Dopo il Settembre Nero in Giordania (1970) e la conseguente espulsione dei combattenti palestinesi dal regno hashemita, migliaia di militanti dell’OLP si riversarono in Libano, soprattutto nel Sud — quell’area che gli israeliani definirono sprezzantemente “Fatahland” — e nei quartieri occidentali di Beirut, dove Yasser Arafat installò il proprio quartier generale. In un primo momento Arafat e il movimento al-Fatah non condussero attacchi sistematici contro il territorio israeliano. Successivamente, però, Israele iniziò a intervenire nella politica libanese fornendo armi, addestramento e supporto alle milizie cristiane. Favorì inoltre la scissione dall’esercito libanese del maggiore Saad Haddad, che costituì la South Lebanese Army (SLA).
A quel punto Arafat comprese che Israele stava sostenendo attivamente le milizie cristiano-maronite dei Falangisti, guidate da Bashir Gemayel, e la risposta dell’OLP non tardò. L’organizzazione iniziò a lanciare razzi e colpi d’artiglieria contro il Nord di Israele, conducendo infiltrazioni e attentati. In breve tempo, nonostante l’opposizione israeliana, nacque una sorta di entità palestinese semi-statale nel Sud del Libano. Nel 1975, allo scoppio della guerra civile libanese, l’area sotto controllo palestinese rimase relativamente tranquilla.
Questo equilibrio si ruppe nel 1978, quando un commando palestinese uccise decine di civili israeliani nei pressi di Tel Aviv. La risposta dello Stato ebraico fu immediata: l’Operazione Litani, con la quale Israele occupò il Sud del Libano fino al fiume Litani, dichiarando di voler allontanare i fedayn dal confine. L’intervento internazionale portò alla creazione dell’UNIFIL, che dispiegò contingenti — fra cui elicotteri dei Carabinieri italiani — nel Sud del Paese. Ma le basi dell’OLP rimasero e la tensione non diminuì; Israele continuò a colpire periodicamente le postazioni palestinesi.
Nel 1981 l’inviato americano Philip Habib negoziò un cessate il fuoco fra Israele e OLP lungo il confine libanese. Formalmente il cessate il fuoco reggeva, ma era estremamente fragile: Israele sosteneva che l’OLP continuasse ad agire altrove (ad esempio con attentati in Europa), mentre i palestinesi accusavano Israele di provocazioni e bombardamenti mirati.
Verso la guerra del 1982
Il governo Begin, fortemente influenzato dal ministro della Difesa Ariel Sharon, preparò un piano che superava di gran lunga il semplice “corridoio di 40 km” dichiarato ufficialmente. L’obiettivo reale era spingersi fino a Beirut, distruggere l’infrastruttura politico-militare dell’OLP, eliminare Arafat e insediare un governo libanese cristiano filoisraeliano guidato da Bashir Gemayel.
Il pretesto immediato giunse il 3 giugno 1982, quando l’ambasciatore israeliano a Londra fu gravemente ferito in un attentato. L’attacco era opera del gruppo di Abu Nidal, acerrimo nemico della stessa OLP. Nonostante l’assenza di legami con il Sud del Libano, il governo Begin-Sharon sfruttò l’episodio come casus belli.
L’operazione “Pace in Galilea”
Il 6 giugno 1982 l’IDF lanciò ufficialmente l’operazione “Pace in Galilea”. Per l’opinione pubblica mondiale l’obiettivo dichiarato era respingere l’OLP oltre i 40 km dal confine israeliano; in realtà Sharon perseguiva un disegno molto più ampio: avanzare fino alla cintura di Beirut, imporre un trattato di pace separato israelo-libanese attraverso un presidente cristiano filo-israeliano e, soprattutto, eliminare Arafat.
L’invasione coinvolse decine di migliaia di soldati israeliani, supportati da marina, aviazione, forze speciali e alleati locali (SLA e milizie falangiste). L’avanzata si dispiegò lungo tre direttrici principali:
- L’asse costiero, da Tiro verso Sidone e poi Damour, con l’obiettivo di eliminare le basi palestinesi sulla costa e creare un corridoio logistico verso Beirut.
- L’asse centrale, attraverso la regione montuosa dello Chouf, per colpire le aree druse alleate dei palestinesi e innescare la guerra druso-maronita.
- L’asse orientale, nella valle della Beqaa, dove erano presenti le forze siriane: qui l’obiettivo principale era neutralizzare i sistemi missilistici SAM e le unità corazzate siriane.
Le prime fasi videro lo sfondamento nel Sud e violenti scontri nei campi profughi palestinesi. Il 6 giugno le forze israeliane oltrepassarono le linee dell’UNIFIL, che non oppose resistenza. I bombardamenti aerei e di artiglieria prepararono l’avanzata terrestre. A Tiro e Sidone la resistenza palestinese, affiancata da reparti dell’esercito libanese, fu accanita: Israele rispose con uso intensivo dell’aviazione, dell’artiglieria e degli elicotteri d’attacco, con pesantissime conseguenze per la popolazione civile.
La battaglia aerea sulla Beqaa: realtà e miti
Uno degli episodi più controversi fu lo scontro con la Siria nella Beqaa. Damasco aveva circa 30.000 uomini in Libano e un sistema di difesa aerea stratificato, con 19 batterie SAM (SA-7, SA-6, SA-3), una rete radar multilivello e MiG-21 e MiG-23 in quantità elevata. La dottrina sovietica, però, si rivelò rigida e lenta nel coordinamento tra radar, missili e aviazione.
