La trovata dei minibot

Dietro l’invenzione dei minibot ci sono le contraddizioni di un governo che vuole apparire in guerra con le istituzioni europee ma si accinge a realizzarne le politiche


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Il debito pubblico non consiste solo in quello “certificato” come tale dalle statistiche europee, ma anche nei debiti “commerciali”, in attesa di essere saldati, verso le imprese fornitrici. Il loro ammontare è importante ed è stimato (dato che un numero certo e ufficiale ancora non c’è) in una cinquantina di miliardi di euro. Le regole contabili europee dispongono che i debiti commerciali non entrino a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini del rispetto dei parametri di Maastricht, purché non vengano “cartolarizzati”, ovvero trasferiti formalmente ad una banca (cessione pro-soluto previa certificazione da parte della Pubblica Amministrazione debitrice). Ma di tutto il debito commerciale, solo una decina sono cartolarizzati ed i rimanenti (la maggior parte) sono fuori dal computo europeo.

L’accumularsi di debito commerciale dipende dai ritardi nei pagamenti dovuti che però non dipendono solo dalla proverbiale inefficienza della Pubblica Amministrazione (PA), le cui procedure di controllo, liquidazione e pagamento richiedono del tempo - che può essere di anni in caso di contenziosi giudiziari - ma anche da problemi di cassa, che si verificano non solo per l’assenza dei fondi necessari ma anche per far rientrare i pagamenti all’interno dei ridicoli vincoli del patto di stabilità interno prima e del pareggio di bilancio oggi. Il tutto è complicato sia dalle procedure di compravendita di stampo privatistico, che con i relativi anticipi e intermediari implicano la ricezione di un numero di fatture maggiore di quelle che devono effettivamente essere pagate, sia dalla negligenza dei fornitori, che sovente emettono la fattura prima dell’approvazione dello stato di avanzamento dei lavori o della consegna dei beni.

Negligenze che non compromettono l’esigibilità del debito ma incidono in maniera determinante sul calcolo dei tempi di pagamento, che la normativa prevede debbano partire da quando i controlli su merci e lavori sono stati completati (qualora il debitore abbia già ricevuto la fattura) ma per ragioni pratiche legate al sistema di monitoraggio - che è basato unicamente sul sistema di interscambio delle fatture elettroniche gestito dall’Agenzia delle Entrate che non riporta informazioni riguardo le consegne ed i controlli - vengono sempre computati dal momento in cui la PA riceve la fattura. Quindi, anche se le cause dei ritardi non dipendono solo dall’inefficienza, ed il problema riguarda anche altri paesi (i cui dati, però, non sono comparabili, non esistendo uniformità di monitoraggio e calcolo) l’Italia, complice il “nostro” più alto rappresentante in seno agli organi comunitari, è l’unico paese che per i ritardi nei pagamenti commerciali è stato deferito dalla Commissione alla Corte di Giustizia della UE.

Per provare a risolvere il problema una volta per tutte, la Commissione Finanze della Camera, il 28 maggio, ha approvato all’unanimità (ma il Pd poi se ne è pentito) una mozione che impegna il governo ad accelerare i pagamenti, attraverso la compensazione tra debiti e crediti (i corrispettivi delle forniture allo stato contro le imposte ad esso dovute) e “strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”.

Questi titoli, anziché essere piazzati nel mercato finanziario, verrebbero ceduti direttamente a quei creditori disposti ad accettarli a saldo dei rispettivi crediti. In pratica i debiti commerciali verrebbero semplicemente rimpiazzati dal debito rappresentato dai titoli emessi, senza una lievitazione del debito stesso.

Tuttavia una prima querelle riguarda la natura di questi titoli. Infatti se fossero assimilabili ai BOT, CCT ecc., allora andrebbero ad aumentare il debito pubblico formalmente rilevato dalle statistiche europee il quale quindi verrebbe posto sotto i riflettori della Commissione, con conseguenze non piacevoli. D’altra parte, la cosa spiacevole si verificherebbe se si volesse in qualunque altro modo accelerare i pagamenti: lo stato dovrebbe approvvigionarsi della necessaria liquidità e potrebbe farlo, visto che è stato espropriato della sovranità monetaria, solo ricorrendo al debito pubblico.

In ogni caso, sia ricorrendo al debito ricorso al debito che alle eventuali disponibilità di bilancio, si determinerebbe la necessità di tagliare le spese che non sono coperte dai minibot per contenere il debito complessivo o per non incrementare il deficit di bilancio. Saremmo quindi di fronte ad un mero trasferimento del problema: dai fornitori della pubblica amministrazioni alle altre classi sociali (nel caso si proceda ai tagli) oppure dall’oggi al domani (nel caso in cui si estenda l’emissione dei minibot anche per altre tipologie di spese, come avvenuto col Patacon in Argentina nel 2001). L’unica novità dell’introduzione di questi titoli, dunque, è che si bypasserebbe il circuito bancario, come avviene per i privati che pagano emettendo una cambiale. Tale cambiale verrebbe estinta solo con contanti alla scadenza o accettandola in pagamento di imposte.

