“C’era una volta la professione di giornalista”

Sì, c’era una volta una professione che di deontologia ne aveva da vendere. Si faceva una lunga formazione presso le redazioni e nelle scuole di giornalismo. Si studiavano le norme deontologiche a cui era necessario attenersi, per non incorrere in sanzioni. La Carta di Treviso, la carta di Firenze, la carta di Roma, come la carta di Milano, erano e sono il pane quotidiano per chi esercita questa professione.


“C’era una volta la professione di giornalista”

Il giornalismo in pasto al web. Network e blog con le notizie “fai da te”. La fine della testate cartacee. La deontologia del giornalismo e la nascita del sindacato. L’epurazione e la stampa clandestina durante il fascismo. La legge Gonella e la nascita dell’ordine dei giornalisti italiani. Di giornalismo non si vive, un mestiere ai limiti della sopravvivenza. L’equo compenso.

di Alba Vastano

Chi scrive lo è. Giornalista, intendo, con tanto di tesserino rilasciato dall’Ordine. Non lo affermo solo con una punta di orgoglio, ma anche con una pizzico di rammarico e neanche tanto velato. Rammarico perché oggi il giornalismo è “alla frutta”. Sul mercato dell’informazione viaggiano notizie alla rapidità della luce e circolano soprattutto nel web, via network. Sui blog, con la news “fai da te”. È da lì che la maggioranza dei fruitori della notizia, catturata da un’ansiogena tecnologia digitale, attinge l’informazione, non più solo quotidiana, ma nel tempo di un nano-minuto. Il fenomeno è figlio dei tempi. Le news che i media offrono “a tambur battente” sono considerate credibili ed esaurienti, da gran parte dei lettori della rete. In realtà, all’occhio esperto, sovente, si rivelano delle autentiche “bufale”. Certo è che si dovesse riscrivere oggi la storia del giornalismo, bisognerebbe iniziare come nelle fiabe: “C’era una volta…”.

Sì, c’era una volta una professione che di deontologia ne aveva da vendere. Si faceva una lunga formazione presso le redazioni e nelle scuole di giornalismo. Si studiavano le norme deontologiche a cui era necessario attenersi, per non incorrere in sanzioni. La Carta di Treviso, la carta di Firenze, la carta di Roma, come la carta di Milano, erano e sono il pane quotidiano per chi esercita questa professione. Il codice deontologico e la segretezza delle fonti, le linee da seguire. Una deontologia che spesso oggi viene altresì venduta ad una stampa di regime e data in pasto a quella spasmodica velocità che è il modo di fare notizia, ma anche di “bruciarla”. C’era una volta appunto, oggi ci sono ancora scuole norme e carte, ma non sempre nella professione si esplicitano insegnamenti e regole in modalità corretta.

È usuale oggi, specie sul web, pubblicare di tutto, in base a un sistema fatto di leggi di mercato e di convenienze ormai lecite che impoveriscono la qualità del giornalismo, anzi lo stroncano. Si rende soggettiva l’oggettività degli eventi e la verità è un optional non strettamente necessario. Per produrre una corretta informazione non basta saper scrivere, ma ricercare sulla strada e tramite le fonti, quella verità provata, obiettiva e rifiutare qualsiasi imbavagliamento di linea editoriale.I giornalisti italiani sono ben oltre centomila. Quanti, a parte le grandi firme, si possono concedere il lusso di scrivere la verità? Quanti gettano il bavaglio?

Ho la fortuna di scrivere su “la Città futura”, questa nuova testata online di partito in cui, come giornalista mi sento a casa. Ma anche su una testata cartacea locale “la Voce del municipio” ove si riportano notizie assolutamente reali. Facilmente verificabili, perché sono lì a portata di mano, o meglio di occhio. Notizie attinte direttamente dalla strada in un municipio che è il più vasto per popolazione, il terzo. Un territorio con grandi problematiche sociali. Sulle testate per cui scrivo non c’è alcuna censura e i giornalisti raccontano ciò che è e ciò che pensano. E c’è rispetto per la penna del giornalista, per il suo stile. In altre come “Contropiano” e “Controlacrisi” avviene lo stesso. In altre ancora, idem. In altre invece la notizia è corrotta.

Il problema della libertà d’informazione, della crisi del giornalismo e dell’editoria sono quindi legati a molteplici fattori. La notizia web dilagante. Il valore della testata sul mercato e la quotazione in borsa. La linea politica e la clientela da cui l’editore riceve i fondi. L’eccessiva esposizione di sponsor, necessari a dar vita alla testata, ma che pubblicati tra un pezzo di politica e l’altro di economia li dequalificano, sovrapponendosi visivamente alla notizia stessa. Lo sponsor, infatti spesso sovrasta e adombra la notizia, causa slogan e immagini accattivanti. E questo accade esclusivamente nelle testate cartacee. Nota la fine di alcune testate che non assoggettandosi al mercato degli sponsor, non adattandosi a sistemi clientelari, né a linee politiche diverse dalla loro, si sono viste “sbattuta la porta” alla richiesta di fondi e hanno dovuto chiudere battenti. Come Liberazione e l’Unità. E ora, forse a rischio cambio editoriale, c’è una testata che ha segnato un’epoca, quella di Rossana Rossanda e di Luciana Castellina. È “Il Manifesto” di Norma Rangeri che attualmente è all’asta. Il giornalista che collabora ad una testata, soprattutto di grande divulgazione, è a rischio di imbavagliamento sulla libertà d’informazione. Spesso, se vuole continuare la collaborazione, dovrà adattare il suo stile e le sue idee alla linea del giornale. Ma c’è di più e di peggio. Capita che possa trovare pubblicato un suo pezzo, snaturato e censurato per convenienza della linea editoriale. Succede così. Oggi. Vero é che la storia della censura risale alla notte dei tempi.

