La critica di Lenin al marxismo dottrinario

Lenin è stato presumibilmente il miglior marxista proprio per la sua critica, con le parole e ancora più con i fatti, a ogni forma di marxismo dottrinario


La critica di Lenin al marxismo dottrinario Credits: https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/speciale-amarcord/rivoluzione-russa-cento-anni-fa-il-lungo-ottobre-che-cambio-la-storia_3102370-201702a.shtml

Conquistato il potere politico con la Rivoluzione di Febbraio la borghesia russa, egemonizzata dalla componente moderata dei cadetti, aveva abbandonato i propri principali obiettivi rivoluzionari: la fine della guerra imperialista e la riforma agraria. Perciò, Lenin sostiene con forza che non era più possibile per i comunisti attenersi alla teoria classica che prevedeva il passaggio alla seconda fase della rivoluzione, la fase socialista, solo nel momento in cui la rivoluzione democratico-borghese fosse stata condotta a termine nel senso che era stato teorizzato dal suo stesso partito. Del resto, contrariamente alle previsioni fatte dagli stessi bolscevichi, anche la più radicale piccola borghesia russa – egemonizzata dai sedicenti Socialisti rivoluzionari, che manteneva con il suo populismo la maggioranza all’interno di buona parte dei soviet dopo la Rivoluzione di febbraio – aveva finito con il farsi egemonizzare dalle posizioni sempre più conservatrici della grande borghesia, che aveva preso il controllo del potere e puntava essenzialmente a mantenerlo.

Dinanzi a questo dato di fatto non poteva che essere insensato, come denunciava a ragione Lenin, pretendere di basare la propria tattica politica sulla possibilità astratta che la piccola borghesia portasse a compimento la rivoluzione borghese, ma occorreva realisticamente muovere dalla realtà effettiva che inequivocabilmente mostrava come la piccola borghesia fosse rimasta subalterna alla grande borghesia ora che questa, conquistato il potere, aveva abbandonato le precedenti parole d’ordine rivoluzionarie. Osserva a tal proposito Lenin: “il marxista, per valutare una situazione, deve procedere dal reale e non dal possibile. Ora, la realtà ci addita il fatto che i deputati dei contadini e dei soldati, liberamente eletti, entrano liberamente nel secondo governo, nel governo collaterale, lo integrano, lo sviluppano e lo perfezionano liberamente, E, non meno liberamente, cedono il potere alla borghesia” [1].

Quindi, a parere di Lenin, il campo della possibilità resta troppo vago e indeterminato per dettare una linea politica, anche se questo non può significare non prenderlo in condizione, restando prigionieri della tenebra della realtà presente. Al contrario è necessario provare a spingersi al di là di essa mediante il principio speranza alimentato dallo spirito dell’utopia, il che, d’altra parte, non può portare i rivoluzionari a perdere di vista, in nome dell’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione. Se in astratto tutto è possibile, proprio per questo non è detto che a divenire reale – in un futuro dai contorni mai pienamente prevedibili, in quanto necessariamente condizionato dalle libere scelte degli individui – sia proprio la possibilità più favorevole alle forze rivoluzionarie. Queste ultime per non rimanere in balia del caso e della fortuna, debbono prendere in considerazione la possibilità meno favorevole alla aspettative, di modo che se proprio quest’ultima dovesse disgraziatamente divenire reale i comunisti hanno già preparato le contromisure necessarie.

