I padroni delle macchine e delle menti

Due libri usciti nel 2026, Libercomunismo di Emiliano Brancaccio e Cyberfascismo di Mario Sommella, danno un nome al potere che concentra capitali, calcolatori e coscienze. Il primo dimostra la tendenza con gli strumenti della scienza economica; il secondo, opera interamente autoprodotta, prosegue il cammino là dove quella lente si arresta, con gli strumenti della storia, della politica, delle scienze della comunicazione e della conoscenza diretta delle tecnologie. Dai due tratti della stessa strada emerge il programma politico del XXI secolo: riportare le macchine e le infrastrutture cognitive sotto controllo democratico.


I padroni delle macchine e delle menti

Ci sono anni in cui i libri arrivano in coppia, come se il tempo avesse bisogno di due voci per dire una cosa sola. Il 2026 è uno di questi. Nel febbraio 2026 Feltrinelli ha pubblicato Libercomunismo. Scienza dell’utopia dell’economista Emiliano Brancaccio. Pochi mesi dopo è uscito Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, libro interamente autoprodotto da chi scrive, frutto di un lungo lavoro di ricerca interdisciplinare che intreccia storia del fascismo, economia politica, scienze della comunicazione, processi cognitivi e analisi delle infrastrutture digitali. Non si tratta semplicemente di due libri usciti nello stesso anno. La loro contemporaneità è soltanto il dato cronologico di una convergenza molto più profonda. Essi nascono da discipline differenti, percorrono strade autonome e utilizzano strumenti analitici diversi, ma approdano alla medesima diagnosi storica: la concentrazione del capitale non rappresenta più soltanto un fenomeno finanziario o industriale. È diventata concentrazione del calcolo, delle infrastrutture digitali, dei dati, della conoscenza e della capacità di orientare le coscienze. 

Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza. Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere. L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità.

Perché è proprio dalla convergenza tra la scienza dell’economista e l’anatomia dello storico della comunicazione che emerge, infine, un programma politico coerente con le trasformazioni del nostro tempo.

1. La tesi di Brancaccio: la centralizzazione come legge

Libercomunismo è un libro di 176 pagine, articolato in tredici capitoli, un’appendice metodologica di ispirazione althusseriana e gli Appunti per un manifesto, che ne dichiarano apertamente l’ambizione: riscrivere per il XXI secolo il gesto teorico del 1848. L’autore, docente di Economia politica presso l’Università Federico II di Napoli, dopo un lungo magistero all’Università del Sannio, è oggi una delle principali voci del marxismo scientifico contemporaneo. Ha sviluppato un intenso confronto internazionale con economisti del calibro di Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith ed è stato promotore, insieme a Robert Skidelsky, dell’appello sulle condizioni economiche per la pace pubblicato contemporaneamente dal Financial Times e da Le Monde. La sua tesi centrale recupera una legge di tendenza già individuata da Marx e la sottopone a verifica econometrica: la centralizzazione del capitale. Il mercato, lasciato operare senza limiti, non moltiplica i soggetti economici. Li elimina progressivamente. La concorrenza non produce dispersione del potere economico. Produce la sua concentrazione.

Da questa dinamica Brancaccio fa discendere i principali caratteri del capitalismo contemporaneo: l’inefficienza sistemica di un mercato ormai dominato da pochi grandi gruppi, la cattura della ricerca scientifica da parte del profitto privato, l’illusione di una transizione ecologica affidata al mercato, la trasformazione delle persone in capitali umani individualizzati e indebitati e, infine, due conseguenze politiche di enorme portata: il ritorno della guerra e il progressivo svuotamento della democrazia. Due neologismi sorreggono l’intera costruzione teorica. Il primo è l’esocapitale, la rete dei controllori che governa il capitale mondiale al di sopra degli Stati, come una materia oscura della quale possiamo osservare gli effetti senza individuarne immediatamente la struttura. Il secondo è l’oltrefascismo transnazionale, la forma storica nella quale la libertà assoluta del capitale finisce per divorare tutte le altre libertà. Da questa analisi Brancaccio trae una conclusione che rompe uno dei tabù più radicati della modernità politica: l’esproprio pubblico del grande capitale centralizzato come condizione necessaria per ricostruire una pianificazione democratica capace di conciliare libertà individuale e interesse collettivo.

I fatti, almeno fino a oggi, sembrano confermare con sorprendente precisione questa legge di tendenza. Nel giugno 2026 le prime quattro società tecnologiche statunitensi capitalizzano complessivamente circa dodicimila miliardi di dollari, oltre cinque volte il prodotto interno lordo italiano. Nvidia, da sola, ha superato i cinquemiladuecento miliardi di dollari di capitalizzazione, un valore superiore al PIL del Giappone. Persino gli analisti di Morningstar riconoscono che la concentrazione del mercato azionario statunitense attorno ai cosiddetti Magnifici Sette ha ormai superato i livelli registrati durante la bolla delle dot-com. La dinamica degli investimenti completa il quadro. Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta hanno portato gli investimenti in conto capitale dai circa 410 miliardi di dollari del 2025 agli oltre 700 miliardi programmati per il solo 2026, mentre Goldman Sachs stima oltre 5.300 miliardi di investimenti cumulati entro il 2030. Più di tre Piani Marshall all’anno. Decisi non da governi democraticamente eletti, ma da quattro consigli di amministrazione. È qui che la dimostrazione economica di Brancaccio raggiunge il proprio punto più alto. Ed è precisamente qui che Cyberfascismo raccoglie il testimone, ponendosi una domanda ulteriore. Se la concentrazione del capitale è ormai dimostrata, dove si trova oggi, concretamente, quel potere? Quali infrastrutture lo rendono possibile? Quali strumenti materiali organizzano la nuova forma del dominio? È da questa domanda che prende avvio il secondo tratto della staffetta.

