Diritti umani e transizione al socialismo

L’esigenza dello sviluppo di un processo rivoluzionario per rendere effettivi gli astratti diritti umani della tradizione borghese


Diritti umani e transizione al socialismo Credits: https://thevision.com/cultura/gramsci-quaderni-del-carcere/

Secondo Antonio Gramsci, a partire dalla Rivoluzione francese, lo stato di diritto con il suo portato di diritti universali ha assunto concretezza mediante le sue determinazioni nella società civile, in primo luogo nei partiti politici, e ciò spiega la lotta senza quartiere condotta contro di essi dalle classi dominanti che temono ogni tentativo di superare o mettere in questione il formalismo dei diritti umani. I partiti politici sono volti a organizzare il consenso dei subalterni alle direttive dello Stato borghese e a superare il riconoscimento di esso, ancora vago e generico ottenuto mediante le elezioni. In tal modo, consentono allo Stato del grande capitale di educare i propri cittadini. I partiti politici sono considerati da Gramsci veri e propri luoghi di formazione per adulti alla vita etico-politica, mutando da necessarie a libere quelle norme d’azione che lo Stato deve imporre mediante il diritto in modo coercitivo. Per dirla con Gramsci: “Se lo Stato rappresenta la forza coercitiva e punitiva di regolamentazione interna di un paese, i partiti, rappresentando lo spontaneo aderire di una élite a tale regolamentazione, considerata come tipo di convivenza collettiva a cui tutta la massa deve essere educata, devono mostrare nella loro vita particolare interna di aver assimilato come principii di condotta morale quelle regole che nello Stato sono obbligazioni legali. Nei partiti la necessità è già diventata libertà, e da ciò nasce il grandissimo valore politico (cioè di direzione politica) della disciplina interna di un partito, e quindi il valore di criterio di tale disciplina per valutare la forza di espansione dei diversi partiti. Da questo punto di vista i partiti possono essere considerati come scuole della vita statale” (7, 90: 919-20).

Perciò, Gramsci conduce una dura polemica contro l’economicismo trade-unionista e il sindacalismo rivoluzionario, forme d’associazione dei subalterni incapaci di superare la fase economico-corporativa “per elevarsi alla fase di egemonia politico-intellettuale nella società civile e diventare dominanti nella società politica” [1]. In tal modo dette forme organizzative, pur difendono gli interessi dei subalterni, abdicano alla missione storica di farli sortire da tale stadio di minorità pre-politica. Inoltre, la sola opera di propaganda e persuasione, la lotta egemonica non è sufficiente ad adeguare la società civile alla struttura economica in gestazione. Allo stesso modo solo nella prospettiva di un moralismo economico si potrebbe credere possibile realizzare ciò unicamente favorendo lo sviluppo degli elementi della nuova struttura presenti in nuce nella vecchia, come ad esempio le cooperative.

Del resto gli stessi diritti umani da formali, come sono nella loro formulazione borghese, divengono reali unicamente se fatti propri da una classe portatrice di un modello sociale maggiormente universale di quello capitalistico in cui sono sorti. Perciò Gramsci ritiene indispensabile la formazione d’un partito che lotti per rendere, per quanto possibile, da subito concreti i diritti dei lavoratori ed egemonizzare i ceti intermedi in via di proletarizzazione, altrimenti facile preda delle tendenze autoritarie. Regolando il proprio agire su princîpi assunti consapevolmente e spontaneamente per raggiungere obiettivi condivisi, il Partito rivoluzionario mira ad accrescere nelle masse la disciplina etico-politica. In tal modo esso segna la via da seguire per fare della norma giuridica una seconda natura, superando la concezione dominante che riduce il diritto all’insieme di misure coercitive imposte alla società. Come nota Gramsci, a proposito del ruolo del diritto nel processo di transizione a una società superiore come la socialista: “un aspetto della quistione (…) ‘Dilettantismo e disciplina’, dal punto di vista del centro organizzativo di un raggruppamento è quello della ‘continuità’ che tende a creare una ‘tradizione’ intesa, naturalmente, in senso attivo e non passivo come continuità in continuo sviluppo, ma ‘sviluppo organico’. Questo problema contiene in nuce tutto il ‘problema giuridico’, cioè il problema di assimilare alla frazione più avanzata del raggruppamento tutto il raggruppamento: è un problema di educazione delle masse, della loro ‘conformazione’ secondo le esigenze del fine da raggiungere. Questa appunto è la funzione del diritto nello Stato e nella Società;  (..) La continuità ‘giuridica’ del centro organizzativo non deve essere di tipo bizantino-napoleonico, cioè secondo un codice concepito come perpetuo, ma romano-anglosassone, cioè la cui caratteristica essenziale consiste nel metodo, realistico, sempre aderente alla concreta vita in perpetuo sviluppo. [..] C’è il pericolo di ‘burocratizzarsi’, è vero, ma ogni continuità organica presenta questo pericolo, che occorre vigilare. Il pericolo della discontinuità, dell’improvvisazione, è ancora più grande” (6, 84: 756-58).

