Lenin e i sette peccati capitali dell’opportunismo di destra e di sinistra

Le critiche rivolte all’opportunismo di sinistra – a partire da quelle formulare contro l’anarchismo – senza mai perdere di vista l’esigenza di contrastare la posizione opposta del riformismo e del revisionismo.


Lenin e i sette peccati capitali dell’opportunismo di destra e di sinistra Credits: https://it.rbth.com/cultura/82628-questi-poster-della-propaganda-sovietica

Segue da Lenin e noi

L’anarchismo

Il prodotto immediato della mancata storicizzazione d’una sconfitta è il risorgere di tendenze anarchiche proprie, a parere di Lenin, dell’intellettuale e dello straccione usciti di carreggiata” [1], in grado di contagiare il proletariato in fasi di subalternità ideologica come le attuali, in cui cresce l’influenza sulle masse degli intellettuali tradizionali di origine borghese. Del resto, come mostra Lenin, il fondamento della concezione anarchica è lo stesso individualismo dominante nella coscienza borghese, per quanto rovesciato di segno [2].

Tanto più che la stessa negazione anarchica del sistema capitalistico, essendo al contempo “negazione della forza unificatrice e organizzatrice del potere” [3], risulta agli occhi di Lenin indeterminata nella sua immediatezza e, perciò, incapace di essere la base da cui elaborare un modello di società superiore a quella borghese. Non comprendendo tale esigenza, lo spontaneismo anarchico finisce inconsapevolmente per essere subalterno all’egemonia borghese. Più in generale, come osservava Lenin, negando la stessa politica l’anarchismo non fa che subordinare il proletariato alla politica esistente, borghese [4]; ne prendano nota gli odierni apologeti del partito sociale!

Anche nella sua critica dello sfruttamento l’anarchia non è in grado di andare oltre la presa di posizione morale, essendo incapace di risalirne le cause, di cogliere le contraddizioni oggettive che favoriscono la transizione dal capitalismo al socialismo. Come osserva a questo proposito Lenin: “il movimento anarchico (..) non ha dato nulla all’infuori di frasi generali contro lo sfruttamento. Queste frasi sono in voga da oltre duemila anni. Manca a) la comprensione delle cause dello sfruttamento; b) la comprensione dello sviluppo della società che conduce al socialismo; c) la comprensione della lotta di classe come forza creativa per attuare il socialismo” [5].

Tuttavia, allora come ai nostri giorni, lo stesso risorgere dell’anarchismo è stato per Lenin “non di rado una specie di castigo per i peccati opportunistici del movimento operaio. Le due storture si integrano a vicenda” [6]. Perciò secondo Lenin è sempre necessario contrastarle entrambe. Per fare, a questo proposito un esempio emblematico, Lenin sostiene che i comunisti, a differenza degli anarchici, non rinunciano in modo nichilistico e astratto alle lotte per le riforme, ma al contempo contrastano la prospettiva riformista che consente nei fatti alla borghesia di farne uno strumento di corruzione del movimento di lotta dei lavoratori. Quindi, sostiene Lenin: “i marxisti, a differenza degli anarchici, ammettono la lotta per le riforme, cioè per quei miglioramenti nella situazione dei lavoratori che lasciano il potere, come nel passato, nelle mani della classe dominante. Ma nello stesso tempo essi conducono la più energica lotta contro i riformisti, i quali, direttamente o indirettamente, limitano alle riforme le aspirazioni e l’attività della classe operaia” [7].

Tanto più che i riformisti, sulla base della loro impostazione revisionista, “considerano vuote frasi tutti i ragionamenti sui ‘salti’ e sull’opposizione di principio fra il movimento operaio e tutta la vecchia società. Essi – denuncia Lenin – prendono le riforme per una realizzazione parziale del socialismo”. Opposta, ma specularmente errata e da contrastare da parte dei comunisti, appare a Lenin la posizione dell’anarco-sindacalista che “ripudia il ‘lavoro minuto’ e soprattutto l’utilizzo della tribuna parlamentare. In realtà, quest’ultima tattica si riduce all’attesa delle ‘grandi giornate’, unita all’incapacità di raccogliere le forze che creano i grandi avvenimenti. Gli uni e gli altri frenano l’opera più importante e più urgente: il raggruppamento degli operai in organizzazioni più vaste, potenti, che funzionino bene e sappiano funzionare bene in qualsiasi condizione” [8].

Allo stesso modo Lenin pur riconoscendo – di contro all’utopismo anarcoide che nega la “necessità dello Stato e del potere statale nel periododi transizione dal dominio della borghesia al dominio del proletariato” – l’esigenza di ricostruire lo Stato nella fase di transizione al socialismo, mirava a realizzare non “uno Stato parlamentare borghese ordinario”, secondo la concezione revisionista dei riformisti, ma – sulla scorta di Marx e della esperienza della Comune di Parigi – “uno Stato senza esercito permanente, senza una polizia opposta al popolo, senza una burocrazia posta al di sopra del popolo” [9].