2. Dal capitale alle infrastrutture: dove abita oggi il potere

È proprio a questo punto che Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile raccoglie il testimone di Libercomunismo. Se Brancaccio dimostra che il capitale tende inevitabilmente a concentrarsi, la domanda successiva diventa inevitabile: dove si materializza oggi quella concentrazione? Qual è la sua base fisica? Attraverso quali infrastrutture esercita il proprio dominio? La risposta proposta nel mio libro è semplice solo in apparenza. Il capitale del XXI secolo non controlla più soltanto fabbriche, banche e mercati finanziari. Controlla il calcolo. Controlla la capacità di elaborare informazioni. Controlla l’intelligenza artificiale. Controlla la produzione e la circolazione della conoscenza. Controlla le reti attraverso cui miliardi di esseri umani lavorano, comunicano, studiano, acquistano, votano, costruiscono le proprie relazioni sociali e formano le proprie convinzioni.In altre parole, la concentrazione descritta da Brancaccio assume oggi una forma nuova: la concentrazione delle infrastrutture cognitive. È questo, probabilmente, il tratto più originale del capitalismo contemporaneo. Per oltre due secoli il potere economico si è fondato prevalentemente sul controllo dei mezzi materiali della produzione. Oggi continua certamente a fondarsi sulla produzione materiale, ma incorpora una nuova dimensione: il controllo dell’infrastruttura cognitiva attraverso la quale passa la vita sociale. Le grandi piattaforme digitali non vendono soltanto servizi. Organizzano l’accesso alla conoscenza. Filtrano l’informazione. Orientano l’attenzione. Classificano gli individui. Predicono i comportamenti. Influenzano i consumi. Condizionano perfino il linguaggio con cui interpretiamo la realtà. È il processo che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza: l’esperienza umana trasformata in dati comportamentali e in previsioni vendibili. Ed è la rendita che Nick Srnicek e Yanis Varoufakis hanno descritto, rispettivamente, come capitalismo delle piattaforme e tecnofeudalesimo: un pedaggio permanente riscosso sull’accesso stesso alla vita sociale. È questo il passaggio che, a mio avviso, completa l’analisi economica di Brancaccio. L’esocapitale non è soltanto un intreccio finanziario difficilmente individuabile. Possiede ormai un corpo materiale. Quel corpo è costituito da una filiera tecnologica gigantesca, della quale normalmente percepiamo soltanto l’ultimo anello: l’applicazione che utilizziamo sullo smartphone o il modello di intelligenza artificiale con cui dialoghiamo. Dietro quella apparente semplicità esiste invece una delle infrastrutture industriali più complesse mai costruite nella storia dell’umanità. Si parte dall’estrazione delle terre rare e dei minerali strategici. Si passa attraverso la progettazione e la produzione dei semiconduttori più avanzati. Seguono le memorie ad alte prestazioni, le reti di telecomunicazione, i sistemi cloud, i data center, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e gli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni. È una filiera unitaria. Ed è proprio il controllo integrato di questa filiera che costituisce oggi il principale fattore di accumulazione del potere. Per questa ragione ritengo insufficiente parlare genericamente di economia digitale. Siamo di fronte a qualcosa di molto più profondo. Siamo di fronte alla costruzione delle nuove infrastrutture strategiche dell’umanità. Così come nel Novecento il controllo delle reti ferroviarie, dell’acciaio, dell’energia elettrica o delle telecomunicazioni determinava i rapporti di forza tra gli Stati, oggi il controllo dei chip, del cloud, dei data center, dei modelli linguistici e delle reti di calcolo determina il nuovo equilibrio geopolitico mondiale. Non è un caso che le principali competizioni internazionali si concentrino proprio su questi settori. La cosiddetta guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina non riguarda semplicemente un comparto industriale. Riguarda il controllo della futura capacità di calcolo dell’intero pianeta. Allo stesso modo, la costruzione di giganteschi data center alimentati da centrali nucleari dedicate, l’espansione delle infrastrutture cloud e la corsa all’intelligenza artificiale non rappresentano fenomeni separati. Sono aspetti diversi della medesima trasformazione storica. È qui che il concetto di cyberfascismo acquista il suo significato più preciso. Esso non indica un semplice ritorno del fascismo storico. Non descrive una nostalgia ideologica del Novecento. Indica piuttosto una nuova forma di organizzazione del potere nella quale la concentrazione del capitale si salda con la concentrazione del calcolo, dell’informazione e della capacità di orientare i comportamenti collettivi. Il dominio non passa più soltanto attraverso il controllo dell’apparato produttivo. Passa anche attraverso il controllo dell’infrastruttura cognitiva. È questa la ragione per cui considero data center, cloud, algoritmi e modelli di intelligenza artificiale i nuovi mezzi strategici della produzione contemporanea. Chi controlla queste infrastrutture non controlla soltanto un mercato. Controlla una parte crescente della formazione della coscienza sociale. La biblioteca dell’umanità, per usare un’immagine sviluppata nel mio libro, rischia di trasformarsi progressivamente in una proprietà privata. E insieme alla biblioteca rischia di essere privatizzata la stessa capacità collettiva di elaborare conoscenza. È su questo terreno che la diagnosi di Brancaccio trova il proprio naturale completamento. L’economia politica dimostra la tendenza alla concentrazione. L’analisi delle infrastrutture mostra dove quella concentrazione prende corpo. La centralizzazione del capitale diventa centralizzazione del calcolo. La concentrazione della ricchezza diventa concentrazione dell’intelligenza artificiale. L’accumulazione economica diventa accumulazione di potere cognitivo. Ed è proprio questa saldatura tra capitale, tecnologia e controllo della conoscenza che costituisce, a mio avviso, la vera novità storica del nostro tempo.