La IAF godeva di un vantaggio tecnologico, grazie a F-15 e F-16 moderni, sistemi ECM avanzati, droni SCAT/Mastiff e missili aria-aria di nuova generazione. Israele, inoltre, aveva raccolto intelligence dettagliata sulle frequenze dei radar e sulle procedure di ingaggio siriane, grazie anche al supporto americano.
La battaglia — nota come “Mole Cricket” (8–11 giugno 1982) — fu presentata dalle fonti israeliane come una vittoria schiacciante, con oltre 80 velivoli siriani abbattuti e nessuna perdita israeliana. Tuttavia, gli archivi sovietici aperti successivamente mostrano un quadro meno sbilanciato: le perdite siriane furono pesanti (40–50 velivoli), ma gli israeliani persero almeno tre caccia. La vittoria israeliana fu reale, ma non il “massacro unilaterale” spesso descritto. La Siria combatté con determinazione, ma venne surclassata dalla superiore integrazione C3I e dagli AWACS israeliani.
Le battaglie terrestri e l’avanzata su Beirut
Sul terreno, gli scontri furono altrettanto duri. Nei pressi di Sultan Yacoub l’IDF subì perdite significative e alcuni soldati risultarono dispersi o catturati.
Tre divisioni israeliane avanzarono verso Beirut: la 91ª lungo la costa, la 36ª attraverso lo Chouf e la 162ª dalla Beqaa lungo l’autostrada Beirut–Damasco. Le forze di Fatah disponevano di artiglieria sovietica da 130 mm, razzi Katyusha e numerosi RPG anticarro.
La conquista di Tiro richiese 36 ore; Sidone cadde dopo tre-quattro giorni di duri combattimenti casa per casa. Nel Chouf, le unità palestinesi e siriane opposero una resistenza prolungata, ma la 7ª Brigata corazzata israeliana riuscì infine ad aprire la strada verso Beirut sud-est.
L’assedio di Beirut
Fra il 12 e il 14 giugno l’IDF raggiunse la cintura urbana di Beirut Ovest, iniziando un assedio che durò due mesi. Le difese palestinesi si concentravano nei quartieri di Fakhani, Burj al-Barajneh e al-Mazraa. Arafat, comandante della Forza 17, diresse la resistenza insieme ai principali dirigenti militari: Abu Jihad, Abu Iyad, Abu Walid, Abu Musa, Abu Tariq e al-Yamani.
L’assedio fu devastante: artiglieria pesante, bombardamenti aerei e blocco totale terrestre e marittimo. Le vittime civili furono altissime e le immagini della distruzione suscitarono forte indignazione internazionale. Gli Stati Uniti, pur alleati di Israele, temevano un massacro che avrebbe compromesso la loro posizione nel mondo arabo. Washington, attraverso Habib, negoziò l’evacuazione dell’OLP.
L’uscita avvenne via mare, sotto la protezione di una Forza Multinazionale composta da USA, Francia e Italia. Arafat e i suoi uomini partirono verso la Tunisia, lo Yemen e l’Algeria. Israele si ritirò da Beirut, mentre nel Sud del Libano emergevano nuovi protagonisti sciiti destinati a dare vita al Hezbollah.
Considerazioni finali
L’operazione “Pace in Galilea” fu militarmente ambiziosa ma politicamente miope. L’obiettivo non era solo “mettere in sicurezza il Nord di Israele”, bensì ridisegnare il Libano secondo un progetto geopolitico israeliano: eliminare l’OLP, spezzare l’asse Siria-OLP, insediare un governo cristiano filo-israeliano e ridefinire gli equilibri regionali. Ma il Libano era troppo complesso, diviso e imprevedibile per essere modellato dall’esterno.
L’OLP fu sconfitta militarmente, ma sopravvisse politicamente; anzi, l’assedio di Beirut accrebbe la sua legittimità internazionale. Israele vinse molte battaglie, ma non ottenne la vittoria politica strategica. La strage di Sabra e Shatila, compiuta dai falangisti sotto controllo israeliano, segnò un punto di non ritorno e delegittimò completamente il progetto di Sharon.
Delle ambiguità dell’intervento internazionale — USA, Francia e Italia — si parlerà nel prossimo articolo.
Bibliografia essenziale
Rashid Khalidi, Under Siege: PLO Decisionmaking During the 1982 War*, Columbia University Press.
Ze'ev Schiff & Ehud Yaari, Israel’s Lebanon War*, Simon & Schuster.
Robert Fisk, Pity the Nation: Lebanon at War*, Oxford University Press.
Fawwaz Traboulsi, *A History of Modern Lebanon*, Pluto Press.
David Hirst, Beware of Small States: Lebanon, Battleground of the Middle East*, Nation Books.
Isabella Ginor & Gideon Remez, The Soviet-Israeli War 1967–1973*, Oxford University Press (utilissimo per il sistema militare siriano e sovietico).
Sitografia
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[https://unifil.unmissions.org](https://unifil.unmissions.org)
CIA Declassified – Middle East Reports
[https://www.cia.gov/readingroom](https://www.cia.gov/readingroom)
Institute for Palestine Studies
[https://www.palestine-studies.org](https://www.palestine-studies.org)
IDF Archives (materiale parzialmente desecretato)
[https://www.archives.gov.il](https://www.archives.gov.il)
US State Department – Foreign Relations of the United States (FRUS)
[https://history.state.gov](https://history.state.gov)
Middle East Research and Information Project (MERIP)
[https://merip.org](https://merip.org)
