Che fare?

Una realistica disamina critica della fase attuale, alla luce del pessimismo della ragione, non può che essere propedeutica a rifondare su basi razionali l’ottimismo della volontà.


Che fare? Credits: https://francescoriolo.wordpress.com/letteratura/el-lissitzky-colpisci-bianchi-col-cuneo-rosso/

Nonostante il capitalismo, giunto nella sua fase suprema di sviluppo imperialista, stia vivendo l’ennesima e ancora una volta la più ampia crisi strutturale di sovrapproduzione – una crisi che dalle strutture economiche e sociali tende a divenire sempre più una anche sovrastrutturale, culturale e più in generale di civiltà – la sinistra radicale non è mai stata paradossalmente più debole. Viviamo, dunque, una situazione particolarmente paradossale in cui dal punto di vista oggettivo appaiono sempre più mature le condizioni necessarie a una rottura rivoluzionaria – non fosse altro che per la contraddizione sempre più aspra nei paesi a capitalismo avanzato fra esigenza di sviluppare le forze produttive e rapporti di produzione e di proprietà che progressivamente sempre più lo impediscono – e una pressoché totale immaturità del soggetto rivoluzionario. Tale situazione rischia di condurre alla comune rovina delle classi in lotta e al ripresentarsi di un’epoca della storia universale di crisi sempre più generalizzata della civiltà umana, in cui il processo di emancipazione dell’umanità non solo viene interrotto, ma è sostituito dall’affermarsi delle forze reazionarie che si battono per la de-emancipazione dell’umanità. Inoltre la crisi, che stiamo ancora una volta vivendo su scala allargata, nel concetto consiste ancora in quanto osservava Gramsci, ossia “nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” [1].

Fra questi ultimi quello che colpisce di più, anche alla luce delle ultime elezioni europee – come già nelle precedenti presidenziali statunitensi – è che la vecchia gabbia del bipolarismo, in cui si contrapponevano le due principali anime del blocco sociale dominante, i conservatori (popolari e repubblicani) e i liberal-democratici (socialisti e democratici), è stata ormai quasi completamente sostituita dal bipolarismo fra i due “fenomeni morbosi” del neoliberismo transnazionale e del populismo sovranista e reazionario, in rappresentanza di due settori diversi del blocco sociale dominante, con i primi che aspirano a essere classe dirigente dell’imperialismo transnazionale e i secondi dell’imperialismo nazionale. Non a caso come negli Stati Uniti si era assistito al ballottaggio tra H. Clinton e Trump e in Francia fra Macron e Le Pen, i due partiti usciti vincitori dalle elezioni europee sono i liberisti e i reazionari.

Il polarizzarsi dello scontro fra questi ultimi ha indirizzato il voto utile – ad esempio in Italia fra i sostenitori di Salvini e Meloni da una parte e di Zingaretti e Calenda dall’altra – tendendo a eliminare tanto chi mira a occupare il centro, come in Italia i qualunquisti Cinque stelle [2], quanto la sinistra radicale. Tanto più che quest’ultima, nella propria incapacità a rappresentarsi come una reale e credibile alternativa alla crisi sempre più devastante del mondo di produzione capitalistico, ha finito per lasciare spazio a una sedicente alternativa, come quella ecologista, che apparentemente viene rappresentata come unica reale alternativa alla distruzione dell’ambiente da parte dell’attuale modello di produzione – per dirla con la neolingua dell’ideologia dominante – ovvero del modo di produzione dominante per esprimerci in termini scientifici.

Ancora più paradossale è che la crisi internazionale della sinistra radicale è iniziata proprio in corrispondenza con il manifestarsi nel modo più eclatante della crisi capitalistica nel 2008. In realtà il paradosso è più apparente che reale in quanto dinanzi al palesarsi della crisi del modo di produzione dominante a livello internazionale, dopo il crollo del blocco sovietico, la sinistra radicale ha finito di costituire una reale e credibile alternativa. Reale, in quanto con lo spostarsi su posizioni liberal-democratiche dei socialisti, buona parte della sinistra radicale ha finito per occupare lo spazio lasciato vuoto dai socialdemocratici – come si è visto nel modo più eclatante in Grecia dove Syriza ha finito per occupare nei fatti le posizioni precedentemente rappresentate dal Pasok – sforzandosi di presentarsi in alternanza con le forze della destra in un nuovo bipolarismo.

