La guerra infinita

La guerra infinita costituisce in primo luogo una risposta alla crisi di sovrapproduzione che da decenni affligge i paesi a capitalismo avanzato


La guerra infinita Credits: https://perfondazione.eu/medio-oriente-tra-guerra-infinita-e-rinascita-diplomatica/

Negli ultimi decenni la storia del mondo sembra essere entrata nelle case attraverso i mezzi di comunicazione di massa, che ci avrebbero reso testimoni di eventi storici e svolte epocali. In particolare, con la fine della guerra fredda, a partire dalla prima guerra del Golfo, i conflitti sembrano entrati prepotentemente nelle nostre stesse abitazioni, dandoci l’impressione di viverli in diretta. Perciò le guerre “in diretta” hanno contribuito a mutare il nostro modo stesso di “sentire” – contribuendo alla riconfigurazione dell'estetica, intesa nel senso letterale del termine. Tali profondi mutamenti non riguardano solo le popolazioni che ne vivono la tragedia, ma anche per i paesi che esportano le guerre lontano dalla madrepatria e anche di chi ne è semplice spettatore. In effetti, si vuol far credere che i paesi della Nato – peraltro i principali artefici delle ultime guerre - tenderebbero a portare la guerra in altri paesi senza subirla, in realtà le nazioni che provocano la guerra non ne sono affatto immuni. Pensiamo a come la partecipazione dell’imperialismo italiano alla guerra in Ucraina ha favorito la tendenza bonapartista regressiva e antidemocratica già in atto.

La traiettoria della guerra è al contempo centrifuga e centripeta. La guerra odierna tende a una dimensione assoluta in quanto la politica non appare sempre in grado di governarla. In realtà il termine assoluto andrebbe inteso però non nel senso clausewitziano di pieno dispiegamento del concetto, ma in quello di una guerra infinita e/o indefinita. Siamo inoltre dinanzi alla subordinazione della guerra a una politica assoluta, incapace cioè di autolimitarsi. Emblematico a tal proposito quanto avvenuto il 7 novembre 1991 – appena terminata la guerra fredda – quando i capi di Stato e di governo dei sedici paesi della Nato, riuniti a Roma nel Consiglio atlantico, hanno votato “il nuovo concetto strategico dell’Alleanza”. Nel documento che ha reso pubblico tale nuovo “concetto” tra le altre cose è scritto: “contrariamente alla predominante minaccia del passato i rischi che permangono per la sicurezza dell’Alleanza sono di natura multiforme e multidirezionale che li rende difficili da prevedere e valutare”.

Nei minacciosi scenari prefigurati dai centri di intelligence occidentali [1] – sempre più capaci di elaborare profezie che si autoavverano – e divulgati dai media rientra la possibilità che un giorno una bomba nucleare miniaturizzata o una “bomba sporca” (ordigno non a fissione, in cui del materiale radioattivo viene polverizzato da un esplosivo chimico) potrebbero essere usate anche in un attacco terroristico. Ordigni di questo tipo, usati per un attacco terroristico, potrebbero innescare una reazione a catena nucleare, in quanto giustificherebbero l’uso di armi nucleari contro il paese considerato mandante dell’attentato.

Inoltre sono in via di perfezionamento sistemi di difesa “attivi” come lo “scudo” antimissile che rappresentano un sistema non di difesa, ma di offesa e per questo proibito dal Trattato Abm, affossato dall’amministrazione Bush Junior nel 2002. In effetti, le “difese attive” previste dallo “scudo” antimissile, nel momento in cui gli Stati Uniti riusciranno a perfezionarlo, consentirebbero un first strike nucleare anche contro un paese dotato di armi atomiche, fidando sulla capacità dello “scudo” di neutralizzate o attenuare gli effetti di una rappresaglia. Non a caso, come già era avvenuto nei momenti più bui e caldi della guerra fredda, i mezzi di comunicazione statunitense cercano di rendere accettabile alla popolazione la prospettiva di un conflitto atomico, anche se di tale attacco fossero in primis responsabili o corresponsabili gli Stati uniti. Circolano così video che occultamente finiscono per promuovere un conflitto nucleare, sforzandosi di minimizzare e normalizzare i danni che provocherebbe una guerra nucleare su scala globale.

Si assiste inoltre al proliferare della realizzazione di armi nucleari con un impatto meno potente delle armi atomiche tradizionali, mediante le quali si tende a superare nelle nuove dottrine militari la linea di demarcazione fra armi tradizionali e di distruzione di massa. In effetti, con l'avvento della bomba atomica il concetto di guerra totale prefigura l'eventualità della devastazione globale del pianeta e per contrappasso ha favorito il perfezionamento di micidiali conflitti “a bassa intensità”. A tale scopo il Pentagono ha realizzato armi nucleari penetranti in grado di distruggere i bunker dei centri di comando nemici in un first strike, un attacco a sorpresa mirante a “decapitare” il paese nemico [2]. Secondo gli strateghi del Pentagono queste sono armi nucleari che, in determinate situazioni, potrebbero essere usate in conflitti regionali senza con ciò provocare una guerra nucleare generalizzata. Si cancella in tal modo, nella nuova dottrina nucleare statunitense, la linea di demarcazione tra armi nucleari e non nucleari, accrescendo la possibilità che la guerra diventi atomica. Del resto, dal momento che un piccolo gruppo di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, che conferisce loro lo status di potenza, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e prima o poi ci riescano. Come fabbricare la bomba non è più un segreto e un numero crescente di paesi ha i mezzi per realizzarla: oltre agli otto che già posseggono armi nucleari, ve ne sono almeno altri trentasette Stati che si ritiene siano in grado di dotarsene. In tal modo ne potrebbero presto venire in possesso paesi che intenderebbero minacciare la stabilità internazionale, senza contare che, per prevenire un tale rischio le potenze nucleari potrebbero lanciare una nuova guerra preventiva contro un tale paese, aumentando ulteriormente l’instabilità globale. Si tratta di rappresentazioni volte a preparare e ad abituare l’opinione pubblica ai pericolosissimi scenari che un’aggressione imperialista all’Iran, per fare un esempio realistica ed emblematico, potrebbero provocare. Da qui la sponsorizzazione di una guerra, che prevede anche l’uso di armi di distruzione di massa, alla quale si viene preparando da tempo l’opinione pubblica con la solita scusa di una operazione di sicurezza “preventiva”. A tale scopo, da alcuni anni a questa parte una componente in progressivo aumento dell’establishment e dei media occidentali sostiene la “necessità” di una guerra preventiva contro la Persia, con la scusa che tale paese sarebbe in procinto di dotarsi di armi atomiche.

