Riscossa Multipopolare. Un percorso politico destinato a svilupparsi

Nell’appoggiare pienamente il processo di dibattito collettivo proposto da Ottolina TV, proponiamo la presentazione del documento Riscossa Popolare e l’analisi dei punti che, come collettivo La Città Futura, riteniamo più importanti a livello di necessità di analisi e approfondimento


Riscossa Multipopolare. Un percorso politico destinato a svilupparsi

Che cos’è Riscossa Popolare? Si tratta di un documento politico firmato da Giuliano Marrucci, il fondatore di Ottolina TV, che rappresenta il frutto di un lavoro informativo, politico e culturale, che ha coinvolto, non solo la Tv online, ma una quantità notevole di intellettuali, militanti, singoli individui, riviste, che, partendo da ospiti o ascoltatori, hanno cominciato ad incontrarsi, vedersi fisicamente, riunirsi in dibattiti dal vivo, ed in una parola, ad organizzarsi. Nel documento, che consiglio vivamente di leggere, la parte finale descrive proprio il percorso che, attraverso una serie di tentativi ed errori, ha portato alla crescita di Ottolina TV a cui è seguita la necessità di coinvolgere attivamente le persone che la seguivano, invitandole a partecipare, a dibattere tra loro, a confrontarsi, e da quest’esigenza è nata l’associazione Multipopolare, di cui, il documento Riscossa Popolare, definisce, in un certo senso, una sintesi programmatica, allo stato attuale, del perimetro concettuale entro il quale l’associazione si muove. Come Collettivo La Città Futura abbiamo partecipato a tutte le tappe della costruzione dell’associazione Multipopolare poiché, pur non condividendo alcuni passaggi teorici presenti nel documento dell’associazione, riteniamo estremamente utile, fecondo e vitale lo spazio di discussione che Ottolina Tv – e poi Multipopolare – sono riusciti ad aprire nell’ambito di una sinistra che si vuole definire antiimperialista e che cerca di comprendere, attraverso strumenti concettuali collettivi nuovi messi a disposizione di tutti, alcune categorie di fondo che sono essenziali per tentare di orientarsi nella società contemporanea che abbiamo il compito di trasformare. Non smetteremo mai di essere grati ai fondatori di Ottolina per avere aperto questo luogo di dibattito collettivo, di confronto aperto delle idee che ha permesso a tanti intellettuali, compagni, singoli cittadini ed organizzazioni, di confrontarsi liberamente, di studiare e dibattere nell’ottica comune di un nuovo ed embrionale processo di costruzione dell’egemonia culturale in Italia.

Posta questa premessa passiamo ai capisaldi, ai nuclei teorici concettuali su cui il documento si sviluppa. Nel corso dell’esposizione - che, per esigenze obiettive, dovrò affrontare in maniera piuttosto sintetica poiché si tratta di un denso e fitto documento , per quanto di agevole lettura – mostrerò i punti di contatto che ci hanno convinto a partecipare attivamente all’associazione ed i punti in cui, invece, la nostra analisi non collima e rispetto ai quali, con grande franchezza, ci siamo confrontati pubblicamente.

Il primo caposaldo teorico che viene sviluppato consiste nel mutamento di fase storica cominciato nel 1975 rispetto al contesto politico mondiale che si era definito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1945 al 1975, per effetto dell’onda lunga della Rivoluzione Bolscevica e della pressione dei  Paesi socialisti – sia nel Terzo mondo che in Occidente - si era definita una “democrazia di massa” caratterizzata da un quadro istituzionale che, seppur in regime capitalista, aveva favorito una crescente organizzazione del movimento dei lavoratori. La capacità di strappare al capitale una quota crescente di diritti coincideva con un allargamento della partecipazione attiva delle classi lavoratrici alla vita politica e sociale, anche dei  Paesi imperialisti, il che si traduceva in una preoccupazione sempre più forte delle classi dominanti di vedere eroso il proprio potere nella società e di subire l’iniziativa dei lavoratori nel rapporto di potere tra capitale e lavoro. Cito testualmente dal documento: “dopo trent’anni di democrazia di massa, il baricentro dei rapporti di forza si è spostato talmente a favore del lavoro che il compromesso non era più sostenibile, e che comportava una messa in discussione radicale del mondo tra chi sfrutta e chi è sfruttato”. Il documento riconosce che questo processo era stato accompagnato da una forma di sfruttamento imperialistico nei  Paesi del Terzo mondo che, pur liberandosi dal gioco coloniale, subiva in buona parte forme di controllo indiretto più evoluto e raffinato da parte dei  Paesi occidentali a guida statunitense.

