Plusvalore e autocrazia di fabbrica

È trascorso circa un secolo e mezzo dal Capitale di Marx, ma la natura della fabbrica capitalistica è rimasta, nella sostanza, la stessa: un'organizzazione gerarchica dispotica.


Plusvalore e autocrazia di fabbrica Credits: East Riding Archives https://www.flickr.com/photos/erarchives/30261046665/

L’articolo trae spunto dal seminario “L’organizzazione del lavoro nella fabbrica capitalistica” tenuto da Domenico Laise per l’Università Popolare A. Gramsci nell’anno accademico 2018-2019 [1].

Nel celebre capitolo tredicesimo del Primo Libro del Capitale− dal titolo Macchine e Grande IndustriaMarx descrive quelle che sono le principali caratteristiche organizzative del lavoro di fabbrica. Tra le tante, Marx sottolinea e si sofferma sulla natura "autocratica" (dispotica) della gerarchia organizzativa di fabbrica. Egli osserva che nella "fabbrica il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia" [2]. Il potere autocratico del capitalista è fatto osservare dai sorveglianti, che, per conto dei capitalisti, somministrano le multe e le ritenute sul salario, quando gli operai non osservano il "codice della fabbrica".

Oggi, come ai tempi di Marx, i sorveglianti si chiamano "foreman (caporeparto)" o "controller (controllore)". La sostanza delle cose non è cambiata: la fabbrica non è il luogo dove si afferma e si respira la "democrazia industriale". Il nucleo operativo della fabbrica (operai) è escluso, infatti, dall'ambito delle decisioni strategiche, che competono solo ai top-manager, nominati ed eletti dagli azionisti, che sono i proprietari della fabbrica e dei mezzi di produzione. In sintesi, in fabbrica vige, tuttora, la "dittatura degli shareholder" (azionisti-proprietari) [3]. Dall'epoca in cui scriveva Marx ad oggi non ci sono state modifiche di rilievo. La fabbrica è, ancora, un "Panottico", in cui aleggia quello che, un competente come Taiichi Ohno, ha definito "lo Spirito della Toyota". Come osserva Marx, "La direzione capitalistica ... allo stesso modo di un esercito ha bisogno di ufficiali superiori (manager) e sottufficiali (foremen) i quali comandano in nome del capitale" [4].

Essi somministrano premi (incentivi) e punizioni (disincentivi) per orientare e allineare i risultati della fabbrica verso gli obiettivi strategici fissati dai top-manager. E' ancora in vigore l'antica pratica del "bastone e della carota", utilizzata per combattere quella che Taylor ha chiamato: "la tendenza naturale degli operai a scansare la fatica", rivolta a rallentare, in modo intenzionale e sistematico, il ritmo di lavoro (soldering).

Ora, perché mai − in tutte le parti del mondo e in tutta l'epoca capitalistica − le fabbriche assumono la forma della gerarchia dispotica, ovvero perché mai sono delle autocrazie? Marx è l'unico economista che − sulla base della teoria del "plusvalore" − fornisce una risposta convincente a tale domanda. L'autocrazia è diffusa in tutte le fabbriche perché è lo strumento che consente ai capitalisti di sfruttare la classe operaia nel processo produttivo. Senza autocrazia non ci sarebbe plusvalore e, quindi, non ci sarebbe nemmeno lo sfruttamento. Se non ci fosse, difatti, il comando autocratico da parte della classe dei capitalisti (diretto o indiretto) sulla classe dei lavoratori, questi ultimi non produrrebbero spontaneamente e naturalmente il plusvalore (pluslavoro capitalistico) per la classe dei capitalisti.

Che cosa è, dunque, il plusvalore? In che senso esso è la misura dello sfruttamento capitalistico? Per rispondere a queste domande, qui di seguito, si riporta una spiegazione sintetica della teoria del plusvalore di Marx. In un breve articolo come questo, infatti, non c'è lo spazio per affrontare adeguatamente la complessità di tale teoria. Perciò, il lettore, desideroso di approfondire il tema, può rivolgersi ai testi citati in bibliografia e, in particolare, al Primo Libro del Capitale di Marx.

