Recensioni di classe 38

Brevi recensioni di classe alle serie tv: Germinal, Rebibbia quarantine, Euphoria seconda stagione, Crisi in sei scene di Woody Allen, Reservation Dogs, Only Murders in the building e Bridgerton.


Recensioni di classe 38 Credits: https://actu.fr/loisirs-culture/tournee-a-lille-et-dans-le-nord-pas-de-calais-la-serie-germinal-diffusee-ce-mercredi-sur-france-2_45978543.html

 Germinal è una miniserie storica franco-italiana formata da sei episodi, ideata da Julien Lilti e diretta da David Hourrègue, disponibile su Rayplay, voto: 9. Puntata pilota perfetta, con finalmente al centro il conflitto sociale, la serie sembra assicurare un notevole godimento estetico e lascia davvero molto su cui riflettere al pubblico. Non solo sono posti al centro dell’attenzione problematiche sostanziali di ordine economico, sociale, politico ed etico, ma il tutto è presentato nel modo più realistico con personaggi tipici che rappresentano in modo dialettico le diverse posizioni all’interno delle classi sociali.

Gli episodi due, tre e quattro riescono, quasi per miracolo, a mantenersi ai livelli davvero fantastici dell’episodio pilota. Vengono analizzati in maniera compiutamente realistica e dialettica il ruolo dei ceti intermedi, il confronto fra grande e piccola borghesia, la funzione dei protofascisti, le differenze fra le generazioni all’interno della classe dominante. Vengono messe bene in luce anche le contraddizioni in seno al popolo, la funzione determinante, anche etica, dell’avanguardia comunista, i rapporti interpersonali in relazioni al conflitto sociale e, infine, la cattiveria dei poveri e il disfacimento anche morale della classe dominante.

Quinto e sesto episodio introducono tutta una serie di complicazioni e di contraddizioni anche se piuttosto realistiche. Certo, ci sono un paio di cadute, in particolare nella rappresentazione del contrasto fra il giovane rivoluzionario e il rappresentante della Terza Internazionale assurdamente accusato di cretinismo parlamentare e nella visione troppo idealizzata del piccolo capitalista innovativo e avanguardista, ma per il resto la serie si mantiene a livelli elevatissimi. Si denuncia, anche se in maniera eccessiva e un po’ irrealistica, l’opportunismo estremista di sinistra degli anarchici nichilisti ma nel complesso la rappresentazione complessiva resta realistica, i personaggi tipici sono presentati dialetticamente anche nei loro aspetti contraddittori. Anche la conclusione, nonostante la tragicità molto spinta, preserva una catarsi significativa, che apre a una prospettiva di superamento nel senso del realismo socialista, con punti di contatto con la conclusione di Furore di John Ford.

Rebibbia Quarantine serie cartoon scritta e diretta da ZeroCalcare disponibile su La 7, voto 7; commento e riflessioni critiche a caldo sulla quarantena con un efficace satira. ZeroCalcare sviluppa una interessante riflessione critica su alcuni aspetti della quarantena, con un ritmo davvero travolgente. Peccato che lo scarso investimento nel numero dei disegni animati rende la mini serie un po’ troppo ripetitiva.

Euphoria 2x8 è una serie televisiva statunitense creata e scritta da Sam Levinson in onda in Italia su Sky Atlantic, voto: 7-; l’episodio pilota è decisamente intenso, coinvolgente e ben orchestrato. Si ricostruisce lo sfondo sociale in cui si sono formati gli spacciatori e l’assoluta assenza di grandi ambizioni fra i giovani occidentali in particolare israeliani e statunitensi, fra i quali l’unico obiettivo significativo da conseguire sembra essere una storia d’amore e la necessità di non divenire tossicodipendente. Peraltro la serie non assume una posizione doverosamente critica verso l’uso e il commercio degli stupefacenti, anche solo denunciando le devastazioni che producono fra i giovani.

Il secondo e terzo episodio si sviluppano sulla scia del primo. Ottimo ritmo, prodotto sapientemente confezionato, tutta sesso e droga, quasi che i ragazzi non potessero avere altro per la testa. La droga e persino lo spaccio, oltre alla violenza, vengono di fatto sdoganati.