3. L’intelligenza artificiale non è il problema. Il problema è chi la possiede

È proprio qui che il dialogo tra Libercomunismo e Cyberfascismo assume un significato ancora più profondo. Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sulle capacità delle macchine. Ci si interroga se sostituiranno il lavoro umano. Se diventeranno coscienti. Se rappresenteranno un rischio esistenziale. Se prenderanno decisioni autonome. Sono interrogativi legittimi, ma rischiano di spostare lo sguardo dal problema fondamentale. La domanda decisiva non è che cosa potrà fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è chi controllerà l’intelligenza artificiale. È una differenza apparentemente sottile, ma che cambia completamente il terreno della discussione. Una macchina non possiede interessi. Un algoritmo non possiede volontà politica. Un modello linguistico non decide autonomamente quali fini perseguire. Dietro ogni algoritmo esiste una proprietà. Dietro ogni modello esiste un’infrastruttura. Dietro ogni infrastruttura esiste un rapporto di potere. È qui che la riflessione di Marx conserva una straordinaria attualità. Nei Grundrisse, nel celebre Frammento sulle macchine, Marx non descrive la tecnica come un nemico dell’uomo. Al contrario, vede nello sviluppo delle macchine l’accumulazione storica dell’intelligenza collettiva dell’umanità. Il problema nasce quando quella conoscenza sociale viene separata dalla collettività che l’ha prodotta e trasformata in proprietà privata. La macchina diventa così uno strumento di comando sul lavoro anziché uno strumento di liberazione dal lavoro.

Trasferire questa intuizione all’epoca dell’intelligenza artificiale significa compiere un passaggio ulteriore. L’algoritmo rappresenta oggi una nuova forma di sapere sociale condensato. Milioni di libri. Milioni di immagini. Milioni di articoli. Milioni di conversazioni. Decenni di ricerca scientifica. Secoli di produzione culturale. L’intera intelligenza collettiva della specie viene progressivamente incorporata nei grandi modelli linguistici. Ma chi controlla quel patrimonio? Chi decide come verrà utilizzato? Chi stabilisce quali valori dovrà incorporare? Chi possiede la capacità di aggiornarlo? Ancora una volta la questione non è tecnica. È politica. Per questo considero limitante una parte del dibattito contemporaneo sull’etica dell’intelligenza artificiale. Naturalmente servono regole. Servono trasparenza. Servono garanzie democratiche. Servono limiti all’impiego militare e alla sorveglianza di massa. Ma tutto questo rischia di essere insufficiente se rimane intatta la struttura proprietaria che governa l’intera filiera tecnologica. La storia economica ci insegna che il proprietario dell’infrastruttura finisce inevitabilmente per esercitare un potere superiore rispetto al regolatore.

È una dinamica già osservata nel settore finanziario, nell’energia, nelle telecomunicazioni e nelle grandi piattaforme digitali. Non esiste alcuna ragione per ritenere che l’intelligenza artificiale rappresenti un’eccezione. Anzi. La concentrazione della capacità computazionale rende questa dinamica ancora più intensa. I modelli di frontiera richiedono investimenti che soltanto pochissime imprese al mondo sono oggi in grado di sostenere. Servono migliaia di processori specializzati. Servono immense quantità di memoria. Servono reti globali. Servono data center che consumano energia quanto intere città. Servono capitali che superano ormai i bilanci di molti Stati nazionali. L’intelligenza artificiale si presenta come software. In realtà è una gigantesca infrastruttura industriale. È industria pesante del XXI secolo. Ed è qui che il dialogo con Brancaccio diventa particolarmente fecondo. La centralizzazione del capitale descritta in Libercomunismo non si limita a produrre grandi imprese. Produce inevitabilmente oligopoli del calcolo. La concentrazione economica genera concentrazione tecnologica. La concentrazione tecnologica produce concentrazione cognitiva. E quest’ultima, inevitabilmente, tende a trasformarsi in concentrazione politica. La catena è perfettamente coerente. Per questa ragione considero insufficiente una semplice regolazione del mercato dell’intelligenza artificiale. Occorre intervenire sul nodo originario della questione. La proprietà. Il controllo delle infrastrutture. La governance democratica della filiera. In caso contrario continueremo a discutere degli effetti lasciando intatte le cause. È un errore che la sinistra ha già commesso molte volte nella propria storia. Ha spesso discusso della distribuzione dei benefici senza interrogarsi abbastanza sul controllo dei mezzi attraverso cui quei benefici vengono prodotti. Oggi quella domanda ritorna con forza. Chi controllerà i semiconduttori? Chi controllerà il cloud? Chi controllerà i data center? Chi controllerà i grandi modelli di intelligenza artificiale? Chi controllerà l’energia necessaria ad alimentarli? Chi controllerà i dati? Sono queste, e non altre, le domande che definiranno gli equilibri del XXI secolo. Per questo ritengo che la riflessione sul cyberfascismo non possa limitarsi alla denuncia delle nuove forme del dominio. Essa deve necessariamente tradursi in una proposta politica. Una proposta che rimetta al centro il controllo democratico delle infrastrutture strategiche della conoscenza. Perché la posta in gioco non riguarda soltanto il futuro dell’intelligenza artificiale. Riguarda il futuro stesso della democrazia.

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4. Dalla diagnosi al programma: il controllo democratico della filiera tecnologica

Ogni analisi critica rischia però di diventare sterile se non riesce a trasformarsi in proposta politica. È qui che, a mio avviso, Cyberfascismo cerca di compiere un passo ulteriore rispetto alla pur fondamentale analisi economica di Libercomunismo. Brancaccio dimostra la necessità dell’esproprio pubblico del grande capitale centralizzato. Il mio libro si interroga su che cosa significhi oggi, concretamente, quella prospettiva nell’epoca dell’intelligenza artificiale. La risposta non può limitarsi alla nazionalizzazione di singole imprese. Il problema è diventato molto più complesso.

Le grandi piattaforme digitali non sono semplicemente aziende. Sono ecosistemi. Sono infrastrutture. Sono reti integrate nelle quali hardware, software, energia, telecomunicazioni, cloud, modelli linguistici e dati costituiscono un unico organismo produttivo. Per questa ragione ritengo che il terreno decisivo del conflitto politico del XXI secolo sia il controllo dell’intera filiera tecnologica. Non basta discutere degli algoritmi. Occorre interrogarsi sulla catena materiale che rende possibile l’esistenza stessa dell’intelligenza artificiale. Chi produce i semiconduttori? Chi controlla le memorie ad alte prestazioni? Chi progetta i processori destinati all’addestramento dei modelli? Chi possiede i sistemi cloud? Chi realizza e gestisce i data center? Chi controlla le reti di telecomunicazione? Chi produce l’energia necessaria ad alimentare questa gigantesca infrastruttura? Chi governa i dati? Chi decide gli standard tecnologici? Chi stabilisce le regole dell’interoperabilità?

