Lenin, la rivoluzione e i compromessi

Per l’avanguardia del proletariato vi è una necessità assoluta di stipulare compromessi. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare il livello generale dello spirito rivoluzionario


Lenin, la rivoluzione e i compromessi Credits: https://www.history.com/topics/russia/vladimir-lenin

Come fa notare acutamente Lenin, già con la Rivoluzione di febbraio e il successivo dualismo di potere fra il governo provvisorio e i soviet, è stato l’imprevedibile e inedito sviluppo storico a sparigliare le carte delle precedenti previsioni. Proprio perciò Lenin è decisamente critico nei riguardi di ogni forma di dottrinarismo, anche nel caso si tratti di un astratto attenersi alle analisi svolte in precedenza dal proprio stesso partito. Per tale motivo, Lenin non si stanca di ricordare che “bisogna saper integrare e correggere le vecchie ‘formule’ del bolscevismo, per esempio; perché se si sono rivelate giuste in generale, la loro applicazione concreta è risultata differente. Nessuno aveva mai pensato, né poteva pensare – ad esempio – al dualismo del potere” [1].

Allo stesso modo, la stessa parola d’ordine lanciata da Lenin, tutto il potere ai soviet, che quando era stata per la prima volta pronunciata era stata considerata da tutti, compresi i suoi stessi compagni di partito, avventurista, aveva ben presto finito, per il nuovo inatteso sviluppo degli eventi storici, per essere nei fatti superata. Tanto che Lenin è il primo ad abbandonarla, proprio quando buona parte dei suoi compagni di partito la aveva, ormai opportunisticamente, fatta propria. Nel momento, infatti, che nei soviet avevano ancora saldamente in mano la maggioranza i socialisti rivoluzionari – sempre più egemonizzati dal governo provvisorio, dopo che il rimpasto di governo aveva portato alla guida del paese un politico a loro particolarmente vicino come Kerenskij – per Lenin non poteva che essere il partito bolscevico stesso, come avanguardia del proletariato, a portare avanti direttamente in senso socialista la rivoluzione. Anche perché, contrariamente alle aspettative e alle previsioni fatte dagli stessi bolscevichi, la rivoluzione borghese si era nei fatti già compiuta in Russia e rischiava di essere ora travolta dalle forze della contro-rivoluzione filo-zariste, dal momento che tale rivoluzione essendo egemonizzata dall’alta borghesia non poteva che tradire le aspettative delle grandi masse popolari.

Queste ultime avrebbero ripreso nei fatti a dare il loro indispensabile assenso e sostegno alla rivoluzione solo se una rivoluzione socialista avesse realizzato quella radicale riforma agraria che, pur essendo uno dei punti chiave della rivoluzione borghese, era stata abbandonata dopo che si era affermata come classe dominante la grande borghesia. Da qui la dura critica di Lenin ai marxisti dottrinari del suo stesso partito che si appellavano alla lettera del programma bolscevico per giustificare il loro opportunismo in una situazione oggettivamente rivoluzionaria che, contro le più accurate previsioni degli scenari futuri, si era presentata molto prima del previsto.

Evidentemente, in tali casi, pur non rigettando l’analisi marxista, diviene necessario seguirne lo spirito rivoluzionario piuttosto che attenersi, come facevano allora tutti gli opportunisti, alla sua lettera. Del resto il marxismo è una filosofia della prassi, in quanto ritiene che soltanto quest’ultima sia in grado di verificare o meno la validità di qualsiasi ipotesi teorica. Di contro ai dottrinari del suo stesso partito, che polemicamente si definivano “vecchi bolscevichi” e lo accusavano di fatto anche loro – come tutti gli opportunisti della Seconda internazionale – di essere un “revisionista” del sacro verbo e, quindi, un avventurista, Lenin ribatte: “il passaggio del potere statale da una classe a un’altra è il primo segno, il carattere principale, fondamentale, di una rivoluzione, sia nel senso rigorosamente scientifico che nel senso pratico-politico del termine. Pertanto la rivoluzione borghese o democratico-borghese è già terminata in Russia. Sentiamo levarsi qui le proteste dei contraddittori ai quali piace chiamarsi ‘vecchi bolscevichi’: non abbiamo sempre detto che la rivoluzione democratica borghese può essere portata a termine soltanto dalla ‘dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini’? e la rivoluzione agraria, che è anch’essa democratico borghese, è forse terminata? Non è invece un fatto che essa non è ancora cominciata. Rispondo: le idee e le parole d’ordine dei bolscevichi sono state interamente confermate dalla storia nel loro insieme, ma in concreto le cose sono andate in maniera diversa da quanto io (o qualunque altro) potevo prevedere, si sono cioè svolte in modo più originale, peculiare e vario” [2].