Il giornalismo all’epoca del fascismo

È stato proprio “l’innominato” (il dux) a istituire l’albo professionale. Era il 1925 e nell’anno precedente si era già costituito un sindacato della categoria. L’albo era diviso in tre elenchi fondamentali (proprio come oggi): i professionisti, i pubblicisti e i praticanti e diventò operativo nel 1928, quando venne affidato ad un comitato nominato dal ministero di Grazia e Giustizia. Era in vigore già dal 1925 la legge 2307/25 che decretava la validità di una testata, solo se riconosciuta dal prefetto. Nacque, come conseguenza inevitabile, la stampa clandestina, il cui primo “frutto” in carta stampata fu “Non mollare”. Titolo alquanto emblematico, visti i tempi di epurazione dei giornalisti che si esprimevano contro il regime. A firmare la stampa clandestina erano nomi come Pietro Calamandrei, Gaetano Salvemini, Dino Vannucci, Nello Tarquandi e Ernesto Rossi.

È nel 1926 che con il regio decreto n.838 nasce in Italia l’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani). E nel 1928 con il r.d. 838 il duce crea un organo di controllo per i giornalisti, tramite il quale viene iscritto all’albo solo chi non é contrario al regime fascista. I controlli sulla vita del giornalista e sui suoi scritti erano ovviamente capillari. Si controllava non solo la linea politica e la condotta sociale, ma persino la sua vita privata. Le notizie che potevano essere riportate dovevano provenire esclusivamente da fonti del ministero della Cultura popolare. Anche la forma, lo stile e ogni parola doveva corrispondere agli ideali fascisti. Nacque a Roma, nel 1929, una scuola di giornalismo fascista, guidata da Paolo Orano, Ermanno Amicucci e Giuseppe Bottai.

Erano tempi duri, anzi durissimi per la libertà di stampa. La verità era offuscata, annientata dalle ragioni di stato, quello fascista.

Nasce l’ordine dei giornalisti italiani

Si respira finalmente. Con la legge Gonella n. 69 del 3 febbraio 1963 viene istituito l’ordine nazionale dei giornalisti, il cui attuale presidente é Enzo Iacopino. Sarà l’articolo 2 a portare una ventata di libertà nel mondo del giornalismo e a togliere quel bavaglio imposto dal regime. “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica…”, che esplicitamente si conforma all’artico 21 della Costituzione repubblicana, che così recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”

Ma che trova completezza anche nel ricordare i doveri di un giornalista: “...é loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. L’albo a cui sono iscritti i giornalisti italiani é suddiviso in due elenchi: pubblicisti e professionisti, ma c’é anche un elenco speciale per i giornalisti stranieri e per i direttori di riviste periodiche scientifiche. Infine l’elenco dei praticanti.

Giornalismo e sopravvivenza

Oggi chi intraprende questa professione, sicuramente lo fa ancora per passione, ma a pagarne lo scotto è la sopravvivenza. Se non si hanno i beni al sole o le tasche di famiglia, o non si ha altra fonte di reddito, non si campa di giornalismo. Pochissime sono le testate che contrattualizzano, pochissime sono le testate che pagano adeguatamente il lavoro di un giornalista. Si può ricevere persino una forma di elemosina corrispondente a due euro per un pezzo che è costato tre giorni di lavoro. Meglio la dignità della gratuità, che un’ indecorosa elemosina, a quel punto. Di giornalismo, ergo, non “si campa”. Scordiamocelo, colleghi. Chi ne trae cospicue sostanze economiche tanto da viverne con agio appartiene a poche categorie. O è persona planetariamente nota, o è venduta al miglior offerente, o fa gossip. È il caso recente di alcune conduttrici della junk tv, che si spacciano per giornaliste. Di quelle trasmissioni televisive che fanno salire lo share in misura esponenziale, nutrendosi come avvoltoi delle tragedie familiari, dei femminicidi e delle sparizioni di bambini. Pasto ghiotto e disdicevole per mentalità che del berlusconismo ne hanno fatto un cult. Chi invece intende fare un sano giornalismo e non ha risorse finanziarie che lo supportino, resta povero in canna. Per gli appassionati della penna, può anche non essere motivo di demotivazione, ma le tasche e tanto più il conto sono costantemente in rosso. Così è.

La legge dell’equo compenso per i giornalisti

“Il 19 giugno è stato un giorno di vergogna per il sindacato, il 7 aprile riapre la speranza in quanti vengono trattati da anni come schiavi” così Enzo Iacopino, presidente nazionale dell’ordine dei giornalisti. Una grande soddisfazione per lui che si è battuto per una legge che stabilisse un equo compenso al lavoro dei giornalisti italiani. Il Tar ha appena annullato la delibera del governo (e delle sigle di categoria: Fieg, Fnsi e Inpgi) che non garantiva affatto l’equità retributiva ai giornalisti italiani, né garantiva loro un’esistenza libera e dignitosa. Con la legge del 31 dicembre 2012 si sanciva l’introduzione nell’ordinamento giuridico dell’equo compenso, ma le tabelle dei compensi legittimavano un sistema di lavoro “a pezzo” che tutelava solo gli editori e sfruttava il lavoro dei giornalisti. L’esame delle tabelle verrà rivisto da parte di una commissione specifica. I giudici del Tar intanto hanno dichiarato che l’equo compenso “neppure può corrispondere alle tariffe del ricorrente Ordine, che eliminerebbero ogni margine di contrattazione atto a valorizzare il rapporto di proporzionalità tra quantità e qualità del lavoro specificatamente svolto, in contrasto con le indicate finalità della legge”.

Una speranza per chi di giornalismo ci vive, e non solo per passione.

18/04/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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Alba Vastano

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