Queste domande, troppo spesso considerate questioni esclusivamente industriali, sono in realtà il cuore della politica contemporanea. Nel Novecento la sinistra comprese che il controllo dell’energia, delle reti ferroviarie, delle grandi industrie e delle telecomunicazioni costituiva una questione di interesse pubblico. Oggi la stessa consapevolezza deve essere trasferita sulle infrastrutture del calcolo. Data center, cloud, reti di intelligenza artificiale e sistemi di elaborazione dei dati rappresentano le nuove infrastrutture strategiche della società. Lasciarne integralmente il controllo nelle mani di oligopoli privati significa rinunciare, in prospettiva, a qualsiasi reale sovranità democratica.

È su questo punto che ritengo ancora straordinariamente attuale l’articolo 43 della Costituzione italiana. Troppo spesso richiamato soltanto nei manuali di diritto costituzionale, esso contiene invece una delle intuizioni più moderne dell’intera Carta repubblicana. La Costituzione prevede infatti che determinate imprese, quando abbiano carattere di preminente interesse generale o assumano una posizione monopolistica, possano essere trasferite alla collettività mediante espropriazione con indennizzo. È difficile immaginare oggi un settore più strategico di quello rappresentato dalle infrastrutture digitali. Se nel secolo scorso la produzione e la distribuzione dell’energia costituivano il sistema nervoso dell’economia industriale, oggi quel ruolo è svolto dall’infrastruttura computazionale. Per questo ritengo che la riflessione costituzionale debba essere aggiornata, non superata. L’articolo 43 non appartiene al passato. Parla direttamente al futuro.

Naturalmente il problema non riguarda soltanto l’Italia. Anzi, proprio la dimensione tecnologica rende evidente la necessità di una risposta europea. Né gli Stati nazionali, isolatamente considerati, né il semplice mercato sono oggi in grado di competere con la scala raggiunta dalle grandi corporation statunitensi e cinesi. È qui che, a mio avviso, l’Europa dispone di un’opportunità storica. Non quella di diventare il terzo capitalismo digitale del pianeta. Ma quella di costruire un modello radicalmente diverso. Un modello fondato sul controllo pubblico e democratico delle infrastrutture strategiche.

L’Europa possiede università di eccellenza, grandi centri di ricerca, competenze industriali avanzate, una tradizione giuridica consolidata e una delle più importanti scuole mondiali di tutela dei diritti fondamentali. Dispone, dunque, di tutte le condizioni necessarie per costruire un’autonomia tecnologica che non sia semplice imitazione del modello statunitense o di quello cinese. Occorre però una scelta politica. Una scelta che consideri il calcolo un’infrastruttura pubblica. Che promuova un grande polo europeo dell’intelligenza artificiale sotto controllo democratico. Che investa nella produzione di semiconduttori avanzati. Che sviluppi sistemi cloud pubblici. Che realizzi data center di proprietà collettiva. Che favorisca software libero e standard aperti. Che consideri i dati prodotti dalla collettività come beni comuni e non come semplice materia prima da estrarre e monetizzare.

Questa prospettiva non nasce da una forma di tecnonazionalismo. Nasce da una diversa concezione della democrazia. Perché, se la democrazia del Novecento si fondava sul controllo pubblico delle grandi infrastrutture materiali, quella del XXI secolo dovrà necessariamente confrontarsi con il controllo delle infrastrutture cognitive. È in questo passaggio che la riflessione di Stefano Rodotà conserva, a mio giudizio, un valore straordinario. Quando Rodotà parla dei beni comuni, anticipa una trasformazione che oggi appare in tutta la sua evidenza. La conoscenza, l’informazione, i dati, gli algoritmi e le reti non possono essere considerati esclusivamente merci. Essi costituiscono ormai condizioni essenziali dell’esercizio della cittadinanza democratica.

Ed è proprio questa consapevolezza che consente di completare il percorso teorico aperto da Brancaccio. L’esproprio del grande capitale centralizzato non rappresenta più soltanto una questione economica. Diventa la condizione necessaria per restituire alla collettività il controllo delle infrastrutture attraverso cui si forma, si organizza e si riproduce la stessa vita democratica.

In questa prospettiva il cybercomunismo, sviluppato come proposta conclusiva del mio lavoro, non rappresenta un’utopia tecnologica. Rappresenta il tentativo di tradurre nel linguaggio del XXI secolo una domanda antica quanto il movimento operaio: chi deve controllare i mezzi fondamentali della produzione? Oggi quella domanda deve essere semplicemente aggiornata. Perché i nuovi mezzi della produzione non sono più soltanto la fabbrica, la banca o la grande industria. Sono anche il data center. Il cloud. L’intelligenza artificiale. Le reti di calcolo. Le infrastrutture cognitive. Ed è proprio intorno alla loro proprietà che si deciderà, probabilmente, il destino della democrazia nel nostro secolo.

5. La prova della storia: Stati Uniti, Cina ed Europa nella guerra delle infrastrutture

Ogni teoria deve misurarsi con la realtà. La domanda, allora, è semplice: gli sviluppi più recenti dell’economia mondiale confermano oppure smentiscono questa lettura? A mio avviso la confermano con una chiarezza difficilmente contestabile.

Basta osservare la competizione strategica oggi in corso tra Stati Uniti e Cina. Il confronto non riguarda più soltanto i dazi, gli scambi commerciali o la tradizionale competizione industriale. Riguarda il controllo delle infrastrutture fondamentali del calcolo. Semiconduttori avanzati. Memorie ad alte prestazioni. Cloud computing. Data center. Intelligenza artificiale. Energia. Terre rare. Reti di telecomunicazione.

Ogni crisi internazionale degli ultimi anni riconduce sistematicamente a questi nodi. Le restrizioni statunitensi all’esportazione dei chip più avanzati verso la Cina, la costruzione di nuove fabbriche di semiconduttori negli Stati Uniti e in Asia, gli investimenti miliardari nelle infrastrutture cloud, l’enorme crescita del fabbisogno energetico dei data center e perfino il ritorno del nucleare civile non sono fenomeni isolati. Sono tasselli della stessa trasformazione storica.

