Gramsci Dirigente del PCI - 1921-1926 (Seconda ed ultima parte)

Il 12 febbraio del 1924 usciva il primo numero dell’Unità e il mese dopo la terza serie dell’Ordine Nuovo, quindicinale. Il 6 aprile fu eletto deputato in un collegio veneto e il 12 maggio lasciava Vienna per rientrare in Italia con l’immunità parlamentare.


Gramsci Dirigente del PCI - 1921-1926 (Seconda ed ultima parte) Credits: CC by Massimiliano Calamelli, www.flickr.com, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/

di Lelio La Porta

(....continua dal numero precedente….)

Il 12 febbraio del 1924 usciva il primo numero dell’Unità e il mese dopo la terza serie dell’Ordine Nuovo, quindicinale. Il 6 aprile fu eletto deputato in un collegio veneto e il 12 maggio lasciava Vienna per rientrare in Italia con l’immunità parlamentare.

Trovò un partito disomogeneo, scisso fra gruppo dirigente e quadri, senza un elemento intermedio, di filtro. Infatti, mentre il nuovo gruppo dirigente seguiva le indicazioni dell’Internazionale, la base era ancora schierata con Bordiga. Ne prese atto nel corso di un convegno clandestino convocato a Como pochi giorni dopo il suo rientro e da lui ricordato nel modo seguente in una lettera del 21 luglio alla sua compagna Giulia: ”E poi, e poi, un convegno illegale del partito, tenuto come passeggiata turistica in montagna dei dipendenti di un’azienda di Milano: tutto il giorno discussioni sulle tendenze, sulla tattica e durante il pasto alla casa di rifugio piena di gitanti discorsi fascisti, inni a Mussolini, commedia generale per non destare sospetti e non essere disturbati nelle riunioni tenute in bellissime vallette bianche di narcisi” [6]. Delle tre mozioni presentate nell’occasione, quella che ottenne la maggioranza dei consensi fu la bordighiana.

A Roma, dove si trasferì anche per l’impegno parlamentare, teneva incontri con i giovani. Il 10 giugno del 1924 scomparve Giacomo Matteotti nelle circostanze che tutti conoscono. Il fascismo sbanda, ma si riprende in quanto dai suoi oppositori arriva soltanto la proposta di disertare l’aula del Parlamento per protesta facendo affidamento sull’unità di un fronte eccessivamente articolato e variegato dal punto di vista ideologico e politico (l’Aventino). Gramsci propone lo sciopero generale politico. Gli altri aventiniani lo guardano con diffidenza. E’ il risultato dell’estremismo di cui ancora il partito è saturo e che non consentiva di vedere il fine immediato, ossia la restaurazione della democrazia borghese, da raggiungere insieme alle altre opposizioni antifasciste. Che in fondo alla strada ci fosse la rivoluzione, Gramsci non lo metteva in dubbio; sosteneva, però, a differenza di Bordiga e di gran parte della base comunista, che ci si potesse arrivare attraverso il ristabilimento delle cosiddette libertà borghesi: insomma bisognava resistere al fascismo, uniti agli altri, e, dopo averlo battuto, in regime di democrazia borghese, poteva essere preparata la via al socialismo.

Certo lavorare al raggiungimento di un tale obiettivo con un partito lacerato dal frazionismo dei bordighiani non era cosa facile: «…bisogna intanto riorganizzare il partito che è debole e che lavora molto male nel suo complesso. Faccio parte del Centro politico e sono segretario generale [era stato eletto nella riunione del Cc del 13-14 agosto del 1924, ndr]: dovrei anche essere direttore del giornale [l’Unità], ma le forze non mi bastano. Posso lavorare ancora poco. Bisognerebbe aver l’occhio per tutto, seguire tutto… Manchiamo di lavoratori responsabili, specialmente a Roma; dalle riunioni alle quali partecipo traggo soddisfazione per il quadro di buona volontà e di ardore dei compagni, ma anche pessimismo per la mancanza di preparazione generale. (…) noi siamo ancora troppo pochi e troppo male organizzati» [7].

