La rivolta internazionale della generazione Zeta sempre più si candida a essere il più efficace antidoto alle resistibile ascesa della destra estrema e/o radicale. La compresenza in sempre più società di queste due tendenze opposte è solo apparentemente paradossale. In realtà è la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico a essere la causa principale di queste due opposte tendenze politiche. Il capitalismo e i modi di produzione precedenti offrono ai subalterni in generale, e alle giovani generazioni in particolare, un futuro quanto mai oscuro e precario. Le differenze sociali aumentano sempre più, la società tende a essere sempre più gerarchica e militarizzata. Cresce il peso della burocrazia e il numero di persone talmente disperate che non studia, né cerca un posto di lavoro. Il lavoro è sempre più sussunto alle macchine e diviene sempre più alienante. La società diviene sempre più individualistica. Lo stesso habitat naturale dell’uomo è sempre più devastato e il rischio di una apocalisse nucleare sempre più prossimo. In sempre più casi le aspettative di vita della precedente generazione appaiono sempre meno raggiungibili. I giovanissimi delle classi subalterne appaiono sempre più coloro che nella rivolta non hanno null’altro da perdere al di là delle loro catene. Inoltre le più giovani generazioni sono naturalmente le più aperte al futuro, le meno ancorate al passato e le meno conservatrici. Hanno generalmente un più accentuato spirito dell’utopia e principio di speranza.
Negli ultimi giorni, in particolare, per limitarci al contesto internazionale a noi più prossimo, abbiamo avuto delle oceaniche manifestazioni in Francia e Albania, che hanno visto come forza trainante la generazione Z che è riuscita a fare egemonia su ampi settori della società, in particolare nel contesto francese su sindacalisti e gilet gialli. In entrambi i casi i manifestanti hanno più volte messo in questione il monopolio della violenza legalizzata dello Stato, attributo fondamentale del potere.
Anche in Italia si sono fatti in appena un fine settimana dei passi in avanti fondamentali. Venerdì c’è stato uno sciopero e manifestazione essenzialmente studentesca che ha visto la partecipazione di 400 mila ragazzi, in più di un’occasione pronti persino a mettere in discussione il monopolio della violenza legalizzata. Le manifestazioni erano tutte decisamente antifasciste e politiche, mirando al rovesciamento dell’attuale governo egemonizzato dalla destra radicale.
Il giorno dopo una coalizione di movimenti, sindacato (Cgil) e centri sociali ha portato in piazza oltre centomila persone, anche in questo caso con parole d’ordine contrarie all’attuale esecutivo e, più in generale, alla destra radicale. Come le enormi manifestazione del giorno prima si erano concluse lanciando l’appuntamento per il il 30 ottobre, per il primo sciopero generale dell’autunno, la manifestazione di sabato si è conclusa lanciando una seconda data di sciopero generale per il 20 novembre, in concomitanza con una grande mobilitazione di respiro quantomeno continentale degli studenti. Inoltre il movimento, se troverà la forza, oltre alla volontà, di andare fino in fondo avrebbe a disposizione persino una terza giornata di sciopero generale il 4 dicembre.
Infine sempre sabato, in modo del tutto spontaneo, oltre diecimila giovanissimi si sono dati appuntamento via social nelle piazze delle principali città, proprio in concomitanza con la grande manifestazione nazionale di Roma. In questo caso in particolare hanno mirato a sfidare il monopolio della violenza legalizzata da parte degli organi repressivi dello Stato.
In Albania i poteri forti, dato l’elevato e radicale grado di insorgenza, sta ragionando se sacrificare il governo amico del socialdemocratico Rama per salvare lo Stato. In Francia i temi cari a destra radicale ed establishment sono stati progressivamente posti da parte per lasciare spazio a parole d’ordine della sinistra radicale in senso lato.
Nel frattempo in Italia tutto lo sfruttato e oppresso meridione comincia a mettersi in movimento, in questo caso a partire dagli agricoltori e dagli autotrasportatori. Anche qui alla faccia del decreto sicurezza ci sono massicci blocchi stradali e, cosa ancor più significativa, in prima fila vi è il settore di massa della classe dominante: la piccola borghesia. Ciò rende più complessa la repressione da parte dei membri degli apparati repressivi dello Stato che hanno generalmente una coscienza piccolo borghese, dovendo poi colpire nel caso dei giovanissimi i loro stessi figli, nipoti o amici dei figli, o i rampolli della classe dominante.
