Il capitalismo maturo è in crisi strutturale. I capitalisti per vincere la concorrenza tendono a sostituire il lavoro morto al lavoro vivo. Dal momento che solo da quest’ultimo si ottiene plusvalore, ciò provoca un progressivo calo del tasso del profitto. A questo punto i capitalisti sono spinti a investire in attività speculative, ma anche questo non basta. Ora anche l’ultima grande bolla dell’intelligenza artificiale sta esplodendo. Non resta che investire all’estero i capitali sovrapprodotti. Tutti i paesi a capitalismo maturo investono sempre più all’estero che in patria. L’investimento all’estero va, però, protetto militarmente.
Tanto più che il capitalismo in crisi tende a investire sempre più nel riarmo. In quest’ultimo il capitalista corre meno rischi, in quanto produce su commesse statali, in un settore dove c’è superprotezionismo, mentre i rischi ricadono sulle classi subalterne. Economia di guerra significa fine delle spese sociali. Così i subalterni perdono una parte essenziale del salario, che ne costituisce la componente indiretta, il sedicente Stato sociale.
Inoltre le armi, come tutte le merci, per produrre profitto devono essere consumate. Naturalmente conviene farle utilizzare a nemici e concorrenti ed è quello che il nostro paese sta facendo. Ma anche questo non basta. Gli altri non saranno disponibili a prendersi sempre solo loro gli effetti negativi della guerra. Questo significa, in primo luogo, che dobbiamo continuare a finanziare la guerra fatta per noi dai nostri alleati, in primis Ucraina, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. In secondo luogo significa che gli altri non continueranno a fare all’infinito il gioco sporco per noi. Senza contare che se tu procedi al riarmo, anche gli altri lo fanno e, così, inevitabilmente i rischi di un incidente che dia vita a un conflitto non possono che aumentare. Con l’ aumento del peso della casta militare o meglio del complesso militare-industriale vi è una spinta verso la guerra.
Quindi, in paesi come il nostro, in cui non siamo ancora direttamente in guerra, la battaglia deve essere incentrata sul contrasto alla guerra imperialista. A questo scopo bisogna far comprendere che la guerra imperialista la pagano sempre le classi subalterne, mentre la sfruttano le classi dominanti. Come possiamo già vedere con l’inflazione. Con la guerra le classi dominanti, per scaricarne i costi negativi sui ceti subalterni, aumentano i prezzi. Inoltre ogni euro speso per il riarmo è sottratto alle spese sociali e, quindi, diminuisce il salario nella componente indiretta.
Inoltre la guerra e il riarmo implicano una militarizzazione della società. Cioè società sempre più autoritarie in cui si restringono gli spazi di libertà dell’individuo e la stessa democrazia. Anche l’informazione è sempre la prima vittima della guerra e del riarmo.
D’altra parte, non si può non far notare che se non si interviene sulle cause della guerra imperialista è poco efficace cercarne di contrastare gli effetti. La causa fondamentale dell’attuale guerra imperialista è la crisi della società a livello avanzato. Quindi, l’unico modo per farla finita con la guerra della nostra epoca è fondamentale superare in senso socialista il capitalismo in crisi.
A tale scopo chi vive nel lusso più sfrenato e controlla il potere nello Stato capitalista quasi mai sarà disponibile ad accettare di passare pacificamente in una società in cui lo sfruttamento sarà vietato e i grandi mezzi di produzione saranno socializzati. Una società in cui non dominerà più la minoranza di ricchi sfruttatori, ma la grande maggioranza dei subalterni, per farla finita con sfruttamento e oppressione.
Perciò, quasi certamente, ci vorrà una rivoluzione sociale. A questo scopo, nei paesi a capitalismo avanzato, è necessario vincere in primo luogo una battaglia per l’egemonia sulla società civile. La rivoluzione sociale ha successo soltanto se la grande maggioranza non politicizzata non solo non si opporrà a chi vuole il socialismo, ma contrasterà la minoranza al potere che utilizzerà gli apparati repressivi dello Stato e la violenza per impedirla.
Naturalmente chi inizia un processo rivoluzionario si assume il rischio più grande. Infatti, fino a che sono pochi a insorgere è relativamente facile toglierli di mezzo. Quindi, oltre a preparare il terreno con la battaglia per l’egemonia sulla società civile, occorre anche essere consapevole che la grande maggioranza starà dalla parte dei rivoluzionari solo se non avrà altre alternative, per quanto apparenti possano essere. Da questo punto di vista, come ci insegna la storia, è proprio la guerra imperialista che offre naturalmente l’occasione migliore per convincere la maggioranza della necessità della rivoluzione sociale.
Quindi è essenziale preparare, nella lotta per l’egemonia, la grande maggioranza al dato di fatto che per farla finita con l’attuale guerra occorre rovesciare la società capitalista. A questo scopo la guerra imperialista tendenzialmente mondiale è un’ottima occasione. Perché dinanzi al perdere tutto e morire in guerra la scommessa della rivoluzione è meno rischiosa. Inoltre la guerra la fanno sempre i subalterni, che così imparano a battersi collettivamente in modo ordinato.