Il fascismo intanto rialzava la testa. Mussolini definisce l’Aventino “una vociferazione molesta”. Riprendono le violenze di cui fa le spese Piero Gobetti. Il fascismo tutto è meno che in crisi. Il 20 ottobre, su suggerimento di Gramsci, il gruppo parlamentare comunista propone alle altre opposizioni la trasformazione dell’Aventino in Antiparlamento, unica assemblea rappresentativa della volontà popolare. Proposta respinta.

Appena rientrato da un periodo in Sardegna, nel corso del quale abbracciò per l’ultima volta sua madre, Gramsci assistette alla seduta del Parlamento del 12 novembre, dedicata ad una commemorazione di Matteotti alla presenza di deputati fascisti e filofascisti, nel corso della quale il deputato comunista Repossi, dopo aver fatto notare che non è permesso agli assassini commemorare le loro vittime, lesse una dichiarazione con la quale informava che il gruppo comunista sarebbe tornato in aula per continuare da lì la sua battaglia antifascista. Il rientro avvenne due settimane dopo.

Il 3 gennaio del 1925 Mussolini tenne il famoso discorso con cui di fatto si inaugurava il vero e proprio regime tanto che i giorni seguenti furono contraddistinti da una violenza continua nei confronti di ogni associazione anche soltanto vagamente antifascista. Dall’Aventino continuavano a giungere risposte astratte.

Gramsci scriveva articoli, percorreva l’Italia in lungo e in largo per chiarire ai compagni le posizioni del partito. Redigeva dispense per una scuola di partito per corrispondenza. Passeggiava di notte per Roma con i compagni e passeggiando discorreva, discuteva e faceva scuola, come negli anni di Torino. Fra gennaio e febbraio del 1925 conobbe la cognata Tatiana e il primo figlio Delio, durante un viaggio a Mosca per una riunione dell’Internazionale.

Rientrato in Italia, il 16 maggio tenne il suo unico discorso alla Camera a proposito della legge che, proponendosi di colpire la massoneria, avrebbe sicuramente spianato la strada ad altre leggi liberticide indirizzate soprattutto contro il Partito comunista e le organizzazioni operaie. Ha scritto Paolo Spriano: “Nel suo intervento, dopo un’ampia dissertazione sul valore politico della Massoneria nell’Italia postunitaria, sull’oppressione del Mezzogiorno, sulla necessità quindi di unione tra operai del Nord e contadini poveri del Sud, Gramsci lancia la sua sfida al fascismo: «Noi vogliamo dire da questa tribuna al proletariato e alle masse contadine italiane che le forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, che il vostro torbido sogno non riuscirà a realizzarsi»”[8].

Il lavoro politico aveva un obiettivo unico: rendere sempre più salda la linea dell’Internazionale che prevedeva, in Italia, come obiettivo intermedio il recupero delle libertà democratico-borghesi. Si trattava di combattere, ancora una volta, contro il settarismo bordighiano. In vista del III Congresso nazionale del Partito che si sarebbe svolto nel gennaio del 1926 a Lione, Gramsci partecipò a diverse iniziative fra le quali una riunione dell’attivo della federazione di Milano nel corso della quale disse: ‹‹Il popolo italiano in questo momento non lotta per la dittatura del proletariato ma per la democrazia. Non comprendere questo significa non comprendere il significato degli avvenimenti che si svolgono sotto i nostri occhi›› [9]. Gramsci socialdemocratico? Alla sinistra del Partito qualcuno sicuramente lo pensò. Ma il progredire degli eventi in relazione alle decisioni dell’Internazionale non lasciavano spazio ad alcuna perplessità: Gramsci stava rifondando il Pcd’I.

