La terza repubblica bonapartista

Le dinamiche imperialiste in politica estera, rese necessarie dalla crisi strutturale di sovrapproduzione, implicano una deriva nel senso di una riproposizione, in una forma per quanto inedita, di bonapartismo regressivo. Qual è la forma più adeguata ed efficace di contrasto all’attuale restaurazione oligarchica?


La terza repubblica bonapartista

Siamo in piena quarta guerra mondiale a pezzi, in quanto le armi nucleari, come già nella terza guerra mondiale, impongono una guerra fredda, il che non toglie che si rischi di precipitare in un conflitto atomico.

Ciò non implica, al momento, per il nostro paese la partecipazione diretta alla guerra con un esercito di leva. Innanzitutto una partecipazione diretta a una guerra è antieconomica, soprattutto se si rischia di combatterla nel proprio territorio. La guerra implica sempre morte e distruzione. Perciò, la posizione più ambita è quella di chi approfitta delle guerre degli altri per vendere o dare in prestito le armi e le altre forniture necessarie ai paesi belligeranti, attendendo magari le fasi finali del conflitto per figurare fra i paesi vincitori (come hanno fatto gli Stati Uniti nella prima e nella seconda guerra mondiale), o non partecipando direttamente al conflitto, puntando a prender parte alla ricostruzione e al rilancio con investimenti delle economie degli altri messe in ginocchio dallo scontro diretto. Ancora migliore è l’attuale scenario di guerra per procura che porta avanti l’imperialismo occidentale contro il resto del mondo, sfruttando l’Ucraina per muovere la guerra alla Russia, Israele per mantenere sempre in atto l’aggressione ai non allineati del Medio oriente e Taiwan, le Filippine e la Corea del sud per tenere sotto la minaccia delle armi la Cina, il Ruanda per continuare a depredare le risorse naturali strategiche del Congo, o la Turchia per mettere alla corda le forze della resistenza in Siria, etc. Tanto più che la partecipazione diretta a una guerra con un esercito di leva resta oltre che antieconomica anche pericolosa per la classe dominante, in quanto può comportare lo sviluppo di movimenti di massa che vi si contrappongono, come nel caso della guerra in Vietnam o, addirittura, può creare il terreno propizio per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, come hanno dimostrato i bolscevichi.

La partecipazione indiretta a guerre per procura, però, ha anche il vantaggio di consentire alla classe dominante di ridurre progressivamente gli spazi di democrazia formale borghese. Tanto più che, come ha ampiamente dimostrato Marx ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, tale deriva verso uno stato sempre più autoritario e nella direzione di una dittatura di classe sempre meno democratica e sempre più aperta è una sovrastruttura resa necessaria dalle contraddizioni della struttura economica. Le crisi di sovrapproduzione sempre più ampie e distruttive, rese necessarie dalla caduta del tasso del profitto, comportano una crescente riduzione dei margini di profitto necessari per portare avanti una politica di “riforme”, cioè di rivoluzione passiva. In altri termini, più avanza la crisi di sovrapproduzione e più il dominio di classe nei paesi a capitalismo avanzato deve fondarsi essenzialmente sul monopolio della violenza legalizzata, piuttosto che sulla capacità di egemonia, cioè sulla capacità di governare con il consenso dei subalterni. Certo, per ovviare a tale problema, i paesi a capitalismo avanzato hanno sviluppato una politica imperialista che consente di corrompere con gli extraprofitti strappati ai paesi soggiogati la sempre più indispensabile aristocrazia operaia. D’altra parte, anche in tale caso i margini tendono a ridursi, dal momento che il mondo risulta sempre più spartito in aree di influenza fra potenze imperialiste, che si vedono vieppiù costrette ad andare a scontri prima indiretti e poi progressivamente più diretti inter-imperialisti. Questi ultimi favoriscono, oltre a rendere necessaria, una implementazione delle forme di bonapartismo regressivo con cui si restringe sempre di più non solo la democrazia formale borghese, ma anche i diritti negativi dell’individuo della tradizione liberale.

In tale modo, la politica interna dei paesi a capitalismo maturo come il nostro è sempre più determinata in senso autoritario dalle dinamiche economiche strutturali e dalla politica estera imperialista che queste ultime rendono necessaria. La stessa Costituzione nata dalla resistenza antifascista appare sempre più come una sovrastruttura che non corrisponde più alla struttura economica, cioè a un paese a capitalismo maturo sempre più affossato dalla crisi di sovrapproduzione. Senza contare che i rapporti di forza favorevoli dopo la guerra partigiana, che avevano consentito questo compromesso relativamente avanzato, si sono modificati in senso sempre più negativo per i subalterni negli ultimi anni.

Così, dopo l’autoscioglimento del Partito comunista italiano, a seguito del trionfo delle forze controrivoluzionarie nell’Europa dell’est, la Repubblica parlamentare democratica italiana ha subito con l’avvento della Seconda repubblica una decisa involuzione in senso liberale o, meglio, ordoliberista. Dall’altra parte, ai giorni nostri il capitalismo italiano è ridotto a uno stadio sempre più putrescente e i rapporti di forza sono ancora più sfavorevoli per la classe operaia essendo venuto meno non solo il partito comunista, ma anche una significativa forza realmente di sinistra.

