Idee e proposte per affrontare la prossima crisi economica (parte I)

Una lunga riflessione, che proponiamo divisa in due parti, sulla fase attuale di crisi vista nella prospettiva dei comunisti


Idee e proposte per affrontare la prossima crisi economica (parte I) Credits: cattolicanews.it

Premessa

Ad avermi spinto a scrivere questo articolo è stata senz’altro la voglia di veder tornare i comunisti nuovamente competitivi nell’arena politica. Lontano dall’idea di redigere un improbabile “ricettacolo” politico, ho cercato – ed è questa la prima caratteristica di queste pagine – di stimolare il lettore comunista ad un’auto-riflessione sulle modalità della propria personale attività di militanza, e del contesto nel quale essa è inserita. Una delle ragioni della vastità degli argomenti trattati, così come della grande varietà degli input forniti nonché del modo disorganico con cui vengono forniti, sta proprio nel carattere pedagogico di questo lavoro, che lascia ai lettori parte della responsabilità di collegare dati e riferimenti e trarne indicazioni utili, semplici idee, ma anche riflessioni autonome. Partendo da una descrizione critica della situazione politica ed economica attuale (La situazione attuale, La gestione capitalista della crisi) si passa a considerare l’odierno attivismo comunista, mostrando alcune ragioni delle nostre difficoltà politiche e tentando di individuare problematiche e insufficienze da risolvere (L’atteggiamento dei comunisti oggi). Nell’ultima sezione (Proposte pratiche), analizzando le recenti innovazioni tecnologiche del sistema produttivo e i mutamenti organizzativi che queste stanno generando al suo interno, si individuano nella “rete delle competenze” e nell’accorciamento della filiera produttiva due elementi fondamentali per riflettere in maniera innovativa su come articolare le future lotte politiche. Se questo, in breve, è lo scheletro di questo lavoro, il suo obiettivo dichiarato (nel finale) è quello di stimolare ulteriori contributi da parte di altri militanti.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Sentimento di unità nazionale

Nell’attuale contesto, in cui a causa dell’epidemia e della quarantena aumentano l’isolamento sociale e le difficoltà economiche - accompagnati da una diffusa sensazione di paura -, la narrazione mediatica è diventata per molti l’unica finestra sulla realtà del mondo esterno ed è riuscita quindi, meglio di prima, ad esercitare un’azione unificante sulle opinioni delle persone.

Il processo di spettacolarizzazione della politica, di mediatizzazione dei toni del dibattito politico [1], la stereotipizzazione degli argomenti trattati (per tipologia e maniera di trattarli) sui media, per citare solo i fattori maggiormente noti, hanno prodotto negli anni un pubblico di fruitori passivi e sempre più anestetizzati a tutto, anche alle tragedie umane; un pubblico, quindi, suscettibile di essere catturato, contagiato, travolto da una narrazione che improvvisamente diventa drammatica, emergenziale e ancor più monotematica. Non solo, questi fattori hanno prodotto anche un’enorme massa acritica. La combinazione di questi ingredienti ha probabilmente contribuito al successo dell’operazione politica di costruzione del consenso attorno al richiamo all’unità nazionale, il quale ultimo - seppur ancora necessariamente mediato e giustificato con la situazione d’emergenza - sembra potersi profilare come l’arma ideologica principale dei capitalisti per riuscire a sconfiggere eventuali future rivendicazioni di equità sociale. Queste, con più o meno forza oppure anche solo in forma embrionale, potrebbero diffondersi a causa della crisi economica post-quarantena.

Il sacrificio sociale delle classi popolari e la rinuncia da parte di queste a rivendicazioni economiche avverranno nel nome dell’unità nazionale ma non dovrebbero verificarsi sulla scorta di un sentimento patriottico, se non parzialmente [2]. Secondo recenti inchieste sociologiche, difatti, parziali sono la diffusione del patriottismo e del sentimento di appartenenza a una comunità etnica. Predominano sentimenti di appartenenza su base culturale, religiosa e sociale; declinano quelli basati sulla condizione lavorativa; crescono ma non sfondano quelli artificiali, basati sul sentimento nazionale [3].

Nonostante ciò, la forma ideologica del sacrificio nel nome dell’unità della nazione ha una storia di sedimentazione nelle coscienze del popolo italiano che, in tempi moderni, inizia negli anni ’80 e passa per l’abolizione della scala mobile, il processo di adesione e permanenza all’interno dell’UE, tutte le principali controriforme delle ultime stagioni governative. Non si tratta, quindi, di un nemico che potremo sconfiggere nei prossimi mesi.