Redasse le tesi congressuali insieme a Togliatti nella casa di questi a Roma. A leggerle oggi ci si rende conto sempre di più che si tratta di un saggio di storia finalizzato a cogliere la specificità del ruolo del proletariato in quella fase. Il proletariato deve proclamare la sua egemonia nella lotta antifascista avvalendosi della distinzione fra le forze borghesi tendenzialmente antifasciste, con cui allearsi per raggiungere l’obiettivo della riconquista delle libertà democratico-borghesi, e quelle irrimediabilmente schierate con il fascismo; in questo diventava primario il ruolo del Partito comunista e delle sue cellule presenti nei luoghi di lavoro. La profondità di analisi delle Tesi si manifesta nella previsione di ciò che sarà il fascismo: “Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell’azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all’«imperialismo». Questa tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l’espansione italiana ma nella quale in realtà l’Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il mondo” [10].

L’atmosfera generale si faceva via via più pesante. Gli squadristi seminavano il terrore, la stessa stanza di Gramsci in via Morgagni era stata messa a soqquadro. Gramsci era ancor più preoccupato perché, nel frattempo, era stato raggiunto da Giulia e dal figlio. Poi un ulteriore inasprimento della situazione dovuto alla scoperta di un tentativo di attentato nei confronti di Mussolini.

Nella seconda metà del mese di gennaio del 1926, Gramsci passa clandestinamente la frontiera e si reca a Lione per il III congresso del Partito. Prendendo la parola il 20 gennaio Gramsci disse: ‹‹In nessun paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle alla lotta per l’abbattimento della società borghese. La questione è particolarmente importante per l’Italia, dove il proletariato è una minoranza della popolazione lavoratrice ed è disposto geograficamente in forma tale che non può presumere di condurre una lotta vittoriosa per il potere se non dopo aver dato una esatta risoluzione al problema dei suoi rapporti con la classe dei contadini. Alla impostazione e risoluzione di questo problema dovrà dedicarsi in particolar modo il nostro Partito nel prossimo avvenire›› [11]. Le tesi della maggioranza ottennero il 90,8% dei voti congressuali; a Bordiga il restante 9,2%; il ricorso di quest’ultimo all’Internazionale per irregolarità procedurali fu respinto.

Mentre anche i deputati del Partito Popolare si staccavano dall’Aventino per rientrare in aula a Montecitorio, la scure fascista si abbatteva sulle opposizioni: il Partito socialista unitario di Turati fu sciolto, Gobetti espatriò, Amendola e Salvemini erano già emigrati. Un altro attentato a Mussolini scatenò ulteriori violenze squadriste.

Nel mese di ottobre Gramsci iniziò la stesura del saggio sulla questione meridionale [12], incompiuto a causa dell’arresto, e il 14 dello stesso mese scrisse, su incarico dell’Ufficio politico del Pcd’I, una lettera al Cc del Partito comunista dell’Urss nella quale esprimeva tutta l’apprensione creata nei comunisti italiani dalle lotte interne al gruppo dirigente del Pcus stesso sintetizzabili nel seguente passaggio dello scritto: “Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale” [13].

L’attentato di cui fu oggetto Mussolini il 31 di ottobre a Bologna [14] diede vita a una nuova ondata di violenze fasciste che impedì a Gramsci di recarsi a Valpolcevera, presso Genova, ad una riunione dell’Ufficio politico del Partito alla quale avrebbe partecipato, per conto dell’Internazionale, Jules Humbert-Droz [15].

L’attentato di Bologna fu il pretesto che i fascisti attendevano per un definitivo giro di vite: mentre il governo deliberava l’annullamento di tutti i passaporti, l’uso delle armi contro chi tentasse l’espatrio clandestino, la soppressione dei giornali antifascisti, lo scioglimento dei partiti e delle associazioni contrarie al regime, era stato predisposto un disegno di legge che istituiva la pena di morte e il Tribunale speciale. La Camera lo avrebbe discusso ed approvato il 9 novembre. A Gramsci, che aveva trascorso la sera dell’8 con i compagni nella preparazione della dichiarazione contro il disegno di legge e contro la mozione che prevedeva la revoca del mandato parlamentare per i deputati dell’Aventino, non fu permesso di partecipare alla discussione presso la Camera dei deputati. La sera stessa dell’8, alle 22,30, nonostante l’immunità parlamentare, fu arrestato ammanettato e condotto a Regina Coeli [16].

