Scontro tra medici e governo

Il governo italiano è in mano a una banda di liberisti, il settore medico a una banda di reazionari. Dietro lo scontro sul numero di studenti che potranno accedere alla facoltà di medicina il prossimo anno c’è la lotta tra grande borghesia e corporativismo piccolo-borghese.


Scontro tra medici e governo

Per far fronte all’emergenza di Sars-Cov-2 il governo ha dovuto assumere 20 mila tra medici neolaureati, infermieri e operatori sanitari. L’impiego, ovviamente, è soltanto per sei mesi, perché i problemi strutturali del servizio sanitario nazionale devono rimanere tali. Ma perché in Italia c’è scarsità di medici? Per il semplice fatto che i servizi sanitari pubblici non sono più organizzati per far fronte ai bisogni e alla loro prevenzione ma per incoraggiare quante più persone possibile a ricorrere alle cure a pagamento erogate privatamente dagli stessi medici assunti dal servizio sanitario nazionale (tramite la c.d. intramoenia), dai liberi professionisti (alcuni dei quali lavorano anche in ospedale in regime di c.d. extramoenia) o da quelli impiegati nelle cliniche private, convenzionate col SSN o meno.

La spinta verso il privato è dettata dalla necessità di abbassare i costi di produzione ed aumentare i guadagni degli imprenditori. Le cure mediche, infatti, sono parte di ciò che è necessario per vivere, al pari del cibo, della casa, dei vestiti, di un certo grado di istruzione, ecc. E tutto ciò, per la stragrande maggioranza della popolazione che vive della vendita della propria forza-lavoro, vale a dire per i lavoratori dipendenti (o finti indipendenti), si chiama, in gergo economico, salario. Ed il salario rappresenta, per gli imprenditori, un costo da minimizzare.

In una società capitalistica, ciò di cui abbiamo bisogno per vivere può essere acquistato, come il cibo, e allora abbiamo bisogno di ricevere dal nostro datore di lavoro un ammontare di denaro sufficiente per comprarlo, oppure può essere, come i servizi sanitari, fornito dallo Stato. In questo caso a pagare è la collettività dei contribuenti che si dividono l’onere a seconda del grado di progressività, proporzionalità o regressività del sistema fiscale (e come abbiamo visto il nostro è regressivo).

Ma se alcune cure mediche prestate “gratuitamente” vengono meno - o comunque non sono sufficienti o tempestive - significa che una parte di questo bene-salario deve essere acquistato in quanto è diventato una merce. Per far fronta a questa spesa, però, né vengono concessi dal datore di lavoro aumenti del salario monetario per comprare sul mercato le prestazioni sanitarie che non si ricevono più dallo Stato (al massimo si ottiene welfare aziendale, ma solamente per i lavoratori dei grandi complessi industriali) né lo Stato accorda una diminuzione della pressione fiscale ai lavoratori (al massimo alle aziende e ai liberi professionisti) non più necessaria visto il taglio delle prestazioni fornite pubblicamente. E tutto ciò non viene fatto proprio perché l’obiettivo, o meglio, la necessità, è quella di dover diminuire il salario per sostenere i profitti.

In un momento di crisi, quando questa necessità è ancora più imperativa, pensare che l’attuale governo italiano possa metter mano al problema senza che ci sia un movimento reale di massa che ne chieda la soluzione è pura ingenuità. Tant’è che malgrado il COVID-19 il ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, si è limitato a confermare il trend di crescita dei posti nelle facoltà di Medicina e Odontoiatria anche per l'anno accademico 2020/21. Un aumento sufficiente solamente a far fronte ai pensionamenti previsti e non agli altri problemi del SSN, inclusa l’impreparazione alle pandemie. Segno che non sono queste che possono cambiare la (cattiva) impostazione politica di chi ci governa.

Un provvedimento quantitativamente insufficiente e che legittimizza il numero chiuso, ma che la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) ha avuto il coraggio di criticare in quanto i posti messi a concorso sarebbero addirittura troppi! E perché? Per l’esistenza del c.d. “imbuto formativo”: medici laureati e abilitati che attendono anche per anni di poter entrare nelle scuole di specializzazione e nel frattempo devono accontentarsi di sotto-occupazioni precarie nelle cliniche private. I cosiddetti “camici grigi”.

Perché il governo non voglia risolvere il problema dell’imbuto formativo, dunque, è evidente. Un esercito di medici precari e dequalificati è un arma importante nelle mani dei grandi gruppi che investono nella sanità per spingere al ribasso i salari e quindi aumentare i profitti aziendali. Ma perché la Fnomceo non si limita a chiedere la soluzione dell’imbuto tramite l’aumento dei posti di specializzazione - in parte avvenuto ad opera del ministro Roberto Speranza - e attacca l’aumento del numero dei posti nei corsi di laurea? Perché la maggior parte dei suoi presidenti e uomini più in vista (donne poche) hanno importanti interessi economici nel mondo della sanità (e dell’Università) privata, convenzionata e non.

Sia il governo che l’Ordine dei medici hanno in mente un SSN che avvantaggia gli interessi privati (inclusi quelli dei medici) a danno dei cittadini. Solo che mentre il governo spinge per lo sviluppo di grandi gruppi privati, che hanno bisogno di un esercito industriale di riserva anche tra i medici, e dell’aumento della concorrenza tra i liberi professionisti, l’orizzonte dell’Ordine è quello piccolo-borghese, in cui ogni medico, dipendente pubblico o libero professionista, può far fruttare la propria forza-lavoro tramite l’attività privata.

Dietro il paravento dell’occupazione, dunque, la Fnomceo nasconde la preoccupazione che un aumento del numero di medici porti, da un lato, all’abbassamento del valore della loro forza-lavoro, creando manodopera più a buon mercato per le grandi cliniche private, e dall’altro all’aumento della concorrenza tra i liberi professionisti, con tutto ciò che ne consegue non solo in termini di prezzi e qualità delle prestazioni (crescente differenziazione) ma anche in termini di sopravvivenza di un “Ordine” che non può che temere il libero mercato. Non perché progressista ma perché reazionario.

04/07/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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