Dunque, una volta che si è coinvolti nell’attuale forma di guerra la cosa fondamentale che debbono capire i subalterni è che il vero nemico non è il subalterno di un altro paese, ma sono le classi dominanti che costringono gli oppressi a uccidersi vicendevolmente. A tale scopo diviene fondamentale, in primis, battersi per la fraternizzazione fra i soldati oppressi di un esercito e i soldati oppressi dell’altro esercito.
Naturalmente le classi dominanti faranno di tutto per impedirlo e utilizzeranno gli apparati repressivi dello Stato per negare con la violenza ogni forma di fraternizzazione.
A tal punto l’unica possibilità di non essere uccisi è trasformare la guerra imperialista in una guerra sociale rivoluzionaria. I soldati invece di uccidersi fra di loro o combattere contro gli apparati repressivi, dovranno rivoltare le proprie armi contro gli sfruttatori.
Certo questo vale per la guerra imperialista. Diversa è la situazione in cui si è in un paese che subisce la guerra imperialista. D’altra parte, cosa bisogna fare se nel paese che principalmente subisce la guerra imperialista le classi dominanti, invece di cercare in ogni modo di porre fine all’aggressione, penseranno di ampliare la guerra chiedendo sostegno a potenze imperialiste nemiche degli aggressori? È evidente che gli oppressi, destinanti altrimenti a morire e a pagare gli effetti negativi della guerra, dovranno prendersela non tanto con gli oppressi degli altri paesi, anche se li aggrediscono, ma convincerli che i veri nemici sono gli oppressori che vogliono continuare in questo assurdo spargimento di sangue fra sfruttati.
Prendiamo il caso del conflitto fra Russia e Ucraina. Qui abbiamo quattro posizioni: sostenere la guerra del popolo ucraino, visto che subisce l’aggressione imperialista della Russia. Oppure sostenere la Russia, perché dietro l’Ucraina c’è la Nato, che da anni sta facendo di tutto per distruggere la Federazione russa. Terza opzione: battersi per la pace, quindi non partecipare alla guerra, ma nemmeno sabotarla. Quarta posizione: puntare sulla fraternizzazione fra gli oppressi dei paesi in guerra. Così quando la fraternizzazione sarà repressa con la violenza, si comprenderà che l’unico modo per far terminare la guerra è imporre alle classi dominanti, che stanno facendo di tutto per farla continuare ad oltranza, di farla cessare una volta per tutte.
In altri termini, nel momento in cui la classe dominante reagirà con la violenza, l’unico modo sarà metterla nelle condizioni di dover desistere. A questo scopo bisognerà sostituirla al potere. Se, come è molto probabile, utilizzerà la violenza per impedirlo, occorrerà metterla in condizioni di non nuocere più alla società (umana).
Se, invece, si punterà ad armare i subalterni ucraini, in quanto contrastano l’aggressione imperialista russa, la guerra continuerà e, anzi, rischierà di coinvolgere altri paesi. Certo dovrebbero essere in primis gli aggressori a bloccare la guerra non gli aggrediti. Ma anche qui diviene complicato comprendere in modo dialettico chi sono i veri aggrediti. In quanto da un lato sono certamente gli ucraini a essere stati aggrediti dai russi. Ma dall’altro, sono certamente i russi a essere sotto attacco da parte della Nato. In entrambi i casi sarà più semplice se da tutte e due le parti si porterà avanti la parola d’ordine della fraternizzazione. Solo così gli oppressi di entrambi i paesi, destinati altrimenti a scannarsi fra di loro, potranno avere più forza e coraggio per porre fine al massacro.
Altrimenti bisognerebbe soltanto attendere che uno dei due costringa l’altro alla pace. Ma anche questo non sarebbe risolutivo. Chi è stato sconfitto e gli è stata imposta la fine delle ostilità, naturalmente aspetterà l’occasione per rifarsi delle imposizioni subite. Chi vince e impone le proprie condizioni allo sconfitto sarà invece portato a riprodurre la logica della guerra preventiva. Cioè, visto che evidentemente ti stai preparando per aggredirmi, mi converrà attaccarti ora, che non hai ancora la forza per farlo.
Anche la posizione pacifista integralista non sembra efficace. Bisognerebbe, infatti, convincere gli imperialisti in guerra fra loro o anche l’imperialista e l’aggredito a fare una pace vera, senza che il vincitore imponga le proprie condizioni all’aggredito. Ora, naturalmente, gli imperialisti sono costretti alla guerra e, quindi, faranno sempre di tutto per creare le condizioni affinché non ci sia una pace duratura.
La tattica di attendere che la grande maggioranza divenga pacifista, subendo tutte le gravi conseguenze del caso in una guerra imperialista, rischia parimenti di far continuare la guerra per un tempo lunghissimo.
Infine convincere gli altri paesi a bloccare la guerra appare impraticabile, se le grandi potenze in crisi di sovrapproduzione, per difendere il capitalismo, non possono che operare per il prosieguo della guerra. Quindi non si faranno convincere a costringere i belligeranti alla pace, ma continueranno a lucrare, facendo affari con i paesi in guerra.