Tale tentativo non poteva che fallire considerato che la grande borghesia è disponibile ad accettare reali riforme solo per indebolire e isolare forze autenticamente rivoluzionarie o quando il capitalismo non vive fasi di crisi e può, quindi, redistribuire parte degli extraprofitti garantiti della politica imperialista. Ora con la crisi delle forze rivoluzionarie dopo la fine della guerra fredda e la crisi sempre più travolgente dei paesi a capitalismo avanzato i margini di profitto scarseggiano sempre di più, anche in seguito al grandioso processo di liberazione dal dominio coloniale di quasi tutti i popoli del mondo durante il secolo breve.

La componente di minoranza della sinistra radicale ha optato per la posizione specularmente opposta al revisionismo della componente maggioritaria, ovvero per un massimalismo settario, che non può risultare credibile alla classe sociale di riferimento e tanto meno ai necessari alleati all’interno di un ipotetico, ma indispensabile blocco sociale alternativo. Come è noto, il massimalismo si pronuncia per la rivoluzione, ma si limita ad attendere che le condizioni siano mature, senza fare nulla di significativo per prepararle e, in tal modo, difficilmente si rende credibile finendo con l’apparire come un curioso residuo di un passato che rischia di apparire sempre più remoto.

D’altra parte, a questo necessario pessimismo della ragione nell’analisi della fase, in particolare per quanto attiene al nostro campo e al nostro paese, occorre sempre accompagnare l’ottimismo della volontà coadiuvato dall’oggettiva crisi strutturale del fronte contrapposto. Tanto è vero che sebbene tenda a spostarsi a destra, l’elettorato diviene sempre più volubile e anche i rappresentanti del blocco sociale dominante tendono a bruciarsi in tempi sempre più rapidi, Renzi docet.

Ciò non toglie che l’ottimismo della volontà implichi la prassi e, perciò, da marxisti non possiamo limitarci a interpretare in modo diverso il mondo rispetto all’ideologia dominante, non è sufficiente la pur indispensabile attitudine critica e autocritica, ma è necessario ragionare sul che fare? Da questo punto di vista non possiamo, se non vogliamo rimanere generali senza esercito, eludere il bisogno e la domanda di unità che proviene dalla nostra potenziale base di massa. Anche perché se non saremo noi in grado di dare una risposta razionale, radicale e avanzata, non potrà che rimanere egemone anche nella nostra classe di riferimento la pseudo risposta offerta dai revisionisti che invocano la necessità di un fronte repubblicano quale unico argine al sovranismo di destra. Rispunta così la veccia opzione del centro-sinistra, da Macron a Tsipras in Europa, da Calenda a De Magistris e ai suoi sinistri alleati in Italia. A tale impostazione interclassista, funzionale all’egemonia del centro sulla sedicente sinistra, occorre contrapporre una risposta reale in grado di soddisfare un bisogno vitale delle masse sfruttate e oppresse, l’unità di classe.

Tale fatica non potrà che essere di Sisifo se non si seguirà l’indicazione, dettata dal sano buon senso, di Gramsci di partire sempre dal gruppo dirigente, dagli intellettuali organici che aspirano a porsi come avanguardia del proletariato. Costoro potranno costituire il moderno principe, quale direzione consapevole della Rivoluzione in occidente, solo nel momento in cui supereranno il loro congenito individualismo, ricostituendo l’intellettuale collettivo, ossia il partito rivoluzionario di quadri, capaci di essere avanguardie riconosciute dal proletariato. A questo scopo va assolutamente rilanciato il movimento comunista o movimento al comunismo, ovvero un processo costituente che non potrà evidentemente avere successo né se pretenderà di seguire scorciatoie organizzativistiche, né se non intraprenderà mai tale processo, o perché lo ritiene controproducente in un’ottica populista di sinistra, o perché ritiene di averlo già riassunto nel nocciolo del proprio partito in formato bonsai e privo di radicamento di massa.