Tornando all’analisi determinata della situazione determinata con cui si confrontava Lenin, in questi decisivi mesi che precedettero la rivoluzione di ottobre – quando non solo il socialismo internazionale, ma la grande maggioranza del suo stesso partito era contrario, in nome dell’ortodossia marxista, a prendere in considerazione la necessità di anticipare i tempi per la realizzazione della rivoluzione socialista – il grande rivoluzionario osserva, di contro ai suoi critici: “è possibile che i contadini prendano tutte le terre e tutto il potere. Non solo non dimentico questa eventualità e non circoscrivo all’oggi il mio orizzonte, ma formulo esattamente e con chiarezza il programma agrario tenendo conto di un nuovo fenomeno: l’approfondirsi della scissione tra gli operai agricoli e i contadini poveri, da una parte, e i contadini-proprietari dall’altra. Ma esiste anche una diversa possibilità: i contadini possono dare ascolto ai consigli del partito socialista-rivoluzionario, partito piccolo-borghese soggetto all’influenza dei borghesi e schierato nel campo dei difensisti, il quale raccomanda ai contadini di aspettare fino all’Assemblea costituente, benché fino ad oggi nemmeno la data della sua convocazione sia stata fissata!” [2].

Come sappiamo sarà proprio questa più sfavorevole possibilità, che Lenin ha avuto il merito di mettere in conto – in contrasto con la concezione provvidenzialistica del marxismo allora imperante sotto la nefasta influenza dell’ideologia positivista ancora dominante, che riteneva il progresso storico necessario e lineare. Dunque, secondo Lenin, nell’analisi della situazione concreta bisogna che il realismo prevalga sull’astratto volontarismo utopista. Il che non significa assumere un’attitudine conservatrice od opportunista che fonda il proprio agire sulla direzione che prende in quel momento il corso del mondo. Al contrario, occorre agire nel presente tenendo nel dovuto conto i rapporti di forza sfavorevoli, il che non significa perdere di vista il principio speranza che ci porta a prevedere la posssibilità di un cambiamento profondo delle condizioni, favorevole alle forze rivoluzionarie, se si saranno tenute pronte per questa evenienza.

Tutto ciò è ben esemplificato dal ragionamento di Lenin secondo il quale occorre rompere nel modo più netto con il governo provvisorio e non attendere che i soviet – nei quali prevalevano in quella fase le posizioni codiste dei sedicenti socialisti rivoluzionari – si schierino per la rivoluzione socialista, per aprire il processo rivoluzionario. Contando sul fatto che in tal modo si avrà la possibilità di portare dalla propria parte la maggioranza dei contadini, strappandoli all’egemonia della grande borghesia e, anzi, portandoli a schierarsi contro di essa, dopo la realizzazione di una radicale riforma agraria. Tornando alla polemica contro gli idealisti del suo stesso partito che invano attendevano di porsi alla coda, come i populisti, della grande maggioranza del popolo russo costituito da contadini, Lenin osserva in modo realistico, da autentico materialista dialettico: “quando questo fatto cesserà di essere un fatto, quando i contadini si separeranno dalla borghesia, s’impadroniranno della terra contro di essa e prenderanno il potere contro di essa, allora avrà inizio una nuova fase della rivoluzione democratica borghese, della quale tratteremo a parte. Il marxista che, di fronte all’eventualità di questa fase futura, dimentichi i suoi doveri di oggi, del momento in cui i contadini si accordano con la borghesia, diventerebbe un piccolo-borghese” [3].

Dunque, dal momento che, contrariamente alle previsioni, la piccola borghesia aveva rinunciato ai propri obiettivi radicali ed era rimasta sotto l’egemonia della grande borghesia occorreva che il proletariato, rotta ogni alleanza con essa, si dotasse di un programma autonomo in grado di ricomprendere in sé anche gli obiettivi democratici borghesi. Solo così, dunque, si sarebbero create le condizioni mediante le quali la piccola borghesia avrebbe progressivamente abbandonato i propri dirigenti opportunisti, per tornare a essere parte integrante del fronte rivoluzionario, anche se in funzione subordinata grazie all’egemonia esercitata dal proletariato industriale, asse portante del Partito bolscevico.

Perciò, polemizzando con le posizioni attendiste di chi era contrario all’iniziativa autonoma del proletariato sino al compimento della rivoluziona borghese, Lenin si domandava retoricamente: “come ‘spingere’ la piccola borghesia al potere, se essa oggi, pur avendone la possibilità, non vuole prenderlo? Soltanto con la separazione del partito proletario, comunista, soltanto con la lotta di classe proletaria, libera dalla timidezza di questi piccoli borghesi. Soltanto la coesione dei proletari, che sono liberi nei fatti e non a parole dall’influenza della piccola borghesia, potrà rendere così ‘scottante’ il terreno sotto i piedi della piccola borghesia che essa, in date circostanze, sarà costretta a prendere il potere” [4].