Ad accresce lo stato di inquietudine nell’opinione pubblica per l’aumento dei conflitti su scala globale concorrono, inoltre, i mutamenti climatici, il progressivo esaurimento delle risorse energetiche e delle riserve idriche più o meno prodotti dalla distruzione crescente dell’ambiente. Il senso di insicurezza e il pericolo di nuovi conflitti sono ulteriormente incrementati dall’accrescersi delle differenze economiche all’interno delle nazioni, e a livello internazionale. Tanto più che viviamo in un mondo in cui il 20% più ricco, in gran parte concentrato nel mondo occidentale, negli ultimi decenni ha visto aumentare dal 70 a oltre l’85% la propria quota del reddito globale, mentre la povertà tende ormai a minacciare oltre il 40% della popolazione mondiale. Dinanzi a una guerra che potenzialmente potrebbe essere infinita contro i presunti nemici della civiltà, cioè della “nostra civiltà occidentale”, tutto il resto viene messo sullo sfondo, come se fosse secondario un mondo con otto miliardi di abitanti in ulteriore aumento, concentrati per l’80% nelle regioni economicamente meno sviluppate; un mondo di crescenti divari socio economici nel quale un gruppo sempre più ristretto di sfruttatori seriali avrà una fetta ancora più grossa della torta prodotta con il lavoro e le risorse di tutti; un mondo in cui il numero di persone in povertà, che già oggi rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale, è destinato a crescere; un mondo in cui i poveri continueranno a morire di fame e malattie infettive; un mondo in cui l’ambiente sarà ulteriormente degradato e metà della popolazione non avrà acqua a sufficienza; un mondo in cui alle guerre per le risorse energetiche si aggiungeranno le guerre per l’acqua.

La crisi economica, infine, accresce l’instabilità internazionale, dal momento che diversi governi in difficoltà considerano il riarmo e una politica estera aggressiva il miglior modo per rilanciare l’economia e rafforzare la propria leadership. La “guerra infinita” costituisce in primo luogo una risposta a questa crisi. Come altre volte è accaduto nella storia del capitalismo, la crisi economica chiama la guerra. Se c’è una costante nella storia economica degli Stati Uniti dell’ultimo secolo, è la stretta correlazione tra interventi militari e momentanea fuoriuscita dalla crisi economica (esportata a livello sempre più globale).

Nella prospettiva della guerra infinita si tende sempre più a considerare non solo legittimo, ma addirittura “normale” colpire infrastrutture e civili, con bombardamenti volti di fatto a terrorizzare la popolazione civile, dal momento che il nemico è sempre più disumanizzato. Come ha osservato persino il più significativo pensatore politico nazionalsocialista, nei bombardamenti delle città e dei centri industriali la criminalizzazione del nemico è portata alle sue estreme conseguenze. Del resto, è solo con la guerra aerea che si arriva alla vera totalizzazione del conflitto, in quanto i combattenti perdono qualsiasi contatto con la popolazione civile che colpiscono, facendo venir meno quei vincoli etici generati dalla pietas. Come ha osservato ancora Karl Schmitt, con la guerra aerea viene meno la relazione tra il belligerante e la popolazione nemica che dalla sua forza è colpita: “l'uomo che si trova sulla superficie di terraferma sta in rapporto con gli aerei che agiscono su di lui dall'alto più come un mollusco in fondo al mare rispetto alle imbarcazioni che si muovono sulla superficie marina che non invece come rispetto a un suo simile” [4]. Nel perseguimento della neutralizzazione bellica, come ha osservato Douhet: "la distinzione fra belligeranti e non belligeranti è ormai scomparsa perché tutti lavorano per la guerra e la perdita di un operaio è forse più grave della perdita di un soldato" [5]. La guerra totale si dirige contro i gangli vitali dell'economia e del sistema di sicurezza avversario. Il civile – il grande agglomerato urbano o la grande concentrazione industriale – compensa con la sua vulnerabilità il divenire invisibile del militare arroccato nelle linee fortificate.

Note:

[1] National Intelligence Council, “centro del pensiero strategico statunitense”.

[2] Lo conferma il Nuclear Posture Review Report: “le armi nucleari potrebbero essere impiegate contro obiettivi in grado di resistere a un attacco non-nucleare, come bunker profondamente interrati o depositi di armi batteriologiche” (ogni riferimento all’aggressione imperialista all’Iran è, naturalmente voluto).

[3] Cfr. Schmitt, Carl, Il nomos della terra, Adelphi 1991, p. 297.

[4] Ivi, p. 428.

[5] Douhet, Giulio, Scritti inediti, Scuola di guerra aerea, Firenze 1951, p. 127.

27/08/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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