Anzi, in questa prospettiva, l’ottica settaria delle conventicole in costante e sterile lotta fra di loro, che finiscono spesso nell’individuare il più pericoloso nemico nella micro organizzazione che rischia di farle ombra, deve essere considerata come parte integrante del problema più che della sua soluzione. Un processo realmente costituente non potrà infatti essere una mera sommatoria della miseria esistente, il solito rissoso e inconcludente inter-gruppi, ma potrà svilupparsi solo dalla consapevolezza che nessuna delle micro strutture esistenti può considerarsi autosufficiente e funzionale allo scopo, se questo corrisponde all’altra ambizione della Rivoluzione in occidente e non alla piccola ambizione di far sopravvivere il proprio nucleo di sopravvissuti. È, dunque, conditio sine qua non per partecipare in modo costruttivo a questo movimento per la ricostruzione di un vero partito comunista, la piena consapevolezza della radicale insufficienza della propria conventicola a costituire la struttura portante del moderno e la conseguente disponibilità, non appena se ne venissero a creare le reali condizioni, di togliersi nella propria separatezza per superarsi dialetticamente in un’organizzazione superiore, in quanto maggiormente corrispondente al proprio concetto e al proprio alto obiettivo.

A questo scopo occorrerebbe sperimentare da subito tale unità nella prassi conducendo in modo unitario la lotta sui fronti comuni. Per quanto riguarda invece i fronti separati, ma comunque necessari a condurre la guerra contro il nemico di classe, si dovrà procedere a una razionale divisione del lavoro sulla base del reciproco riconoscimento dei diversi aspetti in cui singole organizzazioni sono più avanzate avendo puntato, considerate le limitate risorse, su quell’ambito in particolare. Mentre per tutti i fronti e le questioni controverse bisognerà affrontarle nell’ottica del futuro intellettuale collettivo in costruzione, ossia cercando delle sintesi il più possibile avanzate.

Più in generale occorrerà riprendere a ragionare collettivamente in un’ottica costruttiva sia del programma massimo della Rivoluzione in occidente, sia del programma minimo in funzione della partecipazione, possibilmente in posizione egemonica, alla costruzione di un fronte più ampio, volto a unire tutti i proletari dotati di un minimo di coscienza di classe. Un fronte anticapitalista e antimperialista che sia in grado di sfidare le destre nella lotta per l’egemonia mediante alcuni punti fondamentali del programma minimo come la lotta al proprio imperialismo, nazionale e continentale, e la campagna per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e di ritmi.

Infine, per poter fronteggiare la grande capacità di aggregazione di massa della destra – che rende sempre più praticabile la riproposizione di un bonapartismo regressivo – sarà indispensabile ricostruire anche una più ampia unità di classe, ricomponendo tutto il proletariato in un unico grande sindacato, riattualizzando la parola d’ordine tanto dei Wobblies che della Terza Internazionale.

Solo una volta ricostruita un’unità di classe su questi tre livelli sarà possibile reimpostare in maniera razionale e rivoluzionaria la decisiva questione delle alleanze di classe, ovvero della costruzione di un blocco sociale antagonista a quello dominante, che renda nuovamente praticabile la lotta per la conquista del potere.


Note

[1] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Einaudi Torino, Quaderno 3, § 34, p. 311.

[2] La capacità di questi ultimi di costituire, in mancanza di meglio, un punto di aggregazione per un populismo di centro-sinistra in grado di fare concorrenza a quello di destra, è venuta definitivamente meno quando tale forza ha abbandonato la sua naturale funzione di opposizione per governare, anche a patto di un’alleanza con il populismo reazionario, che ha reso nei fatti impraticabile la stessa tattica della rivoluzione passiva o rivoluzione senza rivoluzione cui aspirava il M5s.

23/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://francescoriolo.wordpress.com/letteratura/el-lissitzky-colpisci-bianchi-col-cuneo-rosso/

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: