Il mondo nell’abisso del caos sistemico

La situazione di incertezza nella quale viviamo non è frutto solo dei Dpcm, che si susseguono incalzanti, ma anche dalla fase da passaggio da un’egemonia internazionale ad un’altra.


Il mondo nell’abisso del caos sistemico

Viviamo da molto tempo in una situazione in cui la sensazione più diffusa è quella dell’incertezza, che genera inquietudine e angoscia. Le misure per contrastare la pandemia si susseguono sempre più severe, nello stesso tempo i dati forniti dalle autorità ci fanno pensare che essa avanzi, ciò nonostante misure come quella di quadruplicare i tamponi e di creare strutture mobili sul territorio per sorvegliare la diffusione del virus non sono state prese.

Ma questo clima di insicurezza non è generato solo dalle inefficienze italiane, ben rappresentate dalle lunghe file cui debbono sottoporsi coloro che devono controllare la loro salute con il famoso tampone. Esso ha radici più ampie e collegamenti più estesi: secondo alcuni stiamo vivendo l’epoca del caos sistemico generato dal fatto che stiamo passando da una fase in cui l’egemonia globale stava nelle feroci mani degli Stati Uniti a un’altra fase che probabilmente sarà caratterizzata dall’egemonia cinese, ci auguriamo più benevola.

Per chi si occupa di tali faccende il caos sistemico non costituisce una novità: esso ha caratterizzato per esempio la fine dell’egemonia britannica dopo la Grande Guerra, che ha creato le condizioni sin dagli anni ’20 del Novecento dell’ascesa degli Stati Uniti quale nuovo dominus del mondo. Infatti, in quegli anni si sviluppa la forte sensazione che la civiltà europea sta declinando e appare un libro significativo come Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler (1918), che ebbe all’epoca un successo straordinario.

Sembrerebbe che la storia sia contrassegnata da un susseguirsi di fasi, ognuna contraddistinta dall’egemonia esercitata da un certo Stato che impone un certo sistema di relazioni economico-sociali internazionali; egemonia destinata a sgretolarsi nel giro forse di un secolo a causa di fattori esterni e di fattori da esso stesso generati.

I fattori esterni sono da identificarsi nella competizione internazionale, in particolare tra Cina e Usa, divenuti nell’era Trump più aggressivi, ma probabilmente questa aggressività deve essere intesa come un segno di debolezza.

Il fattore interno più rilevante dell’attuale crisi è rappresentato dal declino dei profitti nell’economia reale (commercio e industria) e quindi da una crisi sistemica in cui in maniera ricorrente cade il capitalismo; declino a cui i padroni dell’economia hanno reagito spostando i loro capitali nelle attività speculative, creando masse di denaro inimmaginabili e accrescendo il processo di finanziarizzazione. Processo che potrà concludersi con un fallimento generale, perché a un certo momento gli investimenti speculativi andranno perduti e ci si troverà di fronte a una massa di crediti inesigibili.

La partita che si sta ora giocando è quella di accaparrarsi i capitali prodottisi nelle potenze emergenti e di conservare il controllo dei meccanismi mondiali di accumulazione. Questo spiega le sanzioni statunitensi verso paesi quali la Russia, la Cina, l’Iran (ormai un’importante potenza regionale), le guerre commerciali, l’uscita unilaterale dai trattati (come quello climatico o quello sugli armamenti nucleari), il cui arduo scopo è quello sottomettere le potenze riottose e sempre più autonome.

Questa fase di incertezza internazionale ha ripercussioni dirette e anche drammatiche sulle nostre vite e non solo a causa della pandemia, anch’essa figlia del sistema capitalistico e in particolare dal sistema di produzione agroalimentare da esso sviluppato. Un altro fenomeno legato alle crisi è rappresentato dall’incremento dei suicidi che avvengono tra persone ridotte alla disperazione da questo sistema che le ha fortemente impoverite, ma avvengono anche per il fatto che la disgregazione del tessuto sociale e familiare fa apparire la vita priva di senso e il mondo un luogo dove non è possibile raccapezzarsi. 

