che stanno di nuovo pagando sulla loro pelle il dover far fronte a un’emergenza, senza nessuna forma di protezione e dopo anni di continui tagli e diminuzione del personale. Mentre i privati, al solito, pensano esclusivamente a come poter trarre profitto anche dalla tragica situazione che si è venuta sviluppando.

Inoltre, con l’aumento del debito pubblico ci sarà necessariamente un ulteriore svuotamento della democrazia formale borghese e del suffragio universale, dal momento che ciò che più conta, ossia le grandi decisioni di politica economica, saranno dettate dai grandi creditori privati e imposte ai governi. In tal modo, si affermeranno ancora di più le tendenze antipolitiche e qualunquiste nei ceti subalterni, lasciando ancora maggiore spazio alla restaurazione oligarchica e a demagogia e populismo.

Le politiche di austerità, a tutti i livelli dal nazionale al locale, imbriglieranno completamente ogni organo elettivo, imponendo il pareggio di bilancio, che al netto dei crescenti interessi pagati su un debito pubblico in continua crescita, significa non solo esportare sempre più di quanto si importa, ma svendere ai privati le proprietà pubbliche e dequalificare e tagliare ulteriormente i servizi sociali. La conseguente perdita del potere d’acquisto delle masse popolari, favorirà l’ulteriore delocalizzazione delle attività produttive del nostro paese o il divenire ancora più subfornitori di grandi imprese monopolistiche straniere, in primo luogo tedesche o produrre, comunque, per l’esportazione o beni di lusso. In tal modo, anche la forza lavoro produttiva sarà ulteriormente ridotta a vantaggio dell’occupazione in attività servili e improduttive.

A essere ulteriormente colpiti saranno poi i comuni e gli enti locali, che dovranno pagare nuovamente con tagli alle risorse il trasferimento di risorse pubbliche a vantaggio dei privati, ormai palesemente incapaci di consentire un ulteriore sviluppo delle forze produttive. Tali tagli finiranno per mettere al tappeto enti locali già ripetutamente colpiti e che ora sono, per altro, chiamati a un surplus di spesa per far fronte alle tragiche conseguenze della mancata prevenzione che avrebbe permesso di far fronte, in modo adeguato, all’epidemia.

Per altro il diabolico meccanismo del debito porterà a dover accettare il MES, che avrà conseguenze particolarmente nefaste per i ceti subalterni del nostro paese, in quanto insieme al Fiscal compact ci stanno preparando uno scenario greco, ovvero un vero e proprio massacro sociale. In tal modo si favoriranno, peraltro, ulteriormente i demagoghi di destra, lasciati praticamente soli dalla (a)sinistra a portare avanti una politica critica, in una prospettiva velatamente reazionaria, dell’Unione europea.

Il terribile scenario che rischia di riproporsi non può essere considerato il prodotto di un destino cinico e baro o di un evento naturale imprevedibile. La questione è sempre fondamentalmente la stessa, che si ripropone pure in scenari completamente diversi. In una società ancora anacronisticamente divisa in classi sociali con interessi necessariamente antagonisti è solo la capacità di ottenere risultati nel conflitto sociale a pagare, mentre l’incapacità di mettere in difficoltà il nemico di classe non si può che pagarla pesantemente.

In questa soluzione il dibattito politico italiano – interno a una maggioranza che ha unito tutte le forze “riformiste”, “democratiche”, “socialdemocratiche” e populiste di sinistra, con il pieno sostegno dei sindacati maggiormente rappresentativi – ruota intorno al fatto che lo Stato dovrebbe farsi garante dei prestiti delle banche private alle imprese private capitalistiche – ossia ai più diretti responsabili della spaventosa crisi in cui siamo sommersi da ormai cinquant’anni – per il 90%, come vorrebbero i più moderati, per il 95%, come vorrebbe il Pd della svolta prodotta da Zingaretti o per il 100% come vorrebbe Renzi, ex mattatore del Partito democratico.

Una svolta potrebbe venire unicamente dalla presa di coscienza da parte dei gruppi sociali subalterni, innanzitutto della loro condizione di subalternità, che li dovrebbe portare unirsi il più possibile e a organizzarsi al meglio per far fronte ai reali comuni nemici di classe. D’altra parte, la coscienza di classe degli sfruttati non sorge spontaneamente dalle tragiche condizioni di sfruttamento che, mai come oggi, sono costretti a subire, ma solo grazie alla capacità di egemonia che riescono ad avere su di loro i comunisti, ovvero le avanguardie rivoluzionarie delle diverse forme di organizzazione dei subalterni. Questi ultimi non saranno mai in grado di vincere la battaglia delle idee sul piano delle sovrastrutture contro l’ideologia dominante – funzionale agli interessi del blocco sociale al potere – se non avranno elaborato una visione del mondo superiore, autonoma e antagonista. Quest’ultima non può che svilupparsi attraverso il costante aggiornamento del marxismo, per renderlo di nuovo la filosofia della prassi rivoluzionaria. Per tenere insieme questo inscindibile nesso dialettico fra teoria e prassi c’è bisogno di un partito di quadri, organizzato come un intellettuale collettivo, sulla base del centralismo democratico, i cui membri siano riconosciuti come avanguardie dalle masse. A tale scopo è indispensabile che quanto resta di comunista in questo paese si riaggreghi quanto prima e, sulla base del programma minimo di classe, riaggreghi un fronte anticapitalista e antiliberista di massa, in grado di rappresentare una reale alternativa di sinistra a questo governo, quale unico antidoto a un, altrimenti ancora più grave, peggioramento della crisi, con un governo tecnico di unità nazionale guidato da Draghi, o un governo della destra radicale populista capeggiato da Salvini, Meloni e Berlusconi.

11/04/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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