Ai tempi in cui Marx scriveva le sue opere, in Inghilterra esisteva già una teoria dello sfruttamento del proletariato sostenuta dai "Socialisti Ricardiani" (T. Hodgskin, W. Thompson e J. Bray). Secondo questi autori gli scambi dovrebbero avvenire in base la teoria del valore-lavoro di Ricardo, che, come è noto, afferma che se una quantità X della merce A si scambia con la quantità Y della merce B, allora questo significa che la quantità X della merce A e la quantità Y della merce B contengono lo stesso tempo di lavoro, socialmente necessario. Sono, cioè, grandezze economicamente equivalenti.

Applicando questa teoria allo scambio tra capitalisti e lavoratori sul mercato del lavoro, allora un salariato, che lavora per una giornata lavorativa di 10 ore, dovrebbe avere in cambio, come "giusto salario" giornaliero, il valore del "prodotto integrale del suo lavoro giornaliero", prodotto che incorpora proprio 10 ore di lavoro, poiché il lavoratore ha lavorato per 10 ore, per ottenere tale prodotto. Si scambierebbero, così, equivalenti per equivalenti: 10 ore di lavoro scambiate per 10 ore di lavoro. Il lavoratore riceverebbe il "giusto salario o salario equo". Quindi, se si effettuassero scambi equi, ovvero scambi in base alla teoria del valore-lavoro di Ricardo, non ci sarebbe né pluslavoro, né plusprodotto e plusvalore. In sintesi, non potrebbe esserci sfruttamento: il lavoratore darebbe al capitalista esattamente quello che riceverebbe dal capitalista; erogherebbe, cioè, 10 ore di lavoro e in cambio riceverebbe il valore del prodotto contenente 10 ore di lavoro, cioè 10 ore di lavoro.

Ma, nella realtà, sostengono i Socialisti Ricardiani, le cose vanno in modo differente. Il lavoratore, infatti, non riceve il "giusto salario", ovvero non riceve il valore del "prodotto integrale del suo lavoro", come prevede la teoria di Ricardo [5]. Il socialismo, con le sue lotte, è chiamato, perciò, a porre rimedio a tale ingiustizia. Difatti, la missione politica di tutti i partiti socialisti è proprio quella di eliminare le cause che non consentono scambi equi e concorrenziali, vale a dire scambi che garantiscono il "giusto salario", ovvero il salario che è pari al valore del "prodotto integrale del lavoro erogato dal lavoratore salariato" [6].

In conclusione, per i Socialisti Ricardiani, lo sfruttamento dei lavoratori deriva, essenzialmente, da "scambi ineguali (non equi)" tra Capitale e Lavoro, sul mercato del lavoro, causati da un potere (forza o violenza) contrattuale dei capitalisti superiore a quello dei lavoratori. I capitalisti hanno, cioè, una forza di mercato che consente loro di fissare il salario ad un livello tale da non permettere ai lavoratori di ricevere anche il plusprodotto, in cui è incorporato il plusvalore, derivante dal pluslavoro. In definitiva, i capitalisti sono degli sfruttatori perché fanno un torto ai lavoratori: essi non consentono che i lavoratori si approprino del valore del "prodotto integrale del loro lavoro".

L'ineguale potere di mercato tra capitalisti e lavoratori è, inoltre, alla base della divergenza tra prezzi e valori, determinati dalla quantità di lavoro incorporata nelle merci. In conclusione, la teoria dello sfruttamento dei Socialisti Ricardiani solleva il seguente dilemma. Se si accetta la teoria del valore lavoro di Ricardo, gli scambi devono essere equi e, quindi, non può esserci sfruttamento. Se, invece, c'è lo sfruttamento allora bisogna abbandonare la teoria di Ricardo e ammettere scambi non equi.

Marx ritiene inadeguata la teoria dello sfruttamento dei Socialisti Ricardiani. Egli innanzitutto, suppone condizioni di "scambio equo", ovvero suppone scambio di "equivalenti", determinati in base alla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre una merce. Non rifiuta, cioè, la teoria di Ricardo. Marx ipotizza che nella sfera della circolazione e dello scambio, compratore e venditore abbiano eguale potere di mercato e scambino "equivalente per equivalente". Marx ritiene, in definitiva, che si debba spiegare la formazione del plusvalore anche quando il prezzo di produzione delle merci è uguale al valore delle merci, che è pari al lavoro in esse contenuto.