Rimane il dubbio di come farà lo Stato centrale a estinguere i pagamenti delle pubbliche amministrazioni non statali dato che a queste fa capo il 90% della spesa commerciale: o si permette a ciascuno degli oltre 22.000 enti pubblici (partecipate e municipalizzate escluse, visto che non sono considerati tali) di emettere il suo minibot, il suo pagherò, cosa assai dubbia, oppure bisognerà ricorrere al meccanismo della cambiale-tratta: la PA che vanta un credito nei confronti dello Stato centrale gli ordina di emettere un minibot a favore di un suo fornitore. Scenari che, ove mai si realizzassero, contribuirebbero sensibilmente all’aumento dell’inefficienza amministrativa.

L’altro argomento del contendere riguarda ancora la natura di questi titoli di piccolo taglio. Essi infatti saranno accettati dalla PA in pagamento delle imposte e in tal modo diverrebbero un mezzo di pagamento scontabile presso un istituto di credito o addirittura usato per pagamenti fra aziende. Inoltre essi verranno stampati in tagli in linea di massima corrispondenti a quelli dell’Euro (per esempio 500, 200, 100, 50, 10 e perfino 5 euro). Potrebbero quindi configurarsi come una sorta di moneta parallela circolante, riconosciuta dallo stato stesso come mezzo di pagamento, a condizione che anche il “mercato” la riconosca come tale, cioè che le imprese la accettino come mezzo di pagamento. La qual cosa potrebbe andare a scontrarsi con le regole europee, come hanno sottolineato anche il Presidente della Bce Mario Draghi, il Capo di Confindustria Vincenzo Boccia e il ministro del Tesoro Giuseppe Tria. Quest’ultimo è stato attaccato da Salvini e Di Maio, questa volta d’accordo fra di loro, determinando quindi un nuovo scontro politico in seno al governo e forse fra governo e autorità europee, secondo il consueto gioco delle parti.

È già stato detto da Massimo d’Antona che in realtà i trattati europei vietano agli stati membri esclusivamente l’emissione di banconote, non di titoli di credito sia pure dotati di un alto livello di liquidità, mercato permettendo. Saremmo quindi di fronte, a suo parere, a una moneta in senso economico e non giuridico, senza alcuna violazione dei trattati stessi.

Difatti esistono già altri importantissimi mezzi di pagamento in circolazione: valute estere accettate perché “forti”, moneta creata dalle banche attraverso le aperture di credito, carte di credito, pagamenti online, moneta digitale ecc. Le banconote stampate dalla zecca della Bce, in definitiva, hanno un ruolo del tutto marginale come mezzo di pagamento (meno del 9%). Se anche il gradimento dei minibot come mezzo di pagamento fosse elevato, e quindi potessero essere accettati a un valore vicino a quello nominale, cioè a quello stampato nel titolo, allora essi potrebbero circolare a fianco degli altri mezzi, senza necessità che lo stato li estingua, oppure potrebbero essere rinnovati a ogni estinzione, per esempio ogni qualvolta un operatore li usi per pagare le imposte. In questo modo il debito commerciale sarebbe sostituito da un debito cartolarizzato praticamente a tasso zero.

L’altro risultato sarebbe quello di avere aumentato di fatto la massa monetaria, cosa che secondo i teorici della Modern Monetary Theory (MMT) e secondo gli economisti neokeynesiani sarebbe funzionale allo sbocco della produzione nei mercati e quindi, in questa situazione di crisi economica, al sostegno della produzione stessa.

I dubbi in proposito sono più che fondati, come dichiarato dallo stesso D’Antoni riguardo l’eventualità che effettivamente il mercato accolga a braccia aperte i minibot come mezzo di pagamento e che quindi lo stato non debba sostenere un onere per la loro collocazione paragonabile a quello degli altri titoli di stato, anche se il fatto di poterli utilizzare per pagare le tasse dovrebbe proteggere in buona parte il loro valore come avviene per qualunque moneta a corso forzoso o fiduciaria.

Molto più importante è formulare le critiche sul piano teorico che possono essere rivolte alla teoria del MMT. Cioè mettere in discussione che sia sufficiente un’immissione di liquidità per stimolare la sofferente economia. Questo giornale ha pubblicato l’articolo di Michael Roberts linkato poco sopra, in cui si riportano anche i collegamenti alla serie di suoi precedenti articoli sempre qui pubblicati. L’autore segnala – e noi lo condividiamo – che la crisi profonda da cui il capitalismo non sta riuscendo a venir fuori, pur manifestandosi nell’ambito della finanza, ha origini nelle contraddizioni del modo di produzione capitalistico e quindi non bastano accorgimenti monetari per venirne fuori.