Il quadro politico, quindi, comincia a modificarsi a metà degli anni’70 “quando un gruppo di accademici, capitanato da Samuel P. Huntington, su incarico della Trilateral, pubblicano un report, intitolato “The Crisis of Democracy” in cui si mettono in guardia le élite dominanti sull’eccesso di democrazia nei  Paesi sviluppati occidentali e sulla necessità di restringere questi spazi, proprio a partire da quel luogo in cui la coscienza democratica si era fatta sostanziale, ovvero all’interno delle fabbriche. Comincia in questa fase la controffensiva ordo-liberista in tutto il mondo: in occidente attraverso lo smantellamento e lo spacchettamento delle fabbriche, nei Paesi del Terzo Mondo attraverso una dislocazione di segmenti dell’attività manifatturiera ed una conseguente migrazione di capitali. Mentre i settori a maggiore composizione organica di capitali permanevano nei Paesi occidentali, le attività manifatturiere più semplici venivano trasferite nei Paesi del Terzo Mondo. Il documento esprime questo rapporto di segmentazione dei processi produttivi attraverso la metafora della mente (in Occidente) e del braccio (nel Terzo Mondo). La controffensiva liberista si poteva così esercitare sia nei confronti delle masse lavoratrici in Occidente – che vedevano così la loro potenza contrattuale profondamente indebolita - che nei confronti dei popoli coloniali, costretti ad integrarsi nel mercato mondiale in una condizione di dipendenza e subalternità alle dinamiche dei flussi di capitali orientati e diretti dalle élite del capitale finanziario dei Paesi occidentali, in primis gli USA.

Questo processo, tuttavia, non può essere compreso in tutta la sua portata se non si tiene conto dell’impatto catastrofico che ha assunto, all’interno della controrivoluzione liberale, l’abbandono del sistema del Gold-standard, ovvero di quel sistema di cambi fissi incentrato sulla centralità del dollaro ma, contemporaneamente, sulla convertibilità del dollaro con l’oro qualora le banche centrali di tutto il mondo ne avessero richiesto la convertibilità. Non potendo più sostenere le enormi spese legate all’avventura del Vietnam, il governo Nixon decise unilateralmente di sganciare il dollaro dal riferimento alle valute auree innescando così una spirale inflazionistica in tutto il mondo (vedi crisi petrolifera del 1973) ed una pletora di massa monetaria (capitale fittizio) alla continua ricerca d’investimenti ovunque allo scopo di valorizzarsi. Come collettivo “la Città Futura” condividiamo l’analisi per cui il cosiddetto “Signoraggio del Dollaro” rappresenta un passaggio cruciale all’interno della controrivoluzione liberale che ha caratterizzato le dinamiche economiche e politiche in tutto il mondo, costringendo, volente o nolente, tutte le economie nazionali e tutte le forze progressiste a subire delle regole che erano state imposte “manu militari” dai settori più reazionari e parassitari del capitale finanziario a livello mondiale. In tutti gli anni a venire, l’Unione Sovietica sarà costretta ad inseguire la folle corsa agli armamenti imposta da Reagan, mentre la Cina, già in rotta di collisione con la Russia ed esausta da un poderosissimo processo di costruzione infrastrutturale e di rivoluzione culturale, deciderà di avviare quel percorso di apertura agli investimenti occidentali, ritenuto essenziale per favorire lo sviluppo delle forze produttive al suo interno. Le dinamiche del signoraggio del dollaro, quindi, accrescono il potere del capitale finanziario a guida statunitense in tutto il mondo, oltre a definire un accrescimento ed una concentrazione spaventosa del denaro e del risparmio in ogni angolo della terra all’interno di fondi speculativi (vedi Vangard, Black Rock, etc), le cui dimensioni ed entità tendono ad oltrepassare di gran lunga quelle del bilancio di più Stati insieme. È evidente che questi fondi – essendo, poi, strettamente connessi con l’apparato militare industriale USA che in buona parte controllano -rappresentano l’altra faccia della politica monetaria della Federal Reserve e riescono a controllare, direttamente o indirettamente, vasti settori dell’economia e del risparmio, financo il debito pubblico degli Stati.