Per la prima volta dall’inizio della rivoluzione industriale il principale fattore produttivo non è soltanto l’energia. È la capacità di elaborare informazioni su scala planetaria. Chi controlla il calcolo controlla ormai una parte decisiva della produzione economica. Ma controlla anche l’organizzazione della conoscenza. La ricerca scientifica. La comunicazione. La sicurezza. La finanza. La logistica. Perfino il funzionamento quotidiano delle istituzioni democratiche.

In questo quadro assume un significato particolare anche la recente corsa delle grandi imprese tecnologiche verso l’energia nucleare. Meta, Microsoft, Google, Amazon e gli altri grandi operatori dell’intelligenza artificiale stanno investendo direttamente nella produzione energetica o stipulando contratti pluridecennali per assicurarsi enormi quantità di elettricità. Non si tratta di una semplice scelta industriale. L’intelligenza artificiale sta trasformando l’energia in una leva strategica del potere. Chi controlla l’energia controlla la capacità di calcolo. Chi controlla la capacità di calcolo controlla l’intelligenza artificiale. Chi controlla l’intelligenza artificiale controlla una parte crescente dell’economia e della produzione della conoscenza. È una catena di dipendenze che rende sempre più evidente il carattere sistemico della nuova accumulazione capitalistica.

Anche la Cina offre indicazioni interessanti. Molto spesso il dibattito occidentale riduce il confronto alla contrapposizione tra libertà e autoritarismo. Naturalmente il problema delle libertà politiche rimane centrale. Ma, dal punto di vista economico, emerge un altro elemento. Pechino considera ormai da tempo le infrastrutture digitali un settore strategico sul quale esercitare una direzione politica diretta. Le piattaforme private continuano a operare, ma non possono sottrarsi agli indirizzi generali dello Stato. È una scelta discutibile sotto molti profili. Ma dimostra una cosa fondamentale. La tecnologia non è un soggetto autonomo. Può essere indirizzata dal potere politico.

La domanda diventa allora inevitabile. Perché in Europa questa discussione è quasi assente? Perché continuiamo a considerare inevitabile la dipendenza tecnologica da soggetti esterni? È probabilmente questa la vera debolezza strategica dell’Unione Europea.

L’Europa dispone di eccellenze scientifiche riconosciute a livello mondiale. Possiede grandi università. Centri di ricerca. Competenze ingegneristiche. Una tradizione industriale di assoluto rilievo. Una cultura giuridica che ha prodotto alcune delle più avanzate elaborazioni sui diritti fondamentali nell’era digitale. Eppure continua a dipendere quasi integralmente da infrastrutture costruite altrove. I sistemi cloud sono prevalentemente statunitensi. I grandi modelli linguistici sono sviluppati negli Stati Uniti o in Cina. Le piattaforme digitali che organizzano la vita quotidiana di centinaia di milioni di cittadini europei appartengono quasi tutte a imprese extraeuropee. Persino una parte crescente della capacità di calcolo utilizzata dalla ricerca pubblica dipende da infrastrutture private.

Questa dipendenza non rappresenta soltanto un problema economico. È una questione di sovranità democratica. Per questa ragione ritengo che il dibattito europeo dovrebbe spostarsi da una logica puramente regolatoria a una logica costituente. Regolare il potere delle piattaforme è certamente necessario. Ma non è sufficiente. Occorre costruire infrastrutture alternative. Occorre investire nella produzione europea di semiconduttori. Occorre realizzare una rete europea di data center pubblici. Occorre sviluppare modelli di intelligenza artificiale aperti, verificabili e controllati democraticamente. Occorre restituire all’Europa una reale autonomia tecnologica. Non per alimentare una nuova competizione imperiale. Ma per sottrarre un bene fondamentale della nostra epoca, la capacità di elaborare conoscenza, alla concentrazione monopolistica di pochi soggetti privati.

È qui che, ancora una volta, le riflessioni di Brancaccio e quelle sviluppate in Cyberfascismo finiscono per convergere. La concentrazione del capitale non costituisce semplicemente una tendenza economica. Produce inevitabilmente una concentrazione del potere tecnologico. E quest’ultima, se non viene contrastata, tende a trasformarsi in concentrazione del potere politico. È questa, probabilmente, la nuova questione democratica del XXI secolo. Ed è da questa consapevolezza che dovrebbe ripartire qualsiasi progetto di trasformazione sociale realmente all’altezza del nostro tempo.

Gaza: il laboratorio estremo del potere predittivo

Esiste però un luogo dove questa verifica ha smesso di essere un esercizio teorico. Un luogo dove la saldatura tra proprietà delle infrastrutture e potere sulle vite ha mostrato il proprio volto estremo. Quel luogo è la Palestina e, in particolare, la Striscia di Gaza.

Partiamo dall’infrastruttura economica, perché è lì che tutto comincia. Nel 2021 Google e Amazon hanno firmato con il governo israeliano il contratto denominato Project Nimbus: 1,2 miliardi di dollari per fornire servizi avanzati di cloud e intelligenza artificiale al governo e all’esercito. Le inchieste condotte dal Guardian, da +972 Magazine e da Local Call hanno rivelato clausole senza precedenti. Il contratto vieta espressamente alle due aziende di revocare o limitare l’accesso di Israele alle piattaforme, anche qualora l’uso della tecnologia violasse i loro stessi termini di servizio, pena azioni legali e pesanti sanzioni economiche. Prevede inoltre un meccanismo segreto di segnalazione, il cosiddetto winking mechanism, concepito per aggirare le richieste di dati provenienti da autorità straniere.

Quando Microsoft, dopo le rivelazioni sull’archiviazione nel proprio cloud di enormi quantità di intercettazioni telefoniche di palestinesi, ha revocato all’esercito israeliano l’accesso ad alcuni suoi servizi, è apparso chiaro, per contrasto, il significato di quelle clausole: ciò che per Microsoft è stato possibile, per Google e Amazon è contrattualmente vietato. Il fornitore privato di infrastruttura si è legato mani e piedi al proprio cliente militare.