Finalmente nel quarto e quinto episodio emergono gli effetti negativi della tossicodipendenza e sullo sfondo vi è anche l’uso della droga da parte dello Stato imperialista, ossia gli oppioidi spacciati come terapia contro il dolore. Purtroppo questo aspetto e tutti gli aspetti più significativi, politici, sociali ed economici, non vengono minimamente tenuti presente.

Nel sesto e settimo episodio attraverso la trovata della messa in scena di un dramma sulle vicende della serie, emergono alcuni aspetti significativi dei personaggi e, in particolare, emerge l’omosessualità del personaggio maschilista e fascistoide. Lascia un po’ perplessi la scelta di individuare l’unica persona in grado di apprezzare e valorizzare la profondità del personaggio femminile autrice di questa geniale messa in scena nello spacciatore che, peraltro, sin dalla più tenera età si era formato all’interno della criminalità.

L’ottavo episodio rappresenta davvero una bella sorpresa. Come non accade praticamente mai l’ultimo episodio della seconda serie si rivela forse il più significativo, ricco di colpi di scena, emozionante e certamente godibile. Inoltre più che a lanciare una ipotetica terza serie si cerca di trovare una soluzione per quanto possibile catartica delle diverse tragedie che coinvolgono i personaggi.

Crisi in sei scene di Woody Allen, miniserie in sei episodi, voto: 6,5; sebbene ci siano tutti gli ingredienti per una bella serie brillante, Crisi in sei scene è, soprattutto nell’episodio pilota, decisamente deludente. Non bastano un grande attore, un grande regista, un grande sfondo storico, l’intersecarsi di vicende individuali con grandi eventi storici per realizzare una reale opera d’arte. La serie appare essenzialmente un lavoro su commissione, non è incisiva, né è in grado di sviluppare una godibile satira sociale. Si resta sempre a un livello decisamente superficiale e la serie manca decisamente d’incisività.

A poco a poco la serie riprende quota attraverso il confronto-scontro fra la posizione borghese del protagonista-regista e la posizione estremista della ricercata rivoluzionaria. La satira sociale è benevola, anche se lascia qualche perplessità il fatto che proprio quando per la prima volta Woody Allen fa i conti con le grandi contraddizioni del mondo storico e sociale non ne colga minimamente la tragicità, appiattendo tutto sull’inadeguato tono comico.

Con il passare delle puntate, la serie diviene sempre più convincente e divertente. Certo colpisce negativamente il fatto che la satira sociale finisce per colpire non solo lo spirito dell’utopia, ma lo stesso principio speranza. Colpisce, inoltre, il fatto che il punto di vista dell’autore assume di fatto la prospettiva del cameriere sui grandi eventi storici, finendo sostanzialmente per rivendicare la classica ipocondria dell’impolitico. D’altra parte anche la versione farsesca dei grandi movimenti di lotta della fine degli anni sessanta è talmente superiore alla tenebra del quotidiano oggi dominante, che anche la serie di Woody Allen finisce in modo, anche involontario, per riproporre le grandi ambizioni che animavano davvero molti uomini di quell’epoca, che non si può che rimpiangere dinanzi al deserto del reale oggi dominante, insieme al pensiero debole che considera ormai definitivamente sorpassata la possibilità stessa di una grande narrazione.

Reservation Dogs è una serie televisiva brillante statunitense creata da Taika Waititi e Sterlin Harjo, in Italia è disponibile su Disney+, come Star Original, voto: 6. Serie piuttosto realista sulle difficili condizioni sociali dei nativi nelle riserve. La serie ha certamente ritmo e ha come sfondo delle questioni sostanziali, anche se è troppo minimal e la forma della commedia pare poco adatta, dal momento che i temi affrontati sono decisamente tragici. Peraltro l’impronta sostanzialmente verista non favorisce quell’effetto di straniamento necessario a una comprensione critica degli eventi. Inoltre, la sostanziale assenza di grandi ambizioni e di spirito dell’utopia finisce con l’appiattire un po’ troppo i personaggi, dal momento che l’unica via di fuga dalla condizione deprimente della riserva pare essere la fuga-emigrazione nella presunta terra promessa del capitalismo.