D’altra parte, come non smette di mettere in evidenza Lenin, la rivoluzione potrà avere successo solo se sarà in grado di coinvolgere oltre alle avanguardie anche la componente più consapevole della masse. A questo scopo oltre al partito rivoluzionario gioca un ruolo decisivo l’altra forma di organizzazione potenzialmente rivoluzionaria, ovvero i consigli dei lavoratori o di zona (i soviet). Osserva a tal proposito Lenin: “il potere al proletariato sostenuto dai contadini poveri e semiproletari: ecco la sola soluzione. (…) I Soviet possono e devono comparire in questa nuova rivoluzione, ma non i Soviet attuali, non gli organi di intesa con la borghesia, bensì gli organi della lotta rivoluzionaria contro la borghesia” [3]. Il proletariato potrà, dunque, svolgere la funzione di classe universale, solo ponendosi nel processo rivoluzionario quale avanguardia in grado di trascinare e guidare contro lo Stato borghese la parte più politicizzata dei lavoratori e, più in generale, dei subalterni.

Del resto la potenzialità rivoluzionaria dei soviet si realizzerà in atto solo nel momento in cui, sotto l’egemonia del proletariato varcheranno il Rubicone, ovvero abbandoneranno la fase intermedia del dualismo di potere, per conquistarlo interamente. Dunque, sottolinea Lenin: “uno sviluppo dei Soviet, nel vero senso della parola, uno sviluppo completo del loro carattere e delle loro capacità è possibile soltanto se essi prendono tutto il potere statale; altrimenti non avranno niente da fare, saranno soltanto degli embrioni (e non si può restare in embrione per molto tempo) o dei balocchi. Il ‘dualismo del potere’ è la paralisi dei Soviet” [4]. Sarà, quindi, indispensabile coinvolgere nella lotta i contadini poveri nei paesi arretrati, mentre nei paesi avanzati la parte più avanzata di quello strato sociale intermedio che si pone fra l’alta borghesia e il proletariato. Osserva a tal proposito Lenin: “la rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale” [5]. Di conseguenza, dunque, una parte più o meno consistente del proletariato si attiverà solo nell’ultimo e decisivo momento e sarà necessariamente in possesso di una coscienza ancora in parte condizionata dalle concezioni piccolo-borghesi.

Tanto più che sarà possibile, secondo Lenin, unificare le masse sfruttate dietro l’avanguardia operaia solo mediante un processo di formazione e di egemonia. A maggior ragione in quanto fra proletariato e sottoproletariato da una parte e proletariato e borghesia dall’altra si trova “una folla eccezionalmente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semiproletariato (chi solo in parte si procura i mezzi di sussistenza vendendo la propria forza-lavoro), tra il semiproletariato e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, il piccolo padrone in genere), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc., e se in seno al proletariato stesso non vi fossero divisioni in strati più o meno sviluppati regionali, di categoria o, talvolta, di ordine religioso, ecc. Da tutto questo deriva la necessità – che è necessità assoluta, incondizionata – per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista, di manovrare, di stringere accordi, di stipulare compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare, il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato” [6]. L’essenziale, sottolinea Lenin, è sottomettersi ai compromessi imposti dal corso storico senza per questo dover rinunziare al perseguimento dello scopo finale e “all’educazione delle masse popolari per la vittoria della rivoluzione” [7]. Come ricorda Lenin, di contro al settarismo degli estremisti occidentali, “nel periodo dal 1903 al 1912 siamo stati formalmente uniti per qualche anno con i menscevichi in un partito socialdemocratico unico, senza mai interrompere la lotta ideale e politica contro di essi, in quanto portatori dell’influenza borghese in seno al proletariato e in quanto opportunisti” [8].