Sul fronte dell’informazione, la censura algoritmica ha colpito un popolo intero. Human Rights Watch, nel rapporto Meta’s Broken Promises, ha documentato la soppressione sistematica dei contenuti palestinesi su Instagram e Facebook: rimozione dei post, sospensione degli account, limitazione delle interazioni, riduzione occulta della visibilità. Documenti interni di Meta, rivelati dalla testata investigativa Drop Site News, indicano che l’azienda ha accolto circa il 94 per cento delle richieste di rimozione avanzate dal governo israeliano, il più attivo al mondo in questo campo, con decine di migliaia di contenuti eliminati. Secondo l’organizzazione Access Now, la soglia algoritmica di tolleranza applicata ai contenuti palestinesi è stata abbassata fino al 25 per cento, rendendo la macchina della moderazione strutturalmente più severa verso un popolo intero. Non un incidente tecnico, dunque. Una scelta di architettura. Un intero popolo ha visto ridursi la propria esistenza mediatica per decisione di consigli di amministrazione privati.

Sul fronte militare, le inchieste di +972 Magazine e Local Call hanno portato alla luce i sistemi di intelligenza artificiale Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, impiegati per generare automaticamente obiettivi umani. Quei sistemi hanno attribuito punteggi di rischio alla quasi totalità dei 2,3 milioni di abitanti della Striscia. La logica è la stessa della profilazione commerciale, portata alla conseguenza ultima: le vite trasformate in dati, i dati in previsioni, le previsioni in decisioni. A Gaza, decisioni di vita e di morte.

E il ciclo si chiude sul mercato: le tecnologie collaudate sui corpi dei palestinesi vengono poi esportate sui mercati globali della sicurezza con la credenziale più macabra, quella di essere state testate sul campo. Gaza non è un’eccezione al sistema descritto in queste pagine. Ne è la verifica sperimentale. È il punto in cui la saldatura tra rendita economica e potere predittivo sulle menti e sulle vite, il cuore di ciò che chiamo cyberfascismo, diventa visibile a occhio nudo.

E proprio per questo rende ancora più urgente la domanda a cui è dedicata l’ultima parte di questo saggio: se le stesse infrastrutture possono servire il dominio, possono anche essere progettate per la democrazia? La storia, come vedremo, ha già risposto una volta.

6. Oltre la diagnosi: dal cyberfascismo al cybercomunismo

Se il merito principale di Libercomunismo consiste nell’avere riportato al centro del dibattito la legge marxiana della centralizzazione del capitale, e se Cyberfascismo prova a mostrarne la nuova configurazione storica nell’epoca delle infrastrutture digitali, resta una domanda decisiva. Quale progetto politico può rispondere a questa trasformazione? La critica, da sola, non basta. Occorre costruire una prospettiva.

È da questa esigenza che nasce la proposta del cybercomunismo, sviluppata come approdo teorico del mio libro e successivamente approfondita nell’articolo pubblicato su La Città Futura. Il termine può apparire provocatorio. In realtà descrive una necessità storica. Non indica il ritorno ai modelli del Novecento, né la semplice riproposizione delle esperienze del socialismo reale. Quelle esperienze appartengono alla storia e devono essere studiate criticamente, senza nostalgie ma anche senza liquidazioni ideologiche.

Il problema che abbiamo oggi davanti è diverso. Marx scriveva osservando la fabbrica. Noi osserviamo il data center. Lenin rifletteva sull’elettrificazione come base materiale dello sviluppo socialista. Noi siamo chiamati a riflettere sulla capacità di calcolo come nuova infrastruttura strategica della società. L’oggetto storico è cambiato. Non è cambiata, invece, la domanda fondamentale. Chi controlla i mezzi della produzione?

La differenza è che oggi quei mezzi comprendono elementi che Marx non avrebbe potuto immaginare. Semiconduttori. Cloud. Data center. Reti neurali artificiali. Sistemi di addestramento. Modelli linguistici. Basi di dati. Infrastrutture energetiche dedicate. Satelliti. Reti di telecomunicazione. La fabbrica non è scomparsa. Si è estesa fino a comprendere l’intera infrastruttura cognitiva del pianeta.

Per questa ragione considero insufficiente qualsiasi progetto politico che continui a pensare la trasformazione sociale esclusivamente nei termini della redistribuzione del reddito. La redistribuzione resta necessaria. Ma non basta. Occorre democratizzare la produzione della conoscenza. Occorre democratizzare il controllo dell’intelligenza artificiale. Occorre democratizzare le infrastrutture del calcolo.

In questo senso il cybercomunismo rappresenta un aggiornamento del materialismo storico, non il suo superamento. La tesi centrale rimane la stessa. I rapporti di produzione determinano, in larga misura, la forma delle istituzioni, della cultura e della politica. Ma oggi i rapporti di produzione attraversano una dimensione nuova. La produzione della conoscenza è diventata immediatamente produzione economica. L’elaborazione dei dati è diventata produzione di valore. La capacità di calcolo è diventata forza produttiva fondamentale.

È proprio questo passaggio che rende straordinariamente attuale anche la riflessione di Andrew Feenberg. La tecnologia non è neutrale. Ma non è neppure un destino. Essa incorpora rapporti sociali. E proprio perché incorpora rapporti sociali può essere riprogettata democraticamente.

Questa prospettiva consente di superare due errori speculari. Il primo è il tecnottimismo ingenuo. L’idea secondo cui il semplice progresso tecnologico produrrebbe automaticamente emancipazione. L’esperienza degli ultimi quarant’anni dimostra esattamente il contrario. Le innovazioni più straordinarie della storia umana sono state accompagnate da una crescente concentrazione della ricchezza e del potere.

Il secondo errore è il determinismo tecnologico. L’idea secondo cui la tecnica svilupperebbe una propria logica autonoma, indipendente dai rapporti sociali. Anche questa prospettiva, a mio giudizio, è insufficiente. Lelio Demichelis lo ha mostrato con particolare chiarezza: il tecno-capitalismo si presenta come un destino inevitabile, come una vera e propria religione della tecnica che non ammette alternative, ma è in realtà un progetto sociale, costruito da soggetti precisi secondo interessi precisi. Smascherare questo falso destino è il primo passo di qualsiasi politica democratica della tecnologia.

