Dal Simposio al mito del demiurgo

Sembra come se l’essenza della filosofia platonica consista nell’immane sforzo di far incontrare l’alto e il basso, l’intelligibile e il sensibile, ossi di innalzarsi verso l’alto della verità e dei valori e poi trasferire quaggiù quello che si trova lassù: conoscere le idee e poi applicare nella città le norme ideali, costruire nel nostro mondo un’imitazione della città perfetta, ideale, utopica ma – proprio per questo – modello cui si deve orientare l’agire politico.


Dal Simposio al mito del demiurgo

L’amore (eros): il Simposio

Nel Simposio e nel Fedro Platone mostra come l’uomo arrivi a rifiutare i valori terreni per dedicarsi ai valori ideali. Veicolo di questa conversione è l’amore (eros). L’amore, la maggiore delle passioni, è l’unica che proviene dall’anima, dalla parte desiderante del cavallo nero, e non può essere rivolta a scopi terreni, ma ideali. L’anima giunge così a sublimare il desiderio in direzione del congiungimento conoscitivo con le idee e i valori da cui si generano le azioni giuste e belle. Platone sviluppa qui la raffinata concezione erotica del suo tempo che vedeva nell’amore omosessuale, non legato alla vicenda corporea della riproduzione, uno strumento di libertà e di perfezione estetica.

La ricerca di una mediazione

Abbiamo visto che Platone parte dalla constatazione dell’esistenza di scissioni apparentemente inconciliabili: tra l’essere (le idee) e il divenire (le cose sensibili), tra l’intelligibile e il sensibile, tra la ragione e la sensazione, tra la conoscenza e l’opinione, tra l’anima e il corpo. Questa constatazione è però percorsa dal tentativo di mediare tra questi estremi, di stabilire dei punti di incontro tra gli opposti.

Sembra come se l’essenza della filosofia platonica consista nell’immane sforzo di far incontrare l’alto e il basso, l’intelligibile e il sensibile, ossi di innalzarsi verso l’alto della verità e dei valori e poi trasferire quaggiù quello che si trova lassù: conoscere le idee e poi applicare nella città le norme ideali, costruire nel nostro mondo un’imitazione della città perfetta, ideale, utopica ma – proprio per questo – modello cui si deve orientare l’agire politico.

Questa funzione mediatrice Platone la assegna alla filosofia e questo compito della filosofia trova l’espressione più straordinaria nella descrizione della figura di Eros, solitamente considerato il dio dell’amore. Mentre per Platone in Eros si manifesta la natura stessa del filosofo, che consiste nel riconoscimento della propria mancanza e nel desiderio di colmarla. Il grande dialogo dedicato all’amore è il Simposio.

Che cos’è il simposio 

Il simposio era un banchetto serale dove si beveva e si svolgeva secondo regole precise. Vi si riuniva un gruppo di amici in occasione di eventi importanti all’interno della polis e ampio spazio veniva dato alla poesia. C’era una forte presenza di giovani in quanto era un’occasione per formare la classe dirigente della polis. Nel Simposio di Platone sono presenti figure importanti della cultura e della politica ateniese, si svolge a casa di Agatone e si celebra la sua vittoria in una competizione tragica. I convitati decidono di bere con moderazione e pronunciare a turno un encomio a Eros (scelta adatta all’occasione in quanto i simposi sono luoghi dove si intrecciano relazioni amorose, in genere si è sdraiati in due sullo stesso letto, un uomo maturo (amante, attivo, innamorato che svolge anche una funzione educativa) e uno giovane (l’amato, passivo, prova gratitudine e affetto).

L’encomio a Eros 

Ogni convitato rivolge il suo encomio a Eros (all’amore omosessuale), Socrate parla per ultimo. Inizia Fedro, poi Pausania, poi Erissimaco. Interessante il discorso di Aristofane, che prepara quello di Socrate. Aristofane si affida a un racconto mitologico sulla natura degli uomini: gli uomini in origine erano rotondi e c’erano tre sessi: maschio, femmina e androgino. Zeus li divise a metà per dimezzare la loro forza, condannando ogni metà alla ricerca di quella perduta. L’eros è quindi la percezione di una mancanza, il bisogno dell’intero, di recuperare l’unità perduta. Poi la parola passa ad Agatone che loda il dio e i suoi doni. Il suo è un discorso retorico alla Gorgia, tutta forma e niente sostanza, Eros ha i tratti di Agatone: è l’amato, è bello ed effeminato.

