I BRICS, sono un’alternativa?

Recensione del numero 30-31 della rivista “Su la Testa” dedicato ai BRICS. Autori, articoli e l’editoriale del Direttore della rivista Paolo Ferrero. L’interrogativo sulla seconda decolonizzazione che potrebbe diventare un’alternativa.   


I BRICS, sono un’alternativa?

Il 12 e 13 settembre di quest’anno si terrà in India il 18° vertice dei BRICS sul tema “Costruire per la resilienza, l’innovazione, la cooperazione e la sostenibilità”. Com’è noto l’acronimo BRICS indica il gruppo di Paesi che comprende il Brasile, la Russia, l’India, la Cina e il Sudafrica, ma dal 2024, il gruppo si è allargato includendo anche l’Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia. Rappresentano nell’insieme oltre la metà della popolazione mondiale e sono una parte importante dell'economia globale. Hanno l’obiettivo principale, almeno come si coglie nelle loro dichiarazioni, di voler cambiare l'economia globale che è guidata dai Paesi occidentali e soprattutto dagli Stati Uniti. Non si fidano del dollaro americano per gli scambi commerciali e quindi usano le proprie valute nazionali oppure creano sistemi alternativi ed hanno fondato una banca di sviluppo autonoma dai circuiti bancari internazionali, la “New Development Bank BRICS” che ha sede a Shanghai con una succursale a Johannesburg, nel quartiere di Sandton; questa banca è un’istituzione finanziaria costituita dagli accordi raggiunti durante il sesto summit dei paesi BRICS tenutosi in Brasile, nella città di Fortaleza, il 15 luglio del 2014. I BRICS si pongono come alternativa al gruppo dei G7 occidentale ed hanno l’obiettivo di superare concretamente il predominio del dollaro.

Non ho materiali mirati di informazione e nemmeno a pensarci di avere i testi delle relazioni sulle tematiche in programma che verranno analizzate al vertice del 12 e 13 settembre, ma ho il Numero 30-31 appena pubblicato della rivista “Su La Testa”, uscito a giugno di quest’anno (2026), che è completamente dedicato ai BRICS. Assicuro che è molto, ma per comprendere soprattutto alcune tematiche che verranno discusse nel vertice consiglio di seguire la stampa specializzata in economia, possibilmente quella internazionale; intanto si presenta la recensione di questo numero appena pubblicato che ha umilmente l’obiettivo di delineare, per quanto possibile, un quadro informativo di base, equilibrato ma non certo esaustivo. Prima, però, si presenta la rivista.

È nata nel febbraio del 2010 come rivista mensile di Rifondazione Comunista a seguito dello scioglimento nel 1998 del mensile di Rifondazione. Nei due anni prima di cessare le pubblicazioni la Direttrice è stata Lidia Menapace e la rivista è stata pubblicata in allegato al quotidiano “Liberazione”, organo di Rifondazione fino al 2011. Successivamente la rivista, nel luglio del 2020, ha ripreso le pubblicazioni in formato online e gratuito con cadenza bimestrale; oggi il Direttore è Paolo Ferrero e dal 2021 è disponibile anche in formato cartaceo su abbonamento, di cui in finale si indicheranno il costo, l’Iban e le condizioni di spedizione.

Sia chiaro e senza equivoci: questa è una rivista che, al di là del nome che vuole essere un invitatione ideale — come io ho interpretato — serve ad analizzare le problematiche che vengono continuamente riproposte dai processi progressivi dell’imperialismo a danno del Sud del mondo. È stata scritta, almeno per questo numero, interamente da intellettuali e professionisti comunisti. Il tema è complesso e gli Autori non sono operai o impiegati ma studiosi professionisti, e questo è secondo me un problema per la fase in corso. Comunque, ecco gli autori e i titoli degli articoli di questo numero: Giovanni Barbieri, “La grande partita delle infrastrutture globali: BRI, PGII e Global Gateway”; Elena Basile, “Evoluzione dei BRICS: Luci e Ombre”; Alberto Bradanini, “I BRICS e l’Impero Usa in putrefazione”; Vincenzo Comito, “I BRICS e il processo di dedollarizzazione”; José Luiz Del Roio, “Uno strano animale visto dal Brasile”; Monica Di Sisto, “BRICS, finanza e commercio: bilancio onesto di una promessa multipolare”; Andrea Fumagalli, “Europa e BRICS: un matrimonio mancato”; Maurizio Lazzarato, “Il capitalismo come strategia”; Federico Losurdo, “Il mondo multipolare e i BRICS”; Piero Pagliani, “Una guerra ai BRICS”; Fabio Massimo Parenti, “Cina: centro del nuovo mondo policentrico”; Pedro Páez Peréz, “BRICS, una prospettiva ampia e il disciplinamento imperiale dell’America Latina”; Valter Pomar, “BRICS: quale tigre preferisce il Brasile”; Mimmo Porcaro, “Da tifosi a giocatori. L’Italia nello scontro mondiale”; Vijay Prashad, “La libertà è ancora lontana”; Marco Ricceri, “Intra-BRICS: Il valore della cooperazione «interna»”; Alessandro Scasselati Sforzolini, “Gli Stati Uniti e i BRICS”; Alessandro Volpi, “Integrazioni e nuove centralità. La finanza dei BRICS”. Infine la sezione dei materiali, in cui Stefano G. Azzarà presenta “Globalizzazione capitalistica, decolonizzazione, ricolonizzazione”.