Le macchine non hanno interessi. Li hanno i loro proprietari. Gli algoritmi non perseguono fini propri. Realizzano gli obiettivi incorporati nelle architetture economiche e istituzionali che li hanno prodotti. Per questo continuo a ritenere attualissima l’intuizione di Marx. Il problema non sono le macchine. Il problema è la proprietà delle macchine. Oggi quella formula dovrebbe essere aggiornata. Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è la proprietà dell’intelligenza artificiale.

Da qui discende anche una diversa idea di sovranità. Per troppo tempo abbiamo identificato la sovranità con il controllo dei confini territoriali. La trasformazione digitale impone una ridefinizione di questo concetto. Nel XXI secolo non esiste sovranità politica senza sovranità tecnologica. Non esiste indipendenza economica senza autonomia nella produzione di conoscenza. Non esiste democrazia sostanziale senza controllo collettivo delle infrastrutture cognitive.

È questa, probabilmente, la principale lezione che emerge dal dialogo tra Libercomunismo e Cyberfascismo. Il primo ricostruisce la legge economica che conduce alla concentrazione del capitale. Il secondo mostra come quella concentrazione abbia ormai assunto la forma di un dominio cognitivo fondato sul controllo delle infrastrutture digitali. Insieme delineano un nuovo terreno della lotta democratica. Non più soltanto la redistribuzione della ricchezza. Ma la democratizzazione del sapere. Non più soltanto il conflitto tra capitale e lavoro nella fabbrica. Ma il conflitto attorno alla proprietà delle reti, dei dati, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale.

È qui che il concetto di cybercomunismo acquista il suo significato più autentico. Non come nostalgia del passato. Ma come tentativo di pensare, con gli strumenti del presente, una nuova forma di democrazia economica fondata sulla socializzazione delle infrastrutture strategiche della conoscenza. È una prospettiva certamente ambiziosa. Ma ogni grande trasformazione storica è nata, prima di tutto, dalla capacità di immaginare istituzioni adeguate al proprio tempo. Ed è proprio questo, oggi, il compito della teoria politica.

Cybersyn: quando la tecnologia fu progettata per democratizzare l’economia

L’obiezione secondo cui ogni tecnologia sarebbe inevitabilmente destinata al controllo sociale viene smentita da un’esperienza storica concreta. Tra il 1971 e il 1973, il governo di Salvador Allende affidò al cibernetico britannico Stafford Beer la realizzazione del progetto Cybersyn: una rete cibernetica concepita non per sorvegliare la società, ma per coordinare democraticamente l’economia cilena, distribuire le informazioni tra imprese pubbliche e governo e rendere più efficiente la pianificazione economica senza annullare l’autonomia delle unità produttive.

In un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e Internet non esisteva ancora, una rete di telescriventi collegava le imprese a una sala operativa nazionale, facendo confluire i dati quasi in tempo reale. Durante la serrata dei camionisti dell’ottobre 1972 quel sistema permise al governo di coordinare i rifornimenti e reggere l’urto.

Cybersyn dimostra che la tecnologia non possiede una natura politica predeterminata. Gli stessi strumenti informatici possono essere progettati per rafforzare il controllo oligarchico oppure per ampliare la partecipazione democratica. Il progetto non fallì per limiti tecnici, ma fu interrotto dal colpo di Stato dell’11 settembre 1973, guidato da Augusto Pinochet. Fu una sconfitta politica, non una sconfitta della tecnologia.

È, in questo senso, la confutazione storica di quel determinismo tecnologico denunciato da Demichelis e criticato da Feenberg: la prova concreta che gli stessi strumenti possono essere progettati secondo finalità opposte.

Per questa ragione considero Cybersyn il primo grande antecedente storico di ciò che oggi definisco cybercomunismo: il tentativo di riportare le infrastrutture digitali, il calcolo e l’intelligenza artificiale sotto controllo democratico, affinché diventino strumenti di pianificazione partecipata e di emancipazione sociale anziché dispositivi di concentrazione del potere.

E con la potenza di calcolo odierna, ciò che Beer e Allende potevano soltanto immaginare è tecnicamente alla nostra portata. Manca la volontà politica, non la tecnologia.

7. Conclusione. Riprendere il controllo delle macchine per restituire la democrazia agli esseri umani

Giunti al termine di questo percorso, emerge con chiarezza una considerazione fondamentale. Libercomunismo e Cyberfascismo non sono due libri che si limitano a descrivere il presente. Sono due tentativi, sviluppati con strumenti disciplinari differenti, di individuare la linea di frattura lungo la quale si giocherà il futuro della democrazia.

Il primo dimostra, attraverso l’economia politica, che la concentrazione del capitale non rappresenta un’anomalia del capitalismo contemporaneo, ma la sua naturale tendenza evolutiva. Il secondo cerca di mostrare come quella concentrazione abbia ormai assunto una forma nuova: il controllo delle infrastrutture cognitive attraverso cui si organizza la produzione della conoscenza, della comunicazione, del consenso e, sempre più spesso, delle stesse decisioni politiche.

Non siamo più soltanto nell’epoca del capitalismo industriale. Non siamo nemmeno soltanto nell’epoca del capitalismo finanziario. Siamo entrati nell’epoca del capitalismo cognitivo infrastrutturale, nella quale capitale, capacità di calcolo, energia, algoritmi e intelligenza artificiale tendono a fondersi in un unico sistema di accumulazione e di comando.

È questa, a mio giudizio, la base materiale del cyberfascismo. Non il ritorno delle forme esteriori del fascismo storico. Non la riproduzione meccanica dei totalitarismi del Novecento. Semmai la conferma dell’intuizione di Umberto Eco: il fascismo può tornare sotto le vesti più innocenti, e oggi quelle vesti sono l’architettura invisibile delle piattaforme. Ma la costruzione di un sistema capace di concentrare simultaneamente ricchezza, informazione, capacità di calcolo e potere decisionale nelle mani di un numero sempre più ristretto di soggetti economici.