Il discorso di Socrate

Con Socrate cambia il registro, ora ci troviamo sul piano della verità. Socrate invece di fare un encomio a Eros si affida al racconto che gli ha fatto la sacerdotessa Diotima (rivelazione ideale) riguardo alla nascita di Eros. Eros non è l’amato ma è l’amante, colui che ama, colui che desidera. L’amore è infatti desiderio e si desidera ciò di cui si è privi. Quindi l’amore nasce dalla mancanza, dal desiderio verso qualcosa che non si possiede. Quindi Eros non è bello, ma aspira al bello, non è sapiente, ma mira alla sapienza, egli infatti non è un dio ma un demone, intermedio tra uomini e dei, bello e brutto, buono e cattivo. È figlio di Povertà (Penia) e di Espediente (Poros), è quindi mancanza, ma ha gli strumenti per procurarsi ciò cui aspira, ha una natura tensionale, aspira a ciò che non possiede [1].

La natura erotica della filosofia 

Quindi Eros è filosofo, in quanto il filosofo aspira a una scienza che non possiede, è caratterizzato dalla ricerca e la filosofia ha una natura erotica in quanto è amore, desiderio di sapere. La filosofia ha quindi questo aspetto tensionale capace di operare le mediazioni di cui si diceva, sia verso l’alto che verso il basso. Verso l’alto attraverso la conoscenza dei corpi belli (amore eterosessuale: fine generazione – per possedere il bene per sempre, amore omosessuale: fine sociale – rimane ricordo di chi lo ha educato) si raggiunge il bello ideale rappresentato dall’idea di bello, quindi è un processo educativo che conduce l’anima dal sensibile all’intelligibile (importante perché qui l’elevazione al mondo delle idee non è solo un fatto intellettuale ma impegna anche la volontà dell’uomo). Verso il basso, in quanto la conoscenza delle idee induce il filosofo ad applicare nel mondo le norme ideali; l’impegno politico del filosofo-re non è altro che l’esigenza di costruire nella città concreta un’immagine il più possibile simile alla città perfetta pensata nel grande dialogo sulla giustizia: la Repubblica.

Il cammino in comune

Il percorso erotico e filosofico riguarda tutti gli aspetti della vita dell’uomo e per raggiungere la sapienza è necessario uno scambio reciproco tra amanti, non più a senso unico amante-amato. E ciò è chiaro nel discorso di Alcibiade che, nel lodare Socrate, ricorda come Socrate era interessato a un cammino comune, dal corpo all’anima, un rapporto paritetico, a una ricerca in comune, mentre ad Alcibiade interessava solo l’aspetto erotico. 

Nella lode di Alcibiade Socrate è di fatto Eros con fattezze umane: non è sapiente, ma alla ricerca della sapienza e anche Socrate – come Eros – incanta gli uomini, si serve della bellezza del corpo solo come punto di partenza per l’ascesa conoscitiva.

Socrate, quindi, vince su Agatone e Alcibiade ubriaco si sostituisce a Dioniso e decreta Socrate vincitore [2].

La Repubblica 

Lo spazio della filosofia viene a collocarsi fra la reminiscenza - un sapere acquisito prima della nascita – e l’eros – la tensione verso una bellezza che sta dopo la morte. In tal modo, però, la filosofia rischia di eludere i compiti della riforma etica e politica. Sorge allora con La Repubblica un altro percorso per l’anima, che ha come sfondo non la morte ma la polis.

Il parallelismo tra polis e anima e i tre livelli di quest’ultima

Tutte le anime hanno tre centri motivazionali: la ragione o anima razionale che ha sede nel cervello, l’emozione o anima impulsiva, irascibile, che ha sede nel cuore, e il desiderio proprio dell’anima desiderante che ha sede nel ventre. La vita di ogni uomo dipende dal prevalere di un livello dell’anima sugli altri. Se a prevalere è la ragione, abbiamo uomini saggi, se prevale il cuore abbiamo uomini coraggiosi, se prevale il desiderio abbiamo uomini schiavi del corpo, che devono sviluppare la virtù della temperanza quale capacità di controllare i propri desideri.

