Il patto per l'Italia è il nuovo compromesso storico nell'epoca pandemica

Confindustria: serve un nuovo grande accordo con le parti sociali, serve una visione alta e lungimirante.


Il patto per l'Italia è il nuovo compromesso storico nell'epoca pandemica

L'intervento del Presidente di Confindustria all'assemblea pubblica dei padroni, tenutasi nei giorni scorsi, rilancia il Patto per l'Italia, un grande accordo tra Governo, associazioni datoriali e sindacati rappresentativi per la ripresa dell'economia nazionale. Ci vuole coraggio e una visione prospettica, pensare al futuro, sono queste le esortazioni di Bonomi e per futuro intendiamo la gestione dei fondi europei, del Recovery, la gestione dei processi di ristrutturazione capitalisti che investiranno la Pa, gli ammortizzatori sociali e il welfare, le regole che disciplinano il mondo del lavoro.

A metà settembre è uscito il Piano nazionale di ripresa e resilienza (ma la classe lavoratrice uscirà frantumata dai processi in atto e molti posti di lavoro non resisteranno all'urto delle ristrutturazioni), meno di 40 pagine che dettano le linee guida del Governo per i prossimi anni, le condizioni imposte dalla Ue per beneficiare dei fondi europei.

Sempre in questi giorni apprendiamo di fondi europei destinati alle periferie, non esiste al momento alcuna proposta alternativa da parte sindacale e politica su come utilizzare questi soldi, su come recuperare non tanto al decoro ma alla dignità umana parti delle città abbandonate per anni alle logiche speculative dei quartieri dormitorio.

In cosa consiste allora la modernizzazione del paese? E la stessa transizione ecologica sarà Industria 4.0 a trazione tedesca?

Parliamo da anni di una Pubblica amministrazione efficiente, sburocratizzata e digitalizzata, è stato sufficiente qualche mese di pandemia per accorgersi che da 30 anni non si investe più nel pubblico avendo ceduto alla logica della riduzione dei costi della forza-lavoro con i processi di esternalizzazione dei servizi e la intricata babele degli appalti. La vita quotidiana potrà essere migliorata dalla erogazione di servizi efficienti e accessibili ma nell'ottica di ripensare la Pa dentro i servizi a gestione diretta, in funzione non delle imprese ma dei cittadini.

E per raggiungere questo obiettivo serve rivedere tutta la normativa in materia di Pa, impedire la invadenza della politica sulle decisioni amministrative, un grande piano di assunzioni (annunciato dalla ministra Dadone).

Lo smart working, ad esempio, ha messo in evidenza i limiti dalla Pa, tanti lavoratori da remoto scollegati da quelli in presenza, lo smart conviene alle aziende pubbliche e private, fa risparmiare sui costi di gestione (dagli affitti, alle indennità contrattuali non erogate, all'utilizzo degli strumenti di lavoro informatici fino ai processi di autoformazione o formazione on line da parte del singolo dipendente), aumenta la quota di plusvalore o accresce il valore lavoro non solo nella produzione delle merci ma degli stessi servizi.

Sempre in nome dello smart arriveranno i nuovi profili professionali assegnando un colpo, forse decisivo, alle dinamiche di contrattazione nel settore pubblico. Sempre nel Patto si parla poi di inclusione sociale in un paese nel quale per oltre 30 anni sono state alimentate disuguaglianze su base regionale con intere regioni dove il diritto alla salute e all’istruzione è ridotto ai minimi termini.

Il Patto è in linea con le raccomandazioni della Bce e della Ue che chiedono alle nazioni di salvaguardare l'economia in epoca pandemica e di spendere i soldi europei per favorire i processi di ristrutturazione, garantire protezione sociali ove necessario con criteri del tutto diversi dal passato ricorrendo alla flessibilità del lavoro e alle misure attive di sostegno alla occupazione. Si capisce che la tanto deprecata flessibilità contrattuale, la stessa precarietà lavorativa e esistenziale potranno essere le basi sulle quali cementificare il Patto con una pur diversa ripartizione\gestione dei fondi, da qui contratti atipici, apprendimento a distanza, e quindi anche smart working, indirizzare gli investimenti verso Industria 4.0 e la cosiddetta transizione verde e digitale, costruire tranvie al posto del trasporto su gomma, intensificare la logistica e l'alta velocità, attuare politiche dentro la sostenibilità finanziaria e il contenimento del debito.

La grande trasformazione potrebbe presentarsi con le solite dinamiche della precarietà con la modernità ad occultare le forme vecchie di sfruttamento della forza-lavoro. Per Bonomi, presidente di Confindustria, bisogna fare in fretta perchè a fine 2019 l'economia italiana non aveva ancora recuperato i livelli del 2008 (da qui il silenzio su un decennio di politiche economiche e sociali in cui la cancellazione dell'art 18 sembrava essere la soluzione di tutti i mali) e dopo i mesi pandemici i ritardi sono ancora più grandi.

Alla visione alta e lungimirante di impresa, o del capitale, cosa abbiamo da contrapporre? Ad oggi la discussione langue, ci si limita a pensare che innalzando il livello del conflitto si possa difendere la classe lavoratrice, una ricetta sicuramente giusta ma del tutto insufficiente a comprendere i processi in atto e soprattutto a contrastarli. Trasformare la resistenza operaia in un problema penale e di ordine pubblico è parte integrante dei processi repressivi da contrastare con ogni forza ma non pensiamo che la posta in gioco meriterebbe qualche sforzo in più per leggere e comprendere i processi in atto? Prendiamo ad esempio la riduzione dell'orario di lavoro, una battaglia storica e sempreverde del movimento operaio, riproporla senza guardare alle condizioni materiali del lavoro può essere fuorviante perché non consente di cogliere come oggi si accresce la produttività a costo zero per i padroni, anzi alimentando l’illusione che il lavoro a distanza sia una conquista.

Da qui dovremmo allora ripartire, dalla comprensione del nuovo compromesso storico delle decisioni che ne scaturiranno.

06/10/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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