Marx ribadisce che per spiegare scientificamente la natura del plusvalore (sfruttamento) bisogna partire dal principio che le merci in media sono vendute ai loro valori. Egli afferma che se non è possibile spiegare il plusvalore su questa base "allora non si può spiegare affatto" in termini scientifici [7]. La teoria dello sfruttamento basata sulla violenza e sul maggiore potere di mercato introduce, infatti, argomenti che rinviano alla morale e all'etica, ovvero rinviano ad una spiegazione dello sfruttamento che non si può ritenere scientifica. Rimandano, in ultima analisi, a temi di giustizia distributiva di natura morale, ovvero alle idee che ogni filosofo (in pantofole, dice Engels) ha di che cosa sia " giusto o ingiusto ".

Per mostrare i limiti della teoria dello sfruttamento dei Socialisti Ricardiani, Marx pone, allora, il problema della esistenza dello sfruttamento capitalistico in questi termini: dimostrare che nel capitalismo esiste plusvalore o sfruttamento anche quando le merci si scambiano in base a prezzi uguali ai valori, prezzi pari, cioè, alla quantità di lavoro che le merci contengono. Questo vincolo − di scambi a prezzi uguali alle quantità di lavoro contenuto nelle merci − è alla base di tutto il programma scientifico di Marx. Infatti, è proprio per rispettare tale vincolo che Marx scrive il Primo Libro del Capitale supponendo che le merci si scambino a prezzi pari alle quantità di lavoro che esse contengono.

Alla teoria dello sfruttamento dei Socialisti Ricardiani possono essere ricondotte anche le teorie di altre correnti del socialismo. Si può dire che tutto il socialismo non scientifico (Proudhon, Lassalle, Dühring,  ecc.) sostiene una teoria "etica" dello sfruttamento come quella dei Socialisti Ricardiani: lo sfruttamento è, moralmente, un'ingiustizia derivante dalla "violenza o non equità dello scambio". Questa, come già detto, per Marx non è una teoria scientifica. Difatti, lo sfruttamento, in base a tale teoria, viene a dipendere dalle idee che ognuno ha di che cosa sia giusto o ingiusto o di che cosa sia equo o non equo. Lo sfruttamento viene a dipendere, cioè, dalla applicazione della morale alla teoria economica.

Perciò, Marx afferma che, invece della parola d'ordine conservatrice "un equo salario per un’equa giornata di lavoro, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: soppressione del sistema del lavoro salariato" [8]. "Chiedere, sulla base del sistema salariale [il sistema capitalistico], una paga equa per una giornata lavorativa equa è lo stesso che richiedere la libertà sulla base del sistema schiavistico" [9].Una tale richiesta equivale, a chiedere una cosa impossibile da realizzare. Perciò Marx sviluppa una teoria dello sfruttamento diversa da quella dei Socialisti Ricardiani.

La teoria dello sfruttamento capitalistico di Marx poggia non su giudizi etici, su ciò che è giusto o ingiusto, ma su un dato di fatto materiale e tangibile: la riduzione a merce della "forza-lavoro", o della "capacità di lavoro". "Per forza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di un uomo e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso di qualsiasi genere" [10]. La riduzione a merce della forza-lavoro deriva dal fatto che il modo di produzione capitalistico ha per presupposto l'esistenza di due classi fondamentali: da una parte i capitalisti, che possiedono i mezzi di produzione e di sussistenza, dall'altra i proletari, nullatenenti o quasi, che per vivere sono costretti a vendere la loro forza-lavoro ridotta a merce.

Ora, la forza-lavoro, come tutte le altre merci, ha un valore e un valore d'uso.

Il valore della merce forza-lavoro è determinato dal tempo di lavoro che è necessario per la produzione delle merci-salario, di cui ha bisogno il lavoratore per mantenersi in condizione di lavorare e per riprodurre la propria famiglia. In condizioni capitalistiche, il contratto che il lavoratore stipula, "liberamente" con il capitalista, prevede che il capitalista paghi al lavoratore l'intero valore della forza-lavoro, definito sulla base della sussistenza storica e sociale. Lo scambio tra i due contraenti è, perciò, equo e non c'è nessuna ingiustizia o torto da parte del capitalista nei confronti del lavoratore. Il valore della forza-lavoro − e non il valore del "prodotto integrale del lavoro" − è il "giusto salario" che il capitalista paga al lavoratore.

