Come CIA e Mossad hanno devastato il sistema dei pagamenti in bitcoin e stablecoin iraniano

Viene esposto il modo in cui la Cia e il Mossad sfruttando la debolezza intrinseca e soggettiva del sistema del governo degli Ayatollah sono riusciti a devastare il sistema di pagamenti della pubblica amministrazione distruggendo il valore delle criptovalute. manipolando Il valore del Bitcoin è Stablecoin iranici fino ad azzerarlo.


Come CIA e Mossad hanno devastato il sistema dei pagamenti in bitcoin e stablecoin iraniano

Secondo alcune analisi critiche e fonti alternative, l’intelligence israeliana (Mossad), in cooperazione con la CIA, sarebbe riuscita a individuare una backdoor nei circuiti di bitcoin e negli stablecoin utilizzati dall’Iran per aggirare le sanzioni. Questo canale digitale avrebbe avuto una funzione cruciale nel pagamento delle Guardie della Rivoluzione e delle strutture di base del regime, garantendo liquidità e continuità operativa. La scoperta e lo sfruttamento di tale vulnerabilità avrebbero consentito un’azione mirata di sabotaggio finanziario, contribuendo in modo decisivo alla devastazione di una parte rilevante del sistema economico iraniano parallelo, proprio nel suo segmento più sensibile: quello militare-securitario. 

L’errore iraniano nell’uso del bitcoin, emerso in modo evidente nel corso del 2025, non può essere compreso come un semplice incidente tecnico né come una banale falla informatica. Ma nemmeno come onnipotenza dei servizi di intelligence occidentali (CIA e Mossad). Esso costituisce piuttosto un episodio rivelatore di una continuità politica profonda, che attraversa l’intera storia della Repubblica Islamica, mettendo in luce l’incapacità strutturale della sua classe dirigente di tradurre la retorica rivoluzionaria in decisione materiale, rottura dei rapporti esistenti e uso offensivo delle proprie risorse. Di questa debolezza diciamo così strutturale. Già ne parlava all’inizio della rivoluzione islamica l’ambasciatore sovietico Vladimir Vinogradov, che non credeva che la rivoluzione islamica avrebbe cambiato le condizioni economiche del paese in senso socialista. La rivoluzione islamica è stata un evento non una trasformazione della società. La rivoluzione iraniana è stata indubbiamente un evento di massa reale, capace di rovesciare un ordine statale sostenuto dall’esterno. Tuttavia, essa non si tradusse mai in una rivoluzione nel senso materiale del termine. Il clero sciita non emerse come forza di trasformazione dei rapporti sociali, ma come nuova classe dirigente patrimoniale, orientata alla stabilità, al controllo e alla conservazione del possesso. 

Secondo una lettura critica, la creazione di circuiti basati su Bitcoin e stablecoin da parte dell’establishment clericale iraniano rispondeva a una doppia emergenza: aggirare le sanzioni internazionali e contenere un’inflazione strutturalmente a due cifre che da anni erodeva salari, risparmi e capacità statale. Questi strumenti digitali dovevano offrire una via di sopravvivenza economica, ma nacquero con un vizio fatale: il rifiuto di accettare un sistema realmente non manipolabile. Per questo sarebbe stata pretesa una backdoor, pensata per mantenere il controllo politico-monetario. L’errore strategico fu non comprendere che l’ipotesi stessa di una backdoor avrebbe attirato hacker di altissimo livello, innescando una corsa alla scoperta della vulnerabilità e aprendo la strada alla devastazione del sistema di pagamenti in Bitcoin e stablecoin su cui il progetto si reggeva. Questa scelta, coerente con una cultura politica fondata sulla diffidenza e sul feticismo del possesso, infranse però un principio elementare della sicurezza: ogni porta creata per chi governa esiste anche per chi la scopre. La semplice esistenza di una vulnerabilità strutturale non poteva non essere sospettata dalle intelligence occidentali, che non avevano bisogno di onniscienza, ma solo di statistica: se una porta esiste, prima o poi qualcuno la trova. 

Da qui la mossa più razionale, trasformare la vulnerabilità in un obiettivo incentivato, metterla a premio, moltiplicare gli attori alla sua ricerca e appropriarsi, per interposta persona, del controllo originariamente pensato per difendere la sovranità. Il risultato fu un rovesciamento perfetto. Lo   strumento creato per dominare il possesso divenne il vettore attraverso cui il possesso stesso fu esposto e penetrato dall’esterno. Più che di un fallimento tecnico siamo di fronte A ciò che accade alla politica che vuol controllare tutto che finisce per non controllare niente.  La scoperta della backdoor da parte del Mossad, in coordinamento con la CIA, ha avuto l’effetto di un colpo chirurgico al cuore: il sistema dei pagamenti in bitcoin e stablecoin è stato travolto, svuotato, reso inservibile. Quella che doveva essere una fragile architettura di salvezza si è trasformata in una trappola mortale. Le transazioni si sono bloccate, la fiducia è evaporata, e l’intero edificio finanziario parallelo è crollato come sabbia, lasciando dietro di sé solo panico, disordine e la consapevolezza tardiva di un errore irreversibile.

Puntuali sono iniziate le manifestazioni contro il carovita e la crisi economica. Non più manifestazioni per contro il velo o contro le limitazioni alle donne ma bensì manifestazioni vere a cui hanno partecipato addirittura alcuni Basij, l'impalcatura fondamentale della difesa della Repubblica islamica. L’episodio del bitcoin e della backdoor chiarisce questo punto in forma paradigmatica: invece di spezzare i circuiti della valorizzazione e della dipendenza, si è tentato di amministrarli in modo sovrano, finendo per rafforzarne la presa. In termini marxiani, non si è interrotto il processo di riproduzione, lo si è soltanto sorvegliato, e proprio per questo reso più penetrabile. 

Ne consegue una conclusione teorica non eludibile: non esiste rivoluzione senza distruzione dell’esistente. Chi rifiuta la distruzione delle forme capitalistiche, per timore, per interesse o per feticismo del possesso, rinuncia ipso facto alla rivoluzione e si colloca sul terreno della conservazione. Gli ayatollah iraniani appartengono a questa categoria. La loro opposizione all’Occidente resta interna all’ordine che dichiarano di combattere, e come tale destinata a essere riassorbita. Nella storia materiale, le rivoluzioni che non rompono diventano semplicemente momenti della continuità. 

09/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Orazio Di Mauro

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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