Ciò che non ci convince, invece, dell’analisi contenuta nel documento è la categoria del super-imperialismo. Se è vero, infatti, che in questi ultimi trent’anni, l’imperialismo nord-americano ha svolto una funzione guida e d’avanguardia nel disegnare le regole ed i rapporti di forza che si andavano delineando tra  Paesi Imperialisti, e tra questi e gli altri  Paesi del mondo, ciò non significa che non esistano, all’ombra dell’egemonia statunitense, altri  Paesi imperialisti che, nonostante la condizione di relativa subalternità, non perseguano i loro biechi interessi coloniali, coordinandosi o, raramente, confliggendo, più o meno apertamente con gli USA. La politica mercantilistica adottata dalla Germania dall’unificazione ed estesa all’intera UE non è stata altro che la versione continentale di quelle logiche ordoliberistiche pianificate, negli stessi anni, a Washington anche se con modalità e funzioni diverse. I burocrati dell’UE, mentre comprimevano i salari per favorire le esportazioni, al tempo stesso, garantivano la detassazione sia sui movimenti speculativi che sull’importazione dei capitali per mezzo del dumping fiscale. Sia in Italia che in Europa la Confindustria ed il capitale finanziario hanno beneficiato del clima d’austerity per affossare le condizioni di vita dei lavoratori. Le ragioni per cui, inoltre, sosteniamo l’esistenza di più imperialismi (almeno quello Usa, dei  Paesi europei e Giapponese) in un rapporto di coordinazione e conflittualità latente tra loro, sono contenute nella natura stessa del processo di valorizzazione del capitale per cui è intrinseco il conflitto, la lotta per la supremazia e la concorrenza; anche se, com’è evidente, nel corso della lotta tra  Paesi imperialisti gli Usa possono scaricare le crisi sui loro stessi alleati, danneggiando ed impoverendo ulteriormente le classi popolari di quegli stessi  Paesi. Non pensiamo, quindi, che le classi dirigenti europee ed italiane perseguano le loro politiche belliciste solo ed esclusivamente per autolesionismo ma perché nel loro comportamento verso la Russia e verso i  Paesi del terzo mondo, riflettono la condizione, seppur di subalternità verso gli Usa, di aggressività imperialistica dovuta alle crisi di sovrapproduzione.

Pur non condividendo quest’aspetto dell’impostazione del documento di Multipopolare ne comprendiamo, tuttavia, le ragioni di fondo. E’ evidente che, come scritto nel documento, le dinamiche imposte alla Cina nel corso degli anni 90 erano finalizzate a renderla completamente subalterna alle logiche perverse dell’esportazione di capitali in eccesso da parte degli USA e, più in generale, dei capitalisti occidentali; come in tutte le bolle speculative, lo sviluppo della Cina doveva essere in una funzione di subalternità rispetto ai movimenti di capitale statunitense, così come è evidente che la Cina, nonostante il grande sacrificio di disciplinare il lavoro in questi 20 anni, è riuscita, seppur con mille difficoltà, a mantenere un autonomia nelle scelte di politica economica, potenziando enormemente lo sviluppo delle forze produttive. Il quadro che si apre con il mondo multipolare – da qui Riscossa multipopolare – favorisce, in particolare per i popoli del terzo mondo, un modello percorribile, opzione di potenziale recupero della sovranità popolare senza la quale è impossibile alcun processo di emancipazione e di riconquista del potere politico per i settori popolari. Nell’affermare il concetto di riscossa multipopolare si vuole sottolineare l’accento sul tema della democrazia, dell’autonomia della politica, intesa come dimensione della scelta, del protagonismo delle classi popolari contro la centralizzazione della ricchezza in mani sempre più ristrette ed invisibili, nonché il rifiuto etico e politico rispetto al razzismo ed al suprematismo intrinseco alle dinamiche di mantenimento di dominio sul mondo da parte delle élite dei popoli occidentali.

Da questo punto di vista ci sentiamo in intima connessione con l’approccio di fondo indicato nel documento; inoltre, se consideriamo gli elementi di conflitto sociale su cui si è concentrata l’intera festa di Ottolina, vediamo che si lavora insieme per riconnettere quel blocco sociale che dovrà porre, in termini squisitamente di classe, quegli elementi di rottura per aprire effettivamente l’affacciarsi, anche in Italia, di un evoluzione diversa della politica estera, nonché della completa sovranità delle classi popolari nel nostro Paese. Pur osservando anche noi le dinamiche di parcellizzazione ed atomismo indotte dall’egemonia liberale sulle classi subalterne, riteniamo che, se è vero, come si afferma in alcuni passaggi, che l’accresciuta militarizzazione aprirà dinamiche sempre più contraddittorie nella società civile italiana, ciò vuol dire che il problema posto da Gramsci della rivoluzione in Occidente è sempre aperto, ed è proprio dentro questa sottile apertura che s’inserisce strategicamente l’azione emancipatoria della riscossa multipopolare. Il percorso non è né semplice né breve, ma se si connette la chiara impostazione antiimperialista con la capacità d’inserirsi in contesti di lotta contro il governo più generali – vedi l’autonomia differenziata – tentando di sottrarne ai moderati l’egemonia culturale, il percorso per la riscossa multipopolare è già in atto.

20/07/2024 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Francesco Cori

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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