Il valore d'uso delle merce forza-lavoro è, invece, il lavoro stesso. Il capitalista (compratore della forza-lavoro) l'affitta per un periodo limitato di tempo e la usa, come meglio crede, nel processo produttivo impiegandola per tutto il periodo di tempo convenuto nel contratto (ad esempio, una giornata di 10 ore). In condizioni capitalistiche, il contratto che il lavoratore stipula con il capitalista prevede, anche, che il prodotto, derivante dall'uso della forza-lavoro (per una giornata di 10 ore), sia, di diritto, di proprietà del capitalista, che ha comprato e pagato, equamente, l'uso della forza-lavoro, per un determinato periodo di tempo (10 ore). Perciò, il lavoratore non ha diritto al "frutto integrale del suo lavoro", come pretendono i Socialisti Ricardiani, poiché, nel capitalismo, il prodotto, derivante dall'uso della forza-lavoro, è, legittimamente, di proprietà del capitalista.

Si noti che la quantità effettiva di lavoro che la forza-lavoro eroga, in un determinato arco di tempo, non è completamente stabilita a priori su base tecnica ma, come il salario, è determinata su basi sociali, secondo i rapporti di forza esistenti tra lavoratori e capitalisti nel processo produttivo.

Ora, il valore della forza-lavoro (lavoro pagato, incorporato nei mezzi di sussistenza) e il valore d'uso della forza-lavoro (lavoro erogato, incorporato nel prodotto derivante dall'uso della forza-lavoro) sono due grandezze di valore differenti e indipendenti. Nel capitalismo, il valore del prodotto ottenuto (q) − che è di proprietà del capitalista − derivante dall'uso della forza-lavoro, deve includere: il valore dei mezzi di produzione consumati (c), l'equivalente del valore della forza-lavoro (v) e un plusvalore positivo (s). In sintesi, secondo la celebre formula di Marx, nel capitalismo deve essere:

q = c + v + sdove s è una quantità maggiore di zero.

Tutto ciò premesso, possiamo chiederci: da dove deriva, dunque, il plusvalore? La risposta di Marx è: il plusvalore deriva dal fatto che "la forza-lavoro possiede meno valore di quanto ne crei il suo uso" durante un determinato periodo di tempo [11] o, detto altrimenti, il plusvalore deriva dal fatto che la forza-lavoro umana è una merce particolare che "rende di più di quanto costa" [12]. In modo equivalente, si può dire, anche, che il plusvalore esiste (è positivo) perché, nel capitalismo, il valore aggiunto dalla forza-lavoro umana (qc) deve essere maggiore del costo della forza-lavoro (v). Il plusvalore è, in definitiva, il pluslavoro capitalistico, ovvero è lavoro altrui non pagato, che è un costo per il lavoratore, ma non per il capitalista, che lo ottiene gratuitamente.

In definitiva, il plusvalore scaturisce dal fatto che l'operaio deve attenersi al suo contratto "liberamente" concluso, con il quale si impegna − pena la morte per fame − a lavorare per il capitalista per un numero di ore superiore a quelle incorporate nelle merci-salario.

Come si vede, la teoria scientifica dello sfruttamento di Marx è molto diversa da quella dei Socialisti Ricardiani, basata sull'etica e sulla morale. La teoria dello sfruttamento di Marx non si basa sulla nozione di "giustizia salariale", ma sul dato di fatto della riduzione a merce della forza-lavoro. Il salario che il capitalista paga al lavoratore è "giusto" ed è determinato dal valore della forza-lavoro. Si ha scambio di equivalenti e dove lo scambio è tra grandezze equivalenti non c'è nessuna ingiustizia distributiva da combattere.

Marx sintetizza il suo pensiero nel seguente modo: "La trasformazione originaria del denaro in capitale − cioè l'esistenza del plusvalore − si compie [...] in accordo esattissimo con le leggi economiche della produzione di merci e con il diritto di proprietà. Ma ciò malgrado, essa ha per risultato: 1) che il prodotto appartiene al capitalista e non all'operaio [nel capitalismo il lavoratore non può rivendicare, perciò, il frutto integrale del proprio lavoro, come suggeriscono i Socialisti Ricardiani]; 2) che il valore di questo prodotto include, oltre al valore del capitale anticipato, un plusvalore, che all'operaio è costato lavoro, ma al capitalista non è costato nulla, e che tuttavia diventa proprietà legittima del capitalista; 3) che l'operaio ha conservato la sua forza lavoro e la può vendere di nuovo, se trova un compratore" [13].