Dunque, Lenin spiega la differenza fondamentale fra la posizione dei comunisti e quella degli anarchici, sottolineando come i primi sono consapevoli che per poter superare lo Stato devono prima sopprimere gli antagonismi fra le classi sociali, eliminandone alla radice la causa, ovvero le differenze di classe, in ragione delle quali lo Stato ha avuto la propria ragione di essere. Per dirla con Lenin: “i marxisti si distinguono dagli anarchici in questo: (1) i primi, pur ponendosi l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile; (2) i primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria; (3) i primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario” [10].

D’altra parte, la mancata affermazione della Rivoluzione in occidente, porterà l’arretrata Russia a dover tener testa non solo alla controrivoluzione interna, ma alla guerra e allo stato di assedio impostole dalle potenze imperialiste, che non renderanno possibile la realizzazione del tipo di Stato cui dovevano mirare, secondo Lenin, i comunisti. Ciò contribuirà a far passare direttamente una parte degli anarchici e, indirettamente, la componente più estremistica del partito comunista su posizioni nei fatti controrivoluzionarie.

Anzi, a parere di Lenin, l’ala anarchico piccolo-borghese oggettivamente controrivoluzionaria è più pericolosa della stessa controrivoluzione aperta portata avanti dai generali bianchi reazionari sostenitori della restaurazione dello zarismo. In effetti, sottolinea Lenin, “la controrivoluzione piccolo-borghese, come ho già detto, è più pericolosa di Denikin [generale filo-zarista]. I compagni non l’hanno negato. Ciò che ha di particolare questa controrivoluzione è che essa è piccolo-borghese, anarchica. Io affermo che esiste un nesso tra le idee e le parole d’ordine di questa controrivoluzione piccolo-borghese, anarchica, e le parole d’ordine dell’‘opposizione operaia’” [11]. Quest’ultima è, dunque, apertamente attaccata da Lenin in quanto la considera una forma di deviazionismo anarchico: “l’‘opposizione operaia’, che si nasconde dietro le spalle del proletariato, è una tendenza piccolo-borghese, anarchica” [12].

D’altra parte Lenin condanna come egualmente piccolo-borghese e anarchica l’ala sindacalista del partito che rivendicava la necessaria indipendenza del primo da ogni forma di controllo del secondo. In altri termini, secondo Lenin contrastare il ruolo direttivo del partito sul sindacato e le masse dei lavoratori significa sostenere una posizione analoga a quella anarchica e piccolo-borghese che di fatto ha di mira la demolizione stessa del processo di transizione al socialismo. Osserva a tal proposito Lenin: “la funzione dirigente, educativa ed organizzatrice del partito nei confronti dei sindacati proletari e quella del proletariato nei confronti delle masse lavoratrici semi-piccolo-borghesi e addirittura piccolo-borghesi viene così completamente elusa ed eliminata e, invece di continuare e di correggere il lavoro pratico già iniziato dal potere sovietico per costruire le nuove forme di economia, si ha la demolizione anarchica, piccolo-borghese di questo lavoro, demolizione che può unicamente condurre al trionfo della controrivoluzione borghese” [13].

Per altro queste posizioni estremistiche e di fondo nichiliste, che Lenin taccia di deviazionismo anarco-sindacalista e piccolo borghese, non sono affatto funzionali a sostenere il governo comunista nella lotta contro la burocrazia, che pur pretenderebbero di voler contrastare nel modo più strenuo. In tal modo invece di rafforzare il difficilissimo compito del governo per realizzare, nonostante le enormi difficoltà e la debolezza delle forze in campo, un reale Stato socialista democratico, tale posizioni finiscono con il loro estremismo per rendere tale impresa praticamente impossibile. In tal modo la loro stessa critica finisce con l’essere, di fatto, una profezia che si auto-avvera.


Note

[1] V. I. Lenin, Anarchia e socialismo [1901] in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni progress, Mosca 1978, p. 44.

[2] Osserva a questo proposito Lenin: “l’anarchia è individualismo borghese alla rovescia”, al punto da considerare “l’individualismo come base di tutta la concezione del mondo anarchica” Ivi, p. 43.

[3] Ibidem. Entrambe queste tendenze anarchiche favoriscono, denuncia Lenin, la lacerazione del rapporto fra avanguardia-Partito e massa-classe, mettendo a repentaglio la transizione al socialismo.

[4] A tal proposito Lenin parla esplicitamente di “subordinazione della classe operaia alla politica borghese sotto forma di negazione della politica” Ivi, p 44.

[5] Ivi, p. 43.

[6] Id., L’estremismo malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in op. cit., p. 417.

[7] Id., Marxismo e riformismo [Settembre 1913], in op. cit., p. 174.

[8] Id., I dissensi nel movimento operaio europeo [dicembre 1910], in op. cit., p. 134.

[9] Id., Lettere sulla tattica [aprile 1917], in op. cit., p. 309.

[10] Id., Stato e rivoluzione [agosto-settembre 1917], in op. cit., p. 325.

[11] Id., Discorso di chiusura del dibattito sul rapporto del CC del PC(b)R al X congresso del PC(b)R [marzo 1921], in op. cit., p. 529.

[12] Ivi, p. 533.

[13] Id., Prima stesura del progetto di risoluzione del X congresso del PCR sulla deviazione sindacalistica e anarchica nel nostro partito, in op. cit., p. 548.

29/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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