Per questa ragione considero riduttiva la discussione che continua a interrogarsi esclusivamente sull’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale è soltanto la manifestazione più visibile di una trasformazione molto più ampia. Il vero oggetto del conflitto riguarda il controllo dell’intera infrastruttura che rende possibile quella tecnologia.

Per questo continuo a ritenere che il dibattito pubblico debba compiere un salto di qualità. Non basta discutere dell’etica degli algoritmi. Occorre discutere della proprietà degli algoritmi. Non basta chiedere trasparenza. Occorre chiedere democrazia economica. Non basta regolamentare le piattaforme. Occorre costruire infrastrutture pubbliche alternative. In caso contrario continueremo ad amministrare gli effetti senza incidere sulle cause.

È esattamente qui che, a mio avviso, la riflessione di Emiliano Brancaccio e quella sviluppata in Cyberfascismo si incontrano. L’esproprio democratico del grande capitale centralizzato, proposto in Libercomunismo, trova oggi un nuovo terreno di applicazione. Le infrastrutture strategiche del XXI secolo non sono soltanto le reti energetiche, i trasporti o il sistema bancario. Sono anche i data center. I cloud. Le reti di telecomunicazione. I sistemi di intelligenza artificiale. Le piattaforme digitali. Le infrastrutture della conoscenza.

È su questo terreno che la politica dovrà misurarsi nei prossimi decenni. Perché ogni rivoluzione industriale ha ridefinito i rapporti di potere. Quella digitale non fa eccezione. Ridefinisce perfino il modo in cui gli esseri umani costruiscono la propria coscienza, partecipano alla vita democratica e interpretano la realtà.

La domanda decisiva diventa allora inevitabile. Chi governerà questa trasformazione? Le grandi corporation tecnologiche? Gli apparati statali? I mercati finanziari? Oppure istituzioni democratiche capaci di esercitare un controllo pubblico sulle infrastrutture fondamentali della conoscenza?

È questa la vera alternativa storica che abbiamo davanti. Non tra tecnologia e rifiuto della tecnologia. Non tra innovazione e conservazione. Ma tra due modelli radicalmente diversi di organizzazione del potere. Il primo affida il futuro dell’umanità alla concentrazione privata del sapere, del calcolo e dell’intelligenza artificiale. Il secondo considera la conoscenza, i dati e le infrastrutture cognitive beni comuni, da amministrare democraticamente nell’interesse generale.

Questa, in fondo, è la vera eredità del costituzionalismo democratico del Novecento. La Repubblica non nasce per limitarsi a garantire le libertà formali. Nasce per impedire che il potere economico si trasformi in dominio politico. Oggi quella missione deve essere ripensata alla luce delle trasformazioni tecnologiche.

L’articolo 43 della Costituzione, la riflessione di Stefano Rodotà sui beni comuni, il pensiero di Marx sui rapporti di produzione e la ricerca economica di Brancaccio convergono, pur da prospettive differenti, verso una medesima intuizione. Non esiste libertà politica senza controllo democratico dei mezzi fondamentali attraverso cui si organizza la vita collettiva. Nel XXI secolo quei mezzi comprendono inevitabilmente anche le infrastrutture digitali.

Questo articolo nasce precisamente da questa convinzione. Non pretende di offrire risposte definitive. Propone però un cambio di prospettiva. Invita a spostare lo sguardo dalle applicazioni alle infrastrutture. Dagli algoritmi ai rapporti di proprietà. Dalla tecnologia al potere. Perché è lì che si decide il futuro della democrazia.

Se Libercomunismo ci aiuta a comprendere perché il capitale tende inevitabilmente a concentrarsi, Cyberfascismo prova a mostrare dove quella concentrazione prende oggi forma e quali strumenti utilizza per esercitare il proprio dominio. Insieme, questi due libri ci consegnano una responsabilità politica che non possiamo più rinviare. Restituire alla collettività il controllo delle infrastrutture strategiche della conoscenza. Rimettere la tecnologia al servizio della persona. Ricondurre il calcolo entro i confini della democrazia.

Perché il problema del nostro tempo non è che le macchine stiano diventando troppo intelligenti. Il problema è che il potere che le governa rischia di diventare sempre meno democratico. Ed è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe ripartire una nuova cultura della trasformazione sociale. Non contro la tecnica. Ma contro la concentrazione del potere. Non contro l’innovazione. Ma contro la privatizzazione della conoscenza. Non contro il futuro. Ma per restituire il futuro alla democrazia.

Fonti

Brancaccio, Emiliano, Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano, 2026.

Sommella, Mario, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, opera autoprodotta, 2026.

Sommella, Mario, Cybercomunismo. La risposta socialista al cyberfascismo, La Città Futura, 12 giugno 2026.

Human Rights Watch, Meta’s Broken Promises. Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook, dicembre 2023.

Drop Site News, documenti interni di Meta sulle richieste di rimozione del governo israeliano, 2025.

Access Now, rapporti sulla moderazione algoritmica dei contenuti palestinesi, 2023-2024.

+972 Magazine e Local Call, inchieste sui sistemi di intelligenza artificiale Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, 2023-2024.

The Guardian, +972 Magazine e Local Call, inchiesta sul contratto Project Nimbus tra Google, Amazon e il governo israeliano, 2025.

Marx, Karl, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), con particolare riferimento al Frammento sulle macchine.

Rodotà, Stefano, Il diritto di avere diritti, Laterza.

Feenberg, Andrew, Transforming Technology. A Critical Theory Revisited, Oxford University Press.

Demichelis, Lelio, La religione tecno-capitalista, Mimesis.

Medina, Eden, Cybernetic Revolutionaries. Technology and Politics in Allende’s Chile, MIT Press, 2011.

Eco, Umberto, Il fascismo eterno, La nave di Teseo.

Braverman, Harry, Lavoro e capitale monopolistico.

Zuboff, Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza.

Srnicek, Nick, Capitalismo digitale, Luiss University Press.

Varoufakis, Yanis, Tecnofeudalesimo.

Mario Sommella

Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

10/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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