Come è evidente, la teoria dello sfruttamento elaborata da Marx è antitetica a quella dei Socialisti Ricardiani. Per Marx la sede dello sfruttamento non è il processo di scambio, ma il processo di produzione. Nel processo di scambio (compravendita della forza-lavoro), si confrontano liberi-scambisti con uguale potere di mercato. Si hanno, cioè, venditori e compratori con pari forza di mercato − con simmetria dei rapporti di potere sul mercato − che scambiano valori equivalenti. Nel processo di produzione, invece, il capitalista ha il potere gerarchico-dispotico di obbligare il lavoratore a rispettare il "codice della fabbrica" che egli (il capitalista) ha scritto e che il lavoratore ha "liberamente" accettato decidendo di lavorare alle dipendenze del capitalista.

In condizioni capitalistiche il contratto di lavoro può disciplinare solo alcuni degli aspetti che riguardano l'uso effettivo della forza-lavoro. Se il contratto sottoscritto dal lavoratore potesse disciplinare, in dettaglio, tutti gli aspetti dell'uso della forza lavoro, allora il processo di lavoro non sarebbe capitalistico. Importanti temi (come, ad esempio, i ritmi, le pause, i tempi morti, i cottimi, lo straordinario) sono indeterminati nei dettagli e dipendono dai rapporti di forza che le parti (capitalisti e lavoratori) hanno nel processo produttivo. In ogni caso, in condizioni capitalistiche, il contratto di lavoro non può disciplinare tutte le variabili che riguardano l'uso della forza-lavoro. Importanti aspetti che determinano la quantità e la qualità del lavoro erogata (durata e intensità del lavoro) esulano dagli accordi definiti per contratto. La forza delle parti (capitalisti e lavoratori) nel processo produttivo determina, perciò, la quantità effettiva di lavoro erogata dalla forza-lavoro e, quindi, la quantità effettiva di plusvalore e di sfruttamento.

E', perciò, nel processo produttivo di fabbrica che si verifica l'asimmetria di potere  (la non equità) tra capitalisti e lavoratori. E' tale asimmetria è lo strumento che rende possibile l'uso non equo (violento e coercitivo) della forza-lavoro nel processo produttivo, da parte dei capitalisti. La esistenza di un'organizzazione del lavoro autocratica, sta, appunto, a testimoniare l'esistenza di una non simmetria essenziale dei rapporti di potere tra lavoratori e capitalisti nel processo produttivo. Nella fabbrica autocratica l'asimmetria dei rapporti di potere gerarchici e dispotici è, difatti, evidente. Come osserva Marx," il capitale si è sviluppato... in un rapporto di coercizione, che forza la classe operaia a compiere un lavoro maggiore di quello richiesto dall'ambito ristretto delle sue necessità vitali. E come produttore di laboriosità altrui, come pompatore di pluslavoro e sfruttatore di forza-lavoro, il capitale supera in energia, dismisura ed efficacia tutti i sistemi di produzione del passato" [14].

Avviandoci alla conclusione, possiamo affermare, con Engels, che Marx ha "mostrato, con la sua teoria del plusvalore, che l'arricchimento dei capitalisti consiste nell'appropriazione del lavoro altrui non pagato, esattamente come avveniva con l'arricchimento dei proprietari di schiavi o dei signori feudali che sfruttavano il lavoro servile e che tutte queste forme di sfruttamento si distinguono unicamente per la diversa maniera con cui avviene l'appropriazione del lavoro altrui non pagato … con ciò veniva smascherata l'attuale società borghese non meno di quelle precedenti, come istituzione grandiosa per lo sfruttamento dell'enorme maggioranza del popolo ad opera di una piccola minoranza sempre decrescente" [15]. Ciò che Engels vuole dire è, in altri termini, questo. A livello superficiale della realtà appare che il lavoratore salariato e il capitalista stipulino "liberamente" un contratto di lavoro: il lavoratore affitta o noleggia al capitalista la sua forza lavoro e in cambio il capitalista gli corrisponde un salario con cui lo remunera per le ore di lavoro erogate. L'operaio mette a disposizione, ogni giorno per 10 ore, la propria capacità lavorativa e il capitalista in cambio gli corrisponde un salario con cui lo remunera per tutto il lavoro svolto al suo servizio. La stipula del contratto di lavoro si chiude con una fraterna stretta di mano