Siamo, dunque, su un piano inclinato che rischia di farci ben presto precipitare in quella che la presidente del consiglio, non a caso, ha definito la terza repubblica. Dopo la prima democratico-borghese e la seconda ordoliberista, la terza con non può che essere caratterizzata dal bonapartismo regressivo. Non a caso il processo involutivo che ci sta portando alla terza repubblica, passa attraverso la completa realizzazione del piano oligarchico della Loggia massonica P2, con l’elezione diretta del capo del governo, con la secessione dei ricchi che rischia di spazzare via anche le conquiste di quella rivoluzione mancata che è stato il Risorgimento italiano e la tassa piatta destinata a spazzar via anche gli ultimi residui del sedicente stato sociale.

Con questo nuovo salto qualitativo all’indietro, che come il precedente è il prodotto di un lento ma continuo regresso quantitativo nel senso della restaurazione oligarchica, si restringeranno ulteriormente i residui spazi di agibilità democratica, di libertà individuale e di tolleranza verso il marxismo.

Si tratterebbe di un ulteriore salto indietro rispetto alle principali conquiste delle lotte degli ultimi ottant’anni, i cui relativi successi e avanzamenti rischiano di andare completamente perduti. Ancora più allarmante è il dato di fatto che nessuno, o quasi, sembra rendersi realmente conto di cosa determinerà questo ulteriore balzo indietro qualitativo, che ci costringerà a doverci difendere sul piano del conflitto di classe su di un terreno a noi sempre più estraneo e ostile.

La più triste storia del nostro recente passato pare ripetersi nella forma di una penosa farsa. Come durante la tragica e resistibile ascesa al potere dei fascismi fra le due guerre, in particolare in Italia, le forze della sinistra non hanno compreso la gravità e l’urgenza della situazione e non sono state in grado di contrastare efficacemente l’affermazione di un cesarismo regressivo, anche oggi si sottovaluta decisamente la gravità della situazione e non si fa nulla di significativo e organico atto a contrastare l’attuale piano inclinato che rischia di farci precipitare di nuovo in una forma, per quanto attualizzata, di bonapartismo regressivo.

Una volta che tale regressione si sarà compiuta con un nuovo salto qualitativo all’indietro, bisognerà riprendere la resistenza e la controffensiva di classe su un terreno notevolmente più arretrato e impervio del precedente. Non dimentichiamo che in passato il non aver saputo prevenire l’affermazione di un regime autoritario e bonapartista, che allora aveva dovuto assumere la forma di una rivoluzione passiva, ci aveva portato a non lottare più per il socialismo, ma per la liberazione nazionale e per la riconquista del regime liberaldemocratico, cioè per una forma di dittatura democratica della grande borghesia.

Ora anche l’attuale e catastrofica discussione sulle prossime elezioni, che sta di nuovo portando a una ulteriore divisione, frammentazione e impotenza della sinistra di classe, che rischia di divenire un dialogo fra sordi, andrebbe considerata alla luce di questo scenario. La stessa disputa piuttosto sterile sulla lista per la pace alle prossime europee andrebbe considerata in questa prospettiva, cioè se tale lista può rappresentare un primo argine grazie al quale ricomporre la rovinosa rotta della sinistra di classe in questo paese, per cominciare a organizzare una resistenza degna del nome alla imminente terza Repubblica bonapartista. Naturalmente tale riflessione non andrebbe sviluppata in astratto, ma tenendo presenti le alternative reali a tale opzione di ricomposizione di un fronte in grado di opporsi alla guerra imperialista, che porta con sé necessariamente la deriva bonapartista.

Inoltre, non si può non tenere conto che gli appelli a un fronte ampio antifascista e/o antibonapartista rischiano di apparire sempre più un’arma inefficace, anche perché non appaiono in grado da soli di rimotivare gli anticorpi anti oligarchici nemmeno sul piano più semplice e immediato elettorale. Del resto, come la storia insegna, la questione della lotta per la democrazia non è in grado in quanto tale di mobilitare le masse popolari, che sembrano al solito disponibili a partecipare a una ardua e pericolosa controffensiva, visti gli attuali rapporti di forza, solo dinanzi a parole d’ordine che mirano a un ampiamento dei diritti economici e sociali. Anche sul piano più immediato delle elezioni, il cui risultato restituisce in termini matematici, quello che hai costruito in termine di coscienza e di lotta di classe negli anni precedenti, il problema principale resta sempre quello di rimotivare e di riattivare la massa sempre più ampia di subalterni traditi o delusi da proposte politiche solo nominalmente di sinistra. Il problema anche in questo caso è di contrastare efficacemente la capacita di egemonia dell’ideologia dominante individualista, che non può che portare alla rotta i subalterni, che in quanto tali possano far valere i propri interessi solo lottando insieme. In questa prospettiva la lista per la pace, pur essendo nell’immediato la prospettiva meno peggio di ricomposizione sul piano immediato elettorale, non mettendo al centro il conflitto sociale e non garantendo un livello benché minimo di partecipazione democratica, rischia di non motivare sufficientemente nemmeno quei militanti di base un minimo organizzati indispensabili a raccogliere quantomeno le firme indispensabili a poter anche solo presentare la lista.

22/03/2024 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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