Il moderno principe, ovvero il partito rivoluzionario [2] opera in modo coordinato e solidale senza che ciò comporti un conformismo dell’agire, quanto piuttosto un’attività specifica dei singoli in cui però “la parte omogenea predomina e ‘detta legge’” (10, 8: 1245-246). Gramsci contrappone la libertà di gruppo intesa quale automatismo all’arbitrio individualistico. La libertà della scelta si accorda spontaneamente ad alcune linee generali direttrici divenute omogenee per un determinato gruppo sociale. Collettivizzandosi l’arbitrio si toglie in una volontà razionale, che agisce secondo un consapevole e spontaneo automatismo. La libertà collettiva si individualizza nella responsabilità, quale espressione individuale di una legge. Essa media il rapporto fra il singolo e l’universale e realizza la libertà che nell’arbitrio è vuota possibilità. Tale libertà, al contempo individuale e universale, produce una disciplina non esteriore necessaria alla sua realizzazione. A tal proposito Gramsci intende valorizzare al massimo il metodo della libertà, ma in un senso del tutto differente dalla concezione liberale. Occorre rigettare ogni centralismo organico e ogni rivoluzione dall’alto, coinvolgendo nella costruzione della nuova struttura sociale, mediante il Partito quale moderno principe, proprio quelle masse che il liberalismo tende a escludere per la loro scarsa preparazione culturale. Solo così gli ideali di eguaglianza, libertà e fraternità diverranno da subito concreti per larghi strati della popolazione, per i quali avevano avuto una validità al massimo meramente formale.

Tuttavia, a parere di Gramsci unicamente sulla base dell’ideale regolativo del superamento della partizione in classi della società civile sarà possibile realizzare uno Stato compiutamente etico, corrispondente all’inveramento-superamento del suo concetto, in quanto tale astratto, in “un organismo sociale unitario tecnico-morale” (8, 179: 1050). Affinché ciò avvenga la nuova classe al potere dovrà progressivamente togliersi dialetticamente in quanto dirigente, assimilando nelle proprie fila l’intero corpo sociale. La nuova società regolata dovrà realizzare il concetto della democrazia moderna, destinato a rimanere utopistico nella società capitalistica: offrire ad ogni cittadino la possibilità reale di divenire governante. Solo portando a compimento tale nuova concezione dello Stato e del diritto, entrambi nella loro accezione tradizionale diverranno progressivamente superflui come istituti separati dalla società civile (cfr. 2, 8: 937). Una libertà organica sarà realizzabile passando progressivamente da una concezione dello Stato che ricomprende in sé l’intera società civile, a una in cui si limiterà progressivamente a regolare l’autosviluppo della società sempre più autogestita, limitando via via i propri interventi coercitivi sul processo in corso.