Lo Stato giusto organizzato in tre ceti sociali

C’è inoltre una corrispondenza tra natura psichica degli individui e l’attività che essi sono chiamati a svolgere nello Stato. In altri termini, le virtù peculiari di ciascuna parte dell’anima sono le stesse dei gruppi sociali che corrispondono a queste parti. Agli uomini nei quali è dominante la parte razionale, rappresentata nel mito dall’auriga, viene affidato il compito di governare la città (i filosofi);  gli uomini in cui è predominante l’anima impetuosa e collerica – rappresentata dal cavallo bianco – saranno i guerrieri-guardiani, il cui compito è proteggere la città; a tutti gli altri – la maggioranza dei cittadini – nei quali è dominante l’anima desiderante/concupiscibile dovrà essere affidato il lavoro produttivo, necessario a fornire i beni necessari alla riproduzione dell’intera società.

Platone stabilisce, quindi, un parallelismo tra psiche e polis: entrambe hanno una struttura tripartita. Su questa base antropologica è possibile, secondo Platone, una suddivisione razionale degli uomini in ceti sociali. Ai ceti non si appartiene per nascita, ma per le attitudini che si dimostrano.

Analogia tra microcosmo (psiche) e macrocosmo (polis)

Le virtù peculiari di ciascuna parte dell’anima sono le stesse dei gruppi sociali che corrispondono a queste parti. All’anima razionale corrisponde la sapienza, ossia la conoscenza dei valori assoluti cui occorre ispirare la pratica politica. L’anima impetuosa/irascibile ha il coraggio, ovvero la capacità di sacrificarsi nell’interesse di tutti. L’anima desiderante/concupiscibile dovrà essere dotata di moderazione/temperanza, cioè della capacità di tenere a freno gli istinti del corpo e di accettare la funzione dirigente degli altri due gruppi sociali.

 

Anima

Razionale (auriga)

Impulsiva (cavallo bianco)

Desiderante (cavallo nero)

Virtù

Sapienza

Coraggio

Temperanza

Polis giusta

Filosofi-re

Guerrieri-custodi

Cittadini/Produttori

 

L’essenza della giustizia consiste in un rapporto gerarchico e armonico tra le parti; la giustizia nell’anima sarà analoga alla giustizia nella polis e consisterà nel principio in base al quale ciascuna parte (dell’anima e della comunità) svolge il compito per il quale è naturalmente portata. Per Platone come giusta sarà la psiche in cui è egemone la parte migliore – ossia quella razionale con il consenso di quella emotiva-impulsiva, che si allea in posizione subalterna con la prima per tenere a bada quella desiderante, che si sottometterà spontaneamente alle prime due – allo stesso modo una polis sarà giusta: 1) se a governarla saranno i filosofi-re, che guideranno lo repubblica nell’interesse di tutti, 2) se i guerrieri seguiranno le loro indicazioni tenendo a freno le passioni della maggioranza concupiscente, 3) se i produttori accetteranno il comando che gli viene imposto. 

Non è più, dunque, necessario attendere la liberazione dell’anima dal corpo e la sua salvezza oltreterrena, secondo la Repubblica una vita felice è possibile in questo mondo se si potrà realizzare lo Stato giusto o avvicinarci a esso.

Il mito del demiurgo nel Timeo

Infine il mito, nel Timeo, offre a Platone la scorciatoia anche per chiarire il rapporto fra idee e cose, ossia fra il mondo puro del pensiero e quello della natura. Due sono i princìpi del mondo: le idee, modello perfetto della realtà, e la materia amorfa. In mezzo vi è il demiurgo che opera la mediazione, ossia un divino artigiano che plasma la materia ispirandosi ai modelli delle idee. Il demiurgo non crea né le idee né la materia, ma organizza la seconda sulla base delle prime. La formazione della natura è così concepita come un processo artificiale, per cui il demiurgo dota il mondo naturale di un’anima, l’anima del mondo.

 

Note:

[1] Si consiglia la lettura di Simposio 203 B- 204 A, il racconto di Diotima sulla nascita di Eros.

[2] Si consiglia la visione del film Il banchetto di Marco Ferreri.

30/09/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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