Del resto già le terribili vicende vissute dal paese durante la spaventosa prima guerra imperialistica mondiale avevano inconsapevolmente prodotto le condizioni che avrebbero favorito il passaggio dalla rivoluzione democratica di febbraio a quella funzionale alla transizione al socialismo dell’ottobre 1917. Come ha giustamente osservato a questo proposito Lenin: “la guerra imperialistica, imponendo un’estrema tensione di forze, ha accelerato a tal punto lo sviluppo della Russia arretrata che noi abbiamo raggiunto ‘di colpo’ (in realtà come se fosse di colpo) l’Italia, l’Inghilterra, quasi la Francia, e ottenuto un governo ‘di coalizione’, ‘nazionale’ (adatto cioè a condurre la carneficina imperialistica e ad ingannare il popolo), ‘parlamentare’” [5].

Al formarsi delle condizioni necessarie all’innesco del processo rivoluzionario hanno inoltre contribuito la disastrosa condotta della guerra da parte dei comandi reazionari dell’impero russo e l’accordo fra l’alta borghesia russa e quella inglese e francese che tanto avevano investito in Russia e che ora temevano la pace separata dello Zar con gli Imperi centrali. In altri termini, per dirla con Lenin: “se le sconfitte del periodo iniziale della guerra sono state un fattore negativo, che ha accelerato l’esplosione, il nesso tra il capitale finanziario anglo-francese, l’imperialismo anglo-francese e il capitale russo ottobrista e cadetto è stato il fattore che ha accelerato questa crisi mediante la diretta organizzazione del complotto contro Nicola Romanov” [6].

Del resto, più in generale, Lenin acutamente osserva come la stessa guerra imperialista, considerata in prospettiva, può essere ritenuta fra le condizioni oggettive che favoriscono un processo rivoluzionario, poiché in tali fasi il governo non ha solo bisogno del consenso delle classi dominanti, ma necessità “della ‘pacifica’ sottomissione delle classi oppresse a questo dominio” [7]. D’altra parte, tanto più la guerra imperialista si sviluppa “tanto più fortemente gli stessi governi sviluppano e sono costretti a sviluppare l’attività delle masse, spronandola a una straordinaria tensione delle forze e al sacrificio di se stesse” [8].

Queste esperienze dunque, per quanto tragiche, finiranno in effetti per rendere possibile la rivoluzione non solo borghese, ma persino socialista, in uno dei paesi più arretrati d’Europa, in cui il proletariato moderno era assolutamente minoritario. Perciò è sempre imprescindibile per un comunista mantenere la giusta dialettica fra il pessimismo della ragione – che allora non poteva che presentare una situazione catastrofica, con i partiti più importanti dell’Internazionale che avevano finito con il sostenere la guerra imperialista – e l’ottimismo della volontà che permette a Lenin anche dinanzi a una netta sconfitta storica del movimento socialista, che sempre si era battuto conto la guerra imperialista, di cogliere, una volta che non era stato possibile evitarla, le prospettive positive che in modo del tutto involontario la guerra apriva per il partito rivoluzionario che si fosse fatto trovare pronto all’inatteso appuntamento con la storia.


Note

[1] V. I. Lenin, Lettere sulla tattica [aprile 1917], in Id., Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 119.

[2] Ibidem.

[3] Ivi, p. 120.

[4] Ivi, pp. 123-24.

[5] Id., Lettere da lontano [marzo 1917], op. cit., p. 103.

[6] Ivi, p. 100.

[7] Id., Il fallimento della II Internazionale [maggio-giugno 1915], in op. cit., p. 13.

[8] Ivi, p. 14.

07/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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