Egemonia culturale

Il meccanismo di costruzione del consenso inoltre, lungi dall’essere provocato dal solo apparato mediatico, sembra essersi gradualmente sviluppato fino a coinvolgere l’intero spettro delle rappresentazioni mentali che si originano dalla società civile, arrivando a toccare tutta la nostra cultura (compresi il sistema d’istruzione e la ricerca), i nostri sensi (con modificazioni delle nostre preferenze indotte e sempre più evidenti, soprattutto in termini di gusto e olfatto), l’etica e l’estetica, i rapporti sociali e familiari e, ovviamente, i sentimenti. In particolare proprio le trasformazioni del modo di sentire, gestire e reagire a i sentimenti, specie se lette in rapporto all’evoluzione dell’intera società, potrebbero lasciar supporre che in alcuni secoli di vita il capitalismo sia oramai riuscito a depositare anche uno strato di cambiamenti di livello neurologico, incrementando il vantaggio nei nostri confronti in una maniera che ancora non è quantificabile. Sarebbe quindi fuori luogo parlare semplicemente di costruzione del consenso; meglio utilizzare l’espressione classica di ‘costruzione dell’egemonia culturale’.

Nella storia italiana raramente era capitato di poter osservare una compattezza e uniformità di vedute simili a quelle che vengono oggi evocate dal sentimento di unità nazionale propugnato dai partiti parlamentari. Forse in singole occasioni vi ci eravamo avvicinati - come ad esempio nei giorni successivi agli scontri di piazza a Roma nel 15 ottobre 2011, quando un’ondata di disprezzo bipartisan si scatenò sui manifestanti e, di seguito, vennero elargite condanne penali esemplari -, ma si trattava generalmente di parentesi brevi e su questioni che erano percepite come secondarie. Esistono, certamente, dei momenti in cui si sperimenta un’effettiva unità nazionale per ciò che si prova in rapporto a un determinato evento (ricordiamo la gioia generale per i Mondiali di calcio vinti), ma difficilmente quando l’evento è politico.

Rabbia

Dato che si tratta di un sentimento fondamentale ai fini della mobilitazione politica, ci sembra importante fare una digressione sul totale controllo che il ceto politico italiano sembra possedere sulla rabbia della popolazione lavoratrice. Parlando di controllo ci riferiamo alla capacità di evocare, utilizzare e manipolare questo sentimento.

In rapporto alla prossima crisi economica, la classe dirigente cercherà in vario modo di agganciarsi alla rabbia per usarla in funzione anticinese (o xenofoba in generale) e securitaria. Dico securitaria perché, a mio avviso, la rivendicazione di un sempre maggiore controllo sociale, pur se variamente motivata, si spiega meglio come una tattica “aggressivo-passiva” che tendenzialmente è di rabbia verso qualcun altro (che oggi può essere l’immigrato e/o la proiezione dell’italiano medio) mista a paura, piuttosto che con la paura e basta. Questa è una delle ragioni per le quali la rabbia per il progressivo peggioramento delle condizioni socio-economiche di vita viene meglio intercettata da coloro che, oltre a fingere di comprendere le difficoltà che ne derivano e di rivendicare un cambiamento, nei fatti lavorano per spostare il focus del risentimento sociale verso soggetti in realtà estranei alle effettive responsabilità del processo di impoverimento, cercando di farli percepire come pericolosi e ostili, in maniera da rendere appetibili le proprie ricette securitarie e antidemocratiche e “blindare”, con ciò, il prosieguo del processo di impoverimento stesso.

Asse economico e asse culturale

Gli argomenti utilizzati a questi scopi assolvono una duplice funzione: questa, a breve termine, di rafforzare l’arsenale giustificativo da utilizzare per riuscire a far passare i prossimi tagli allo stato sociale e al salario senza troppe proteste; quella, strategica, di rafforzare l’asse politico di matrice, per così dire, “culturale” (ossia la capacità di far gravitare il dibattito politico attorno a temi non direttamente economici o non visti come tali come il patriottismo, l’immigrazione, la globalizzazione culturale e la perdita dell’identità sociale), a scapito di quello “economico” (roteante attorno ai temi da sempre centrali per la sinistra, come il salario, le tutele sociali, ecc.) [4].

Una funzione derivata di questo arsenale ideologico ampio e vario è la possibilità della creazione di uno pseudo-dibattito politico, fra destra e sinistra parlamentari, in cui la seconda possa evitare di dover impugnare rivendicazioni sociali “economiche” che potrebbero gonfiarsi fino a sfuggirle di mano e accomodarsi, così, nel dibattito sui temi “culturali”; in quest’ambito la “sinistra” riuscirebbe (e riesce, in effetti) agevolmente a presentarsi nel ruolo di “anti-“, un ruolo di sterile contrapposizione alle sole rivendicazioni di facciata della destra.

Inversione di ruoli

Grazie a questo processo si è consolidata una storica inversione di ruoli, fra destra e sinistra borghesi, che assegna alla prima il compito di controllare le pulsioni rivendicative delle masse popolari e, alla seconda, di rappresentare gli interessi della grande borghesia in contrapposizione alle spinte tradizionalistiche della piccola e media imprenditoria (che ha più da perdere dai vincoli europei).