Sarà, dunque, determinante la capacità di fare egemonia e quindi la preparazione degli intellettuali organici (il gruppo dirigente) che farà prevalere la prospettiva socialista di contro a quella radicale-borghese all’interno del blocco sociale antagonista, indispensabile se si intende veramente rovesciare il blocco sociale dominante. Solo in questo modo, osserva Lenin, “l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo” [9].

D’altra parte il governo rivoluzionario, dopo la conquista del potere, si è visto costretto a realizzare, innanzitutto, i punti fondamentali del programma democratico-borghese che né il precedente governo, né i soviet dominati dalla componente piccolo-borghese erano riusciti a realizzare. A parere di Lenin si tratta di un compito decisivo, poiché “il socialismo vittorioso non potrà consolidare la sua vittoria e condurre l’umanità verso l’estinzione dello Stato, se non avrà realizzato integralmente la democrazia” [10]. Ciò è essenziale in particolare in paesi arretrati come lo erano tutti quelli che dopo la rivoluzione si riuniranno nella la Repubblica socialista federativa sovietica.

Dunque, secondo Lenin, “il compito più diretto e immediato della rivoluzione in Russia era un compito democratico-borghese: eliminare i residui del medioevo, spazzarli via completamente, epurare la Russia da questa barbarie, da questa vergogna, da questo ostacolo grandissimo a ogni cultura e a ogni progresso del nostro paese” [11]. Così, per limitarci a un provvedimento esemplare, preso dal governo rivoluzionario dei commissari del popolo: “le tenute dei grandi proprietari fondiari, come tutte le terre demaniali, dei monasteri, della Chiesa, con tutte le loro scorte vive e morte, gli stabili delle ville, castelli e tutte le suppellettili sono messe a disposizione dei comitati agricoli di volost e dei Soviet distrettuali dei deputati contadini fino alla convocazione dell’Assemblea costituente” [12]. Del resto il governo rivoluzionario non può che realizzare, per rispettare l’appena affermata sovranità popolare, quel decreto che dava la terra ai contadini da sempre principale parola d’ordine (piccolo borghese) dei socialisti rivoluzionari, dal momento che questi ultimi avevano mancato di adempiere alla loro funzione storica, rimanendo legati al precedente governo provvisorio egemonizzato dalla grande borghesia. Nota a tal proposito Lenin: “si sentono qui voci le quali affermano che il mandato e il decreto stesso sono stati elaborati dai socialisti-rivoluzionari. Sia pure. Non è forse lo stesso che siano stati elaborati dagli uni o dagli altri? Come governo democratico non potremmo trascurare una decisione delle masse del popolo anche se non fossimo d’accordo. All’atto pratico, con l’applicazione del decreto, con la sua attuazione nelle varie località, i contadini stessi comprenderanno dov’è la verità” [13].


Note
[1] V. I. Lenin, Lettere sulla tattica [aprile 1917], in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 116.
[2], Id., Sul dualismo del potere [aprile 1917], in op. cit., p. 128.
[3] Id., Sulle parole d’ordine [luglio 1917], in op. cit., p. 139.
[4] Id., I bolscevichi conserveranno il potere statale? [fine settembre inizio ottobre 1917], in op. cit. p. 234.
[5] Id., Risultati della discussione sull’autodecisione [luglio 1916], in op. cit., pp. 53-54.
[6] Id., L’“estremismo” malattia infantile del comunismo [aprile 1920], in op. cit., pp. 481-82.
[7] Id., Sui compromessi [3 settembre 1917], in op. cit., p. 192.
[8] Id., L’estremismo… cit., in op. cit., p. 479.
[9] Id., Risultati.. cit., p. 54.
[10] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’“economismo imperialistico”[agosto-settembre 1916], in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 23, p. 72.
[11] Id., Per il quarto anniversario della rivoluzione d’ottobre [14 ottobre 1921], in Sulla rivoluzione… cit.,p. 564.
[12] Id., Rapporto sulla questione della terra al II congresso dei soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia [8 novembre 1917], in op. cit., p. 271.
[13] Ivi, p. 274.

07/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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