A livello più approfondito di realtà, se si abbandona la superficie fenomenica e si guarda alla realtà non con gli "occhi fisici" ma con gli occhi della "ragione teorica", fornita da Marx, allora si scopre che l'operaio non viene affatto pagato per tutte le ore svolte. Al contrario − delle 10 ore che ha trascorso in fabbrica − vengono remunerate soltanto le 5 ore che rappresentano il costo della forza-lavoro. Le altre 5 ore sono plusvalore, ovvero pluslavoro non pagato. E ciò avviene perché, come già detto in precedenza, il valore della forza-lavoro viene calcolato non in base al lavoro erogato (il cui rendimento appartiene di diritto al capitalista), bensì in base al costo necessario per produrla. La teoria del plusvalore di Marx fa svanire, quindi, l'illusione che fa sembrare che anche il lavoro non pagato sia lavoro pagato. Questa falsa apparenza, messa in luce da Marx, distingue il lavoro salariato dalle altre forme storiche del lavoro (lavoro schiavistico, lavoro servile, ecc.), tutte accomunate dallo sfruttamento del lavoro.

Nel Medioevo, ad esempio, lo sfruttamento è palese e sancito esplicitamente dalla legge. Il servo della gleba deve lavorare un certo numero di ore per sé − per la sua sussistenza − e un altro numero di ore per produrre il plusprodotto per il signore feudale. Nel capitalismo lo sfruttamento non è previsto esplicitamente dalla legge. La legge non impone che il lavoratore salariato sia sfruttato. Bisogna perciò ricorrere ad una teoria economica per dimostrare che dietro l'apparenza anche nel capitalismo solo una parte del lavoro erogato è pagata. Ciò è quanto fa Marx con la sua teoria del plusvalore, basata sulla riduzione a merce della forza-lavoro, un dato di fatto e non un'opinione di filosofia morale.

In definitiva, alla domanda: "perché esiste la fabbrica autocratica?" − posta all'inizio di questo breve articolo − si può, allora, rispondere, sinteticamente, nel seguente modo: la fabbrica autocratica esiste perché è uno strumento essenziale e necessario per realizzare quella che Marx e Engels definiscono una "istituzione grandiosa per lo sfruttamento del lavoro umano".

 

Note bibliografiche

[1] Il materiale didattico del seminario è scaricabile qui.

[2] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo II, Cap. 13, p.131,  Editori Riuniti, Roma

[3] Si osservi che per le questioni più tecniche di organizzazione del lavoro di fabbrica, Marx si avvale delle competenze di F. Engels, che è stato, per un lungo periodo di tempo, comproprietario e manager di una fabbrica tessile di famiglia (Ermen&Engels), dal 1842 fino al 1868.

[4] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo II, Cap. 11, p.29, Editori Riuniti, Roma

[5] Engels, F. (1971), Antidühring, Editori Riuniti, Roma, pp. 216 e seguenti

[6] Engels, F. (1971), Antidühring, Editori Riuniti, Roma, pp. 332

[7] Marx, K.(1966), Salario, prezzo e profitto, , Editori Riuniti, Roma, p.67

[8] Marx, K.(1966), Salario, prezzo e profitto, Editori Riuniti, Roma, p.113

[9] Marx, K.(1966), Salario, prezzo e profitto, Libro , Editori Riuniti, Roma p.72

[10] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo I, Cap. 4, , Editori Riuniti, Roma, p.184

[11] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo III, Cap. 22, Editori Riuniti, Roma, p.29,

[12] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo III, Cap. 22, , Editori Riuniti, Roma, p.33

[13] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo III, Cap. 22,  , Editori Riuniti, Roma,p.29

[14] Marx, K.(1973), Il Capitale, Libro Primo, Tomo I, Cap. 9, , Editori Riuniti, Roma p.338

[15] Engels, F. (1878), Karl Marx in: Volkskalender,  Brunswick, p.6.

25/01/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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