Trump era riuscito a farsi eleggere nel 2016 amalgamando una base composta da agricoltori, piccoli imprenditori, ceto medio produttivo, per lo più wasp, ostili alla globalizzazione che con le delocalizzazioni e le altre politiche neoliberali erano stati massacrati. La scelta di Trump rendeva palese la divisione della borghesia statunitense, una sua parte legata al capitale multinazionale beneficiata dalla globalizzazione, vuole perseverare questa politica economica, l’altra operante nell’economia nazionale vorrebbe avviare processi di deglobalizzazione. Questa divisione, presente in tutti gli Stati capitalistici, ha dato vita ai movimenti sovranisti, populisti, il cui rappresentante italiano è Salvini, che sa parlare solo di poltrone e di immigrati. Negli Stati Uniti grosso modo questa differenza corrisponde al contrasto tra democratici e repubblicani anche se tra questi ultimi si è formato un gruppo di repubblicani che voteranno per Joe Biden, tra cui il tristemente noto Colin Powell per aver mentito sulle armi di massa di Saddam.

Tornando all’egemonia degli Stati Uniti, essa cominciò a svilupparsi negli anni ’20 e si basò su un altro sviluppo produttivo, strettamente legato all’accrescimento del potere distruttivo concretatasi nel rafforzamento del cosiddetto complesso militare-industriale. Questi caratteri assicurarono la loro dominanza, ma gli Usa dovettero fare i conti da un lato con il consolidamento dell’Unione Sovietica, con cui dovettero venire a patti a Yalta, e dall’altro con la diffusione del processo di colonizzazione.

L’espansione imperialistica statunitense si è trovata, quindi, sempre di fronte degli ostacoli, tra i quali anche il contrasto con le altre potenze imperialistiche, e quindi ha dovuto costantemente ristrutturarsi per poter restare vincente. Questi processi di ristrutturazione e di adeguamento fanno sì che il sistema capitalistico, nelle sue varie fasi, si contraddistingua per esser dotato di un equilibrio dinamico, grazie al quale riesce a far fronte alle sue stesse crisi. Proprio per questa ragione esse non possono portare automaticamente a cambiamenti radicali.

La sconfitta degli Stati Uniti da parte del Vietnam, l’apparizione di tendenze rivoluzionarie negli anni ’60 e ’70, quale l’opposizione alla guerra contro il piccolo paese asiatico, il fermento tra i giovani e gli studenti in tutto il mondo, il loro collegamento con il mondo operaio facevano auspicare una crisi rilevante dell’imperialismo e del capitalismo. Invece, il capitalismo fu capace di rinnovarsi attraverso l’internazionalizzazione della produzione, le politiche neoliberali che fecero retrocedere i salariati di 50 anni. L’imperialismo è stato capace di inventare le guerre umanitarie per estendere il proprio dominio diretto su quei paesi che non sono avanzati nella decolonizzazione e, anche per la corruzione delle loro classi dirigenti, sono stati oggetto di neocolonizzazione. I più riluttanti, non più difesi da un’altra superpotenza, sono stati distrutti e cancellati (per esempio la Yugoslavia e la Libia). 

Tuttavia, oggi queste politiche non sono più sostenute in maniera unitaria dalla borghesia dei paesi imperialisti, e la soluzione della crisi economica trova le prime forme di opposizione che lasciano intravedere una totale sfiducia nello Stato capitalistico e indizi di una coscienza di classe, giacché l’obiettivo delle lotte (i gilet gialli, Black lives matter) è l’abbattimento dell’ineguaglianza e ha accomunati individui diversi per etnia, cultura, tipo di lavoro.

Sapranno gli Stati Uniti far fronte a queste contraddizioni e al contempo regolare in maniera efficace i rapporti con i loro rivali? Sembrerebbe un’impresa ardua e nell’attesa che venga data una soluzione a questo domanda noi continuiamo a vivere in un caos sistemico, in cui le crisi si aggravano, lo spettro di ulteriori guerre riappare… e ci chiediamo: le rivoluzioni diventano possibili? 

30/10/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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