Questo è il corpo degli articoli, molto articolato, ma tratta quasi tutti i temi correnti ed è armonizzato dall’editoriale di Paolo Ferrero, “I BRICS: la seconda decolonizzazione”, che si articola in 9 pagine. Ecco il prologo:

«I BRICS e il processo di cui sono protagonisti rappresentano a tutti gli effetti un secondo ciclo di decolonizzazione dei paesi del Sud del mondo. Il primo ciclo, nel secondo dopoguerra, fu un fenomeno in primo luogo politico e militare e dette luogo all’indipendenza politica di larghissima parte degli stati prima assoggettati al colonialismo occidentale. Dopo la decolonizzazione molti di quegli stessi stati subirono però un neocolonialismo di tipo economico che — imposto a suon di piani di aggiustamento strutturali elaborati dal Fondo Monetario Internazionale — ha ridotto molti di quei paesi in una condizione di nuova sudditanza.

Non tutti i paesi sono stati però piegati dal neocolonialismo, e una parte di questi sono riusciti a conquistare un livello di sviluppo economico che, negli ultimi decenni, è diventato sempre più marcato. Nel caso cinese, questo sviluppo, governato dallo Stato — che ha continuato a controllare finanza e moneta — ha determinato un vero terremoto a livello mondiale.

La base materiale di aggregazione dei BRICS non è stata politica, ma fondata sull’essere paesi non occidentali che hanno avuto un rilevante sviluppo nel nuovo millennio. Come sottolineava già il Presidente Mao, la conquista dell’indipendenza politica avrebbe dovuto promuovere lo sviluppo economico al fine di dotare di basi materiali l’indipendenza stessa. Così è stato per la Cina, e così comincia a essere per una pluralità di paesi del Sud del mondo, in misura tale da mettere in discussione i rapporti di forza che hanno caratterizzato il mondo in questi ultimi cinque secoli. Parlare dei BRICS significa quindi parlare del declino del dominio occidentale».

Appare chiaro che parlare dei BRICS significa parlare del declino del dominio occidentale, come fa in larga parte questo editoriale; però la lettura del prologo di Paolo Ferrero ci pone di fronte a un interrogativo che si cerca qui di analizzare: “La seconda decolonizzazione potrà essere un’alternativa al declino occidentale?”. Al di là delle tematiche esposte, e mi riferisco anche a quelle presentate negli articoli, la risposta sembra affermativa: è una condizione che può cambiare l’economia globale e quindi va analizzata. Al riguardo, io ho più di un dubbio. Perché? Premesso che i BRICS nella fase in corso sono importanti e decisivi per fermare l’imperialismo degli USA che con Trump è diventato inarrestabile ed è sempre più aggressivo — il Venezuela è una prova, ma anche Iran e soprattutto Gaza —, teniamo in conto che i BRICS svolgono un ruolo legato alla pace nel mondo, che oggi non è più sicura, soprattutto grazie a Trump. Anche se non sappiamo se questo fenomeno politico terminerà con il suo mandato, gli USA, secondo me, non torneranno indietro e continueranno a fare guerre per avere il monopolio sia sulla produzione di armi, sia sulla gestione delle materie prime e su quei territori dove sono presenti, a costo di sottomettere Stati indipendenti e sovrani.

Che i paesi dei BRICS miglioreranno le loro economie è sicuro, ma come potranno migliorare le nostre? Non è chiaro. E le tematiche delle condizioni del lavoro, come la sicurezza nei luoghi di lavoro e la libertà di espressione nei loro paesi, saranno modelli in concorrenza con quelli occidentali? I diritti umani verranno garantiti? Una volta che i BRICS domineranno l’economia globale, i diritti del lavoro verranno rispettati oppure saranno bloccati a livello globale? L’economia dei BRICS continuerà a essere un’economia capitalistica? Su questo tema c’è il silenzio assoluto e quelli esposti sono interrogativi da analizzare, ponderandone il peso politico. In Italia, ad esempio, seppur con una sequela di vincoli non ufficiali, c’è la libertà di espressione, anche se mancano canali di comunicazione disponibili per tutti in quanto i media sono soltanto a disposizione dei Poteri Forti e sono complessivamente autonomi dai cittadini, ai quali la comunicazione mediatica è quasi preclusa; ma nonostante tutto, l’articolo 21 della Costituzione tutela, anche se non come vorremmo.

Da quanto esposto, appare chiaro che dobbiamo assumere una posizione sui BRICS; naturalmente non si tratta di fare un referendum, ma di conoscerli meglio e analizzare il contesto sociale di riferimento. Mentre cerchiamo però di comprendere come si sta organizzando l’insieme dei paesi BRICS, dobbiamo anche analizzare come in questi paesi i lavoratori vengano trattati per davvero e come vengano coinvolti nelle scelte che li riguardano. Oggi, il nostro è un compito non facile - se mai lo fosse stato - perché mentre guardiamo ai BRICS ci dobbiamo difendere dal capitalismo occidentale e degli Stati Uniti, lanciati più che mai verso un orizzonte imperialista con innovazioni pericolose che rilanciano conflitti bellici mondiali, chiaramente distruttivi in quanto sempre più centrati sull’impiego di armi nucleari e non tradizionali. Non si tratta di fare scelte di opinione in condizioni d’incertezza, ma vedere in concreto se con i BRICS si potrà avere un nuovo equilibrio mondiale dell’economia che allontani gli spettri dei conflitti bellici e rilanci stili di vita che rispettino le donne e tutti i soggetti svantaggiati.

10/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Felice di Maro

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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