Particolarmente significativo è lo sforzo in atto di unire le forze da parte della componente di massa più radicale del movimento studentesco e del più grande sindacato di base di sinistra. L’unità fra componenti anche così diverse, come studenti, giovanissimi subalterni, sindacati e movimenti di massa egemonizzati dalla piccola borghesia si basa sulla comune radicalità della critica al sistema.
Con quest’ultima stride al massimo l’istanza opposta volta a far apparire come unico possibile argine alla ondata nera la costruzione di un campo larghissimo, che già prefigura l’ennesimo governo di larghe intese, l’unico che rischia di far divenire egemone l’estrema destra. Quindi, proprio al contrario di chi vuol far credere che per vincere la destra radicale ed estrema bisogna puntare a conquistare il centro, spostandosi in quella direzione, l’unico modo per essere egemoni è dimostrare di essere molto più antisistema della destra radicale.
Del resto è la crescente crisi della società capitalista e le conseguenti dinamiche delle politiche imperialiste a portare alla crescente radicalizzazione non solo del proletariato, ma dell’intera massa dei subalterni, quindi, anche del sottoproletariato e della stessa piccola borghesia. Dinamica particolarmente preziosa per chi come noi non può che battersi per la costruzione di un blocco sociale in grado di contendere al blocco sociale dominante l’egemonia sulla piccola borghesia. A tale scopo è decisivo portare con sé, sotto la propria egemonia, i settori meno reazionari del sottoproletariato e della piccola borghesia.
Tale obiettivo non è più utopistico proprio perché è ormai in marcia da anni un movimento di massa che spontaneamente ha rovesciato i regimi che parevano più stabili. Un movimento che ha le proprie origini nelle primavere arabe e che si colloca a metà strada fra il movimento del sessantotto e il movimento no global.
Certo, occorre al contempo anche fare tesoro delle esperienze del passato. Quando un nuovo movimento sorge, come al tempo delle primavere arabe, necessariamente non può avere immediatamente successo, ma al contrario bisogna imparare a cadere senza farsi troppo male. Quello che evidentemente allora è mancato e purtroppo continua a mancare in diversi di questi grandi movimenti spontanei guidati dalla generazione Z, è una direzione consapevole, che sappia andare al di là del mero abbattimento del precedente regime.
Ciò non toglie che la direzione consapevole si esercita soltanto se prima si sviluppa spontaneamente un movimento di massa. Naturalmente anche dietro lo spontaneismo c’è certamente il lavoro certosino fatto dalle avanguardie. Al solito è lo sviluppo quantitativo opera di una élite che permette a un certo punto il salto quantitativo quando il movimento improvvisamente diviene di massa e rompe qualsiasi steccato, in primo luogo quelli settari posti dalle stesse avanguardie.
Come l’anno scorso il movimento di massa ha attraversato i due scioperi organizzati con logiche settarie dalle avanguardie, come la oceanica manifestazione del quattro di ottobre, nata anch’essa in un’ottica, al solito, minoritaria ed elitaria. Per quanto necessaria sia la battaglia contro settarismo e opportunismo di sinistra non può portare a frenare la riuscita di una mobilitazione di massa, che non si cura di certe finezze, in quanto mira esclusivamente alla cosa stessa.
Da questo punto di vista un ruolo essenziale lo svolgono quei settori che, in modo più radicale, non hanno nulla da perdere, se non le loro catene. Da questo punto di vista particolarmente preziose sono le giovani generazioni immigrate o figlie o nipoti di immigrati. Non a caso sono quelle che più sono in grado di porre la questione del potere mettendo in discussione lo stesso monopolio della violenza legalizzata. Ancora più preziose possono essere le giovani donne immigrate o figlie e nipoti di immigrati, in quanto vivono sulla propria pelle tutte le principali forme di oppressione e discriminazione e, dunque, sono le più determinate proprio quando lo scontro si fa, inevitabilmente, più duro.
D’altra parte il fatto che ci sia una direzione consapevole è altrettanto fondamentale. Quest’ultima deve operare fra un grande movimento di massa e l’altro, nei periodi di riflusso, per non dimenticare i fondamentali e condurre una lotta a livello molecolare, per contrastare l’ideologia dominante sul piano delle sovrastrutture. Al contempo, essendosi conquistata in precedenza credibilità, deve farsi trovare pronta nei momenti decisivi, quando in modo apparentemente improvviso e imprevedibile esplodono i movimenti di massa.
Da questo punto di vista resta indispensabile portare avanti un lungo e laborioso lavoro di formazione affinché le avanguardie siano davvero tali, cioè riescano a porsi alla testa di grandi masse. Si tratta di un lavoro particolarmente ingrato perché apparentemente distrae dall’immediatezza del conflitto sociale.