L’aspetto positivo della serie è che vi è una consonanza sentimentale fra gli autori e il loro popolo di cui, pur evidenziando realisticamente le contraddizioni, si evita di dare esteriori giudizi moralisti e non ci si lascia andare a quel rimestare nel torbido tanto caro a troppi registi italiani. Il limite è che ci si accontenta del punto di vista sulla storia del cameriere proprio dei personaggi messi in scena, abdicando al ruolo dell’intellettuale di esprimere lo spirito assoluto.

Only Murders in the Building è una serie televisiva statunitense creata da Steve Martin e John Hoffman. La prima stagione della serie, composta da 10 episodi, in Italia è disponibile su Disney+ come Star Original. La serie ha ottenuto 2 candidature ai Golden Globes, 3 candidature a Satellite Awards, 3 candidature a Critics Choice Award, 2 candidature a SAG Awards, 3 candidature a Writers Guild Awards, fra cui diverse nomination per la migliore serie brillante, voto: 4. Only Murders in the Building, rispetto al grande successo di critica e di pubblico, è alquanto deludente. Si conferma la solita difficoltà a tradurre e rendere in un’altra lingua i dialoghi di una serie brillante. D’altra parte la serie è priva di quel ritmo generalmente caratteristico delle serie statunitensi e così, non affrontando temi sostanziale, diviene soporifera già nell’episodio pilota.

Il terzo e quarto episodio confermano e aggravano tutti i limiti già riscontrati ed evidenti nei primi due. La vicenda è priva di momenti di reale interesse, non fa ridere e nemmeno sorridere, ma al massimo risulta patetica. Unendo l’elemento comico al giallo depotenzia entrambi, in particolare il secondo. I personaggi non sono tipici, né realisticamente rappresentati e si riducono a macchiette. Così la serie diviene sempre più noiosa e piacevolmente soporifera.

Con il quinto e sesto episodio la serie dà finalmente qualche segno di vita, con la realizzazione di due episodi meno mosci e noiosi del solito, che sembrano quantomeno alludere ad alcune implicazioni sociali della vicenda. C’è anche un più intenso scavo psicologico dei personaggi e toni più melodrammatici.

Con il settimo episodio la serie conferma nuovamente tutti i suoi difetti e fa sorgere l’interrogativo sul motivo di sprecare così tante risorse per produrre merci dannose e di mediocrissima qualità. L’ottavo episodio rappresenta la prova conclusiva che è decisamente insensato continuare a perdere tempo per vedere una serie così scarsamente significativa da tutti i punti di vista. Nel nono episodio la serie si rianima un po’, senza però introdurre motivi di interesse sostanziale. Anche la conclusione nel decimo episodio non lascia nulla di significativo su cui riflettere allo spettatore.

Bridgerton è una serie televisiva statunitense creata da Chris Van Dusen e prodotta da Shonda Rhimes, basata sui romanzi di Julia Quinn, ambientati nel mondo dell'alta società londinese durante la Reggenza inglese, voto: 3. La seconda serie si mantiene, già come la prima, priva di elementi sostanziali, rimanendo tutta incentrata sulle chiacchiere di una corte che ha da tempo perduto la sua centralità sul piano politico. Anche i due protagonisti, su cui era essenzialmente incentrata la prima serie, sembrano messi da parte e persino il mistero sull’arguto commentatore dei gossip di corte è subito posto fuori gioco da una rivelazione piuttosto scontata. Anche il secondo episodio non presenta davvero nessun aspetto significativo o degno di nota, se non la capacità di conciliare il sonno dello spettatore. Nel terzo episodio la serie si conferma del tutto inutile ed emergono ancora di più la posizione assurdamente apologetica verso l’aristocrazia e il maschilismo presente anche in diversi personaggi femminili. Per il resto tutto è già così palesemente scontato, sin dal primo episodio, e di nessunissimo interesse da rendere la serie fra le più soporifere dell’anno.

Infine il quarto e il quinto episodio offrono l’ennesima conferma che non occorra più vedere questa serie per valutarla tra le peggiori dell’anno.

15/07/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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