Ciò richiede un lungo processo di formazione pubblica in grado di fornire ad ogni governato la “preparazione tecnica generale necessaria al fine” (12, 2: 1548). Nel processo di transizione vi sarà la necessità di servirsi, sino a che non si sarà in grado di forgiare un nuovo tipo, dei funzionari preesistenti, come non si potrà fare a meno di fare i conti con la tradizione e il complesso degli interessi costituiti. Per favorire il processo d’educazione alla nuova forma sociale dei vecchi funzionari e degli intellettuali tradizionali sarà necessario implementare il legame tanto fra lavoro manuale e intellettuale quanto quello fra potere legislativo ed esecutivo, ovvero fra la necessità di eseguire un compito e la libertà di progettarlo. Le direttive da realizzare devono essere nel modo più lucido e consapevole possibile assimilate di modo che la disciplina limiti l’arbitrio, ma non ostacoli il libero sviluppo di una personalità a tutto tondo. Ciò è realizzabile unicamente se la fonte della disciplina deriva la sua autorità dall’essere una funzione tecnica specializzata, ovvero dall’essere una fonte democratica e non arbitraria.

Dunque, anche dopo la conquista del potere politico il livello culturale necessariamente basso dei subalterni richiederà unlungo periodo di intervento giuridico rigoroso e poi attenuato” (6, 98: 773-74) prima che si affermi la nuova eticità ed il processo di superamento dello Stato e degli aspetti coercitivi del diritto possa inaugurarsi. Come osserva a questo proposito Gramsci: “che il ‘miglioramento’ etico sia puramente individuale è illusione ed errore: la sintesi degli elementi costitutivi dell’individualità è ‘individuale’, ma essa non si realizza e sviluppa senza un’attività verso l’esterno, modificatrice dei rapporti esterni, da quelli verso la natura a quelli verso gli altri uomini in vari gradi, nelle diverse cerchie sociali in cui vive, fino al rapporto massimo, che abbraccia tutto il genere umano. Perciò si può dire che l’uomo è essenzialmente ‘politico’, poiché l’attività per trasformare e dirigere coscientemente gli altri uomini realizza la sua ‘umanità’, la sua ‘natura umana’” (10, 48: 1337-338).

La funzione pedagogica dello Stato – di pianificazione e accelerazione dei processi in atto, necessaria soprattutto nella fase di gestazione di un nuovo ordine sociale – è indispensabile nella transizione al socialismo. Una fase di rafforzamento dell’intervento statale è necessaria proprio per le classi sociali “che prima della ascesa alla vita statale autonoma non hanno avuto un lungo periodo di sviluppo culturale e morale proprio e indipendente” (8, 130: 1020-21). A differenza della borghesia il proletariato non ha in generale modo, prima di ascendere a una vita statale autonoma, di forgiare una società civile funzionale al proprio progetto storico. Vi è, dunque, bisogno di una fase di vera e propria iniziazione alla vita statuale che prevede un rafforzamento degli istituti dello Stato.

A questo scopo, diviene, secondo Gramsci, decisiva la formazione di intellettuali di un tipo nuovo. Come osserva, a questo proposito Gramsci: “se ne deducono determinate necessità per ogni movimento culturale che tenda a sostituire il senso comune e le vecchie concezioni del mondo in generale: 1) di non stancarsi mai dal ripetere i propri argomenti (variandone letteralmente la forma): la ripetizione è il mezzo didattico più efficace per operare sulla mentalità popolare; 2) di lavorare incessantemente per elevare intellettualmente sempre più vasti strati popolari, cioè per dare personalità all’amorfo elemento di massa, ciò che significa di lavorare a suscitare élites di intellettuali di un tipo nuovo che sorgano direttamente dalla massa pur rimanendo a contatto con essa per diventarne le ‘stecche’ del busto. Questa seconda necessità, se soddisfatta, è quella che realmente modifica il ‘panorama ideologico’ di un’epoca” (11, 1: 1392).


Note:

[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi Torino 1977, p. 460. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.
[2] Osserva a questo proposito Gramsci: “si è detto che protagonista del Nuovo Principe non potrebbe essere nell’epoca moderna un eroe personale, ma il partito politico, cioè volta per volta e nei diversi rapporti interni delle diverse nazioni, quel determinato partito che intende (ed è razionalmente e storicamente fondato a questo fine) fondare un nuovo tipo di Stato. È da osservare come nei regimi che si pongono come totalitari, la funzione tradizionale dell’istituto della corona è in realtà assunta dal partito determinato, che anzi è totalitario appunto perché assolve a tale funzione” (5, 127: 661-62).

08/03/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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