(Fine)

Note

[6] Ivi, p. 369. A questa riunione, tenutasi verso la metà di maggio in una località del comasco, parteciparono 67 militanti, tra cui 11 membri del Comitato Centrale e 46 segretari di federazione. La relazione fu svolta da Togliatti. Gramsci intervenne ed ebbe un contraddittorio con Bordiga per i quali si veda il resoconto sullo Stato Operaio del 29 maggio del 1924 e sull’Unità del 5 giugno dello stesso anno. La Premessa di Gramsci comparve sullo Stato Operaio del 5 maggio [ma giugno] del 1924. Tutti questi materiali sono consultabili in A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino 1978, pp. 458-462 e pp. 181-184.

[7] Lettera a Giulia da Roma del 18 agosto del 1924 in A. Gramsci. Lettere 1908-1926, cit., p. 377.

[8] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano 2. Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967, p. 453. Il discorso di Gramsci in Parlamento fu pubblicato da L’Unità il 23 maggio del 1925 con il titolo Origini e scopi della legge sulle associazioni segrete nel discorso del compagno Gramsci alla Camera. Si veda anche A. Gramsci, Contro la legge sulle associazioni segrete, introduzione di Antonio A. Santucci, Manifestolibri, Roma 1997.

[9] Dal ricordo di Giovanni Farina in G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1966; la citazione è dall’edizione del 2008, p.232.

[10] A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista 1923-1926, cit., p. 497.

[11] Intervento alla commissione politica tenuto il 20 gennaio alla vigilia del III Congresso del Pcd’I di Lione, 21-26 gennaio 1926 in Ivi, p. 483.

[12] Cfr. L. La Porta, Gramsci e la questione meridionale in La Città futura, 31 gennaio 2015.

[13] Si può leggere, fra le altre pubblicazioni, la lettera in A. Gramsci, Scritti politici, a cura di P. Spriano, Editori Riuniti, Roma 1973, v. III, pp. 232-238. La lettera fu scritta da Gramsci (per conto dell’Ufficio politico del Partito comunista italiano) e spedita a Togliatti, che rappresentava il Partito italiano nell’Esecutivo dell’Internazionale comunista, a Mosca. La citazione è in Ivi, pp. 235-236. La lettera fu scritta nel momento più acceso della discussione fra la maggioranza del PCUS (guidata da Stalin e Bucharin) e le opposizioni (dirette da Zinoviev, Kamenev e Trotskij) sui temi del “socialismo in un paese solo”, della politica verso i contadini, della situazione politica internazionale.

[14] L’attentato fu attribuito ad un quindicenne, Anteo Zamboni, che sparò verso Mussolini senza peraltro colpirlo. I fascisti si gettarono sul ragazzo e lo linciarono.

[15] Gramsci, giunto in treno a Milano per trasferirsi a Genova e partecipare alla riunione, saputo di quanto era avvenuto a Bologna, preferì tornare indietro per non esporre gli altri compagni a rischi eccessivi, dato il controllo cui era sottoposto.

[16] Soltanto tre deputati comunisti sfuggono all’arresto: Grieco, Bendini e Gennari. Gli altri deputati comunisti arrestati furono: Picelli, Ferrari, Riboldi, Alfani, Molinelli, Borin, Srebrnič, Maffi, Lo Sardo, Fortichiari e Damen.

26/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: CC by Massimiliano Calamelli, www.flickr.com, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/

Condividi

Tags:

L'Autore

Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: