L’incurabile malattia infantile

Come tante volte nella vita, mi chiedo se dar retta alla coscienza e dire ciò che penso, o dar ragione pre la prima volta a quella parte di me che si chiama esperienza e suggerisce il silenzio.


L’incurabile malattia infantile Credits: https://www.flickr.com/photos/comunere/8678024672

Mentre e a figli e nipoti lasci un mondo peggiore di quello che ti hanno consegnato, a chi vuoi che interessi ciò che pensa un ottantenne sopravvissuto per caso a una generazione di compagne e compagni che hanno lungamente lottato per un mondo più giusto ed è costretto a fare i conti  con una triste realtà?

Importa o no, alla coscienza devi una risposta anche quando ti converrebbe tacere. E’ una regola di vita. Dorò ciò che penso, tenendo presente il peso degli anni che rende diversa la sensibilità dei giovani da quella dei vecchi.
Ieri non sono uscito di casa per ricordare il passato. Avevo in mente i fascisti al governo, le mille contraddizioni e gli errori della sinistra che ce li hanno portati. Sotto il sole primaverile che mi stordiva mi accompagnava una convinzione: vinsero perché li sottovalutammo, li affrontammo divisi e quando fummo travolti ci rendemmo conto che più del manganello erano state decisive una legge elettorale e la maggioranza in Parlamento.

Ci vollero poi morti e una guerra nella guerra per convincerci ad affrontarli uniti e forti di quella unità scrivemmo col sangue la Costituzione che ieri ci ha consentito di scendere in piazza. Nella Metropolitana pensavo a Matteotti, - il rivoluzionario senza rivoluzione, come lo definì sbagliando Antonio Gramsci – che si fece ammazzare per la liberazione dal fascismo. Pensavo a Don Minzoni, così lontano dalle mie idee politiche, ai fratelli Rosselli e al loro socialismo democratico che non amo ed ai quali però mi unisce l’antifascismo e il rispetto che sento per chi ha pagato con la vita il suiio antifascismo. Pensavo ai partigiani e alle partigiane che ho conosciuto da giovane, donne e uomini che nutrivano ideali politici diversi dai miei, che si unirono perché sentirono che solo unendosi avrebbero potuto riscattarci ed evitare che a liberarci fossero gli eserciti dei vincitori sbarcati sulle nostre coste.

Uscito dalla Metropolitana ho scoperto che erano in programma tre cortei, che si era deciso di ricordare la liberazione tradendo la sua genetica identità unitaria. Mi sembrò di essere tornato indietro di cento anni e non scelsi un corteo. Me ne tornai a casa dopo che tre signore del popolo, che non eran militanti, mi avevano chiesto perché ci fossero tre cortei e a quale fosse meglio partecipare. Risposi che nessuno dei tre meritava la loro presenza e me ne tornai a casa con la morte nel cuore.

Di nuovo divisi, pensai. E’ un regalo ai fascisti che si presentano ai cortei decisi a sputare fango sulla Liberazione.                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

28/04/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Giuseppe Aragno

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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