Il quantitative easing di Draghi, per esempio, nonostante gli altisonanti annunci, ha partorito il topolino. È vero che la liquidità immessa da Draghi era indirizzata verso il sistema bancario e quindi è servita prevalentemente ad aggiustare alcuni guai finanziari, con incidenza pressoché nulla nell’economia reale, mentre l’aspettativa di Draghi era che un sistema finanziario risanato avrebbe dovuto indirettamente impattare, attraverso la riapertura dei canali del credito, sulle attività produttive. Nel caso dei minibot, invece si tratterebbe prevalentemente di fornire liquidità in maniera diretta alle imprese produttive. Tuttavia questa immissione sarebbe risolutiva se la crisi fosse riconducibile esclusivamente a problemi della domanda, come sostengono gli economisti keynesiani, e non fosse invece causata anche dalla caduta del saggio del profitto associata alle variazioni nella composizione del capitale, come mostra l’evidenza statistica delle serie storiche.

E comunque anche questo tentativo, secondo noi illusorio, di fornire una risposta al ristagno economico attraverso lo stimolo della domanda potrebbe scontrarsi, al di là degli artifici e della creatività finanziaria, con i medesimi problemi che incontra ogni politica espansiva nell’Unione Europea. Tanto più che si sta diffondendo il timore che l’emissione dei minibot sia propedeutica a un’uscita dall’euro in quanto potrebbe trasformarsi agevolmente in un canale di creazione di moneta alternativo a quello della moneta europea nel caso che quest’ultimo canale venga bloccato e che si verifichi una la corsa agli sportelli bancari paragonabile a quella che mise in ginocchio di fronte alla troika il governo greco di Tsipras. Ma il solo parlarne provoca reazioni dei mercati e speculazioni sul nostro debito pubblico che nell’immediato producono solo danni, mentre nella realtà questo strumento pare ben poca cosa di fronte all’ammontare delle transazioni che avvengono in assenza di moneta stampata (oltre il 90%), ammesso che davvero l’uscita dall’euro sia un’ipotesi presa in considerazione dai nostri governanti.

Al di là delle reali intenzioni, non sarebbe male che in Europa ci si preparasse, adottando idonei strumenti, all’eventualità di un’implosione del sistema Euro, cosa a cui sono preparati per primi i cosiddetti mercati. Ma a questo fine i minibot sono davvero ben misera cosa….

Antonio Pagliarone, altro critico della MMT anche su su questo giornale, mi ha suggerito una curiosa analogia, quella con la MeFo del governo nazista tedesco. La Metallurgische Forschungsgesellschaft (Società per la ricerca in campo metallurgico, MeFo) era una società fittizia, ideata dal regime per finanziare la ripresa economica e il riarmo, aggirando, con un artificio contabile, le regole del Trattato di Versailles impostogli a seguito della sconfitta della prima guerra mondiale. A nome della società fasulla venivano emesse obbligazioni, i Mefo-Wechsel, che consentivano al governo di approvvigionarsi della necessaria liquidità senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione. Pertanto, considerate le idee e le frequentazioni di Salvini, mi viene da fare tutti gli scongiuri di rito, auspicando che non si arrivi ai metodi persuasivi del Terzo Reich. È da notare, di sfuggita, che Keynes, pur disapprovando gli scopi di tale finanziamento, riconobbe “il vantaggio tecnico che esso offrirebbe [se posto] al servizio di una buona causa”. Questa analogia però non riguarda principalmente l’aspetto tecnico. La Lega, che si dipinge come fiero avversario dell’Unione Europea, basa anche su questo i consensi che l’hanno portata al governo e a essere il primo partito alle recenti elezioni europee. Sono consensi raccolti tra le masse impoverite da decenni di politiche liberiste, che le permettono tuttavia di praticare politiche ugualmente liberiste, mimetizzate dietro un volgare populismo.

E come la Mefo serviva a aggirare le regole di Versailles, i minibot servirebbero ad aggirare quelle di Bruxelles, o di Maastricht se preferite, ma non per uscire dall’Euro, come paventano alcuni, ma per starci alla meglio. Purtroppo quello di rilanciare l’economia all’interno di tali vincoli è solo un sogno dovuto al sonno delle coscienze di tutti i partiti rappresentati nel nostro parlamento. Non bastano giochi di prestigio contabili per sfuggire dalle regole europee. Queste impediscono di creare nuovo debito “certificato”, sia pure trasformando quello commerciale in cartolarizzato. Cioè non possiamo farlo neppure se nella sostanza non ci indebitiamo ulteriormente. La ricerca a ogni costo della compatibilità con i vincoli europei paralizza ogni possibile politica fiscale. La rottura della gabbia europea diventa una assoluta necessità.

Intanto, nel momento in cui il Governo si accinge ad attuare le politiche di austerità volute dall’Ue, fanno comodo e portano consensi anche le voci di una possibile uscita dall’Euro, che questo governo non realizzerà mai.

23/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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