In questo modo si compiono due giri di boa: dal momento che il principale partito di riferimento dei capitalisti, il PD, è il partito dell’alta finanza e non un semplice soggetto politico opportunista e moderato, ancora possibile di rivendicazioni sociali almeno apparentemente “progressiste”, la penetrazione ideologica borghese dei settori popolari che si riconoscono nel concetto astratto di sinistra diventa sempre più forte, al punto che oggigiorno forme ideologiche come il legalitarismo o la meritocrazia vengono identificate come idee di sinistra (speriamo non si aggiunga presto alla lista l’“idea” che il problema del Paese siano i voti espressi dalle fasce della popolazione meno istruite, che andrebbero quindi estromesse dal processo elettorale); la destra borghese, quella alla Salvini e Meloni per intenderci, diventa il collante di una pericolosa alleanza tra piccola e media imprenditoria, da un lato, e lavoratori dall’altro. Quest’ultimo fatto lo si può verificare in molte maniere. Ad esempio, prestando attenzione alla forma più diffusa che assume oggi il tentativo di non perdere identità e cultura popolari (usi e costumi, dialetti, ecc.).

Populismo e cultura popolare

Premettiamo che la sinistra parlamentare, mostrandosi elitaria, schizzinosa, vanesiamente intellettuale e distante, appare esclusa a priori dall’argomento.

Nel contesto attuale la difesa del folklore popolare appare come il tentativo di non far morire ciò che, all’atto pratico, è già morto: dialetti spesso ridotti tutt’al più al rango di registro linguistico (e al livello di semplici vernacoli), rappresentazioni folkloriche (come ad esempio quelle musicali) che non sono altro che revival, ecc. Il tentativo, in effetti, non può che essere giudicato come un tentativo conservatore. Questo, non potendo riuscire nella cara vecchia impresa del resuscitare i morti, garantisce a chi lo attua un controllo simbolico molto semplice da ottenere: basta impersonare quel morto. Essendo morto, non verrà a protestare.

L’approccio populista dei leader della destra agli elettori, fra le mille cose, è anche questo tentativo. La difesa dell’artigianato (in realtà della piccola e, soprattutto, media produzione industriale) e la difesa “alla Salvini” del Made in Italy, assumono simbolicamente la funzione di difesa delle radici culturali popolari mentre restano, semplicemente, uno dei tratti ideologici della destra deputati a svolgere la funzione di collante sociale tra piccola e media borghesia - in Italia fortemente e storicamente egemonizzate dai conservatori - e i lavoratori.

L’idea più logica, ossia quella che la cultura popolare, progressivamente soffocata dagli sviluppi del mercato capitalista negli ultimi 150 anni almeno, possa rinascere (e continuare a svilupparsi, modificandosi) solo dall’incontro con altre culture, così come è sempre avvenuto in passato, non trova i presupposti per poter fare la sua comparsa nel dibattito politico.

Scollamento dalla classe sociale

In tutto ciò i comunisti continuano a cercare di evocare la rabbia nel proprio soggetto sociale di riferimento in maniere che, sinceramente, definire fallimentari sarebbe poco. Tralasciando le innumerevoli inopportunità che costantemente mettiamo in atto in ambito comunicativo, come pure una montagna di difetti che, seppur spesso possiamo individuare, non riusciamo ancora quasi mai a correggere, vorrei che ci concentrassimo su un aspetto che, pur non essendo di primaria importanza, dà la misura della nostra eccessiva distanza da ciò che pensano e provano le classi popolari.

Ciò a cui mi riferisco è la rabbia cieca e volutamente esagerata che rappresentiamo in ogni volantino, ogni comunicazione, spesso indirizzandola verso individui specifici (il Capo del Governo, un membro della governance europea, ecc.).

Come è per le guerre, in cui mentre nel passato il soldato uccideva di mano propria il nemico oggi semplicemente spinge un bottone su un’arma a distanza (magari senza nemmeno vedere la/le vittima/e), così anche è per le disposizioni legislative e finanziarie: dobbiamo sforzarci di considerare che l’azione è divenuta molto più indiretta. Non esiste praticamente più, come era nei secoli scorsi, il padrone che licenzia in prima persona l’operaia (cui magari fino al giorno prima aveva fatto molestie) per poi ritrovarla il giorno dopo a chiedere l’elemosina per le strade insieme a una numerosa e malnutrita prole; oggi la crudezza di un analogo accadimento sfiorerebbe appena la coscienza di un responsabile del personale, incaricato dei licenziamenti, e non giungerebbe minimamente a conoscenza del grande azionista, se non traslato nella forma di dato statistico.

Se il soldato o il capitalista non fanno più esperienza diretta delle conseguenze delle loro azioni vuol dire, di conseguenza, che questi sono persone completamente diverse rispetto ai loro predecessori. Le persone che non si occupano di politica ascoltano personaggi alla Mario Draghi o Jean Claude Juncker senza alcuna sorta di “filtraggio” dettato da profonde convinzioni (come le nostre) in grado di orientarne il giudizio preliminarmente, percependoli come persone più o meno normali, genitori, quello che vogliamo… ma non mostri. Pur se (e sottolineo ‘se’) in collera con essi. L’unico soggetto sociale che sembra mostrarsi un po’ più ricettivo riguardo i nostri toni propagandistici è il sottoproletariato e, in effetti, è ragionevole supporre che, qualora le difficoltà economiche si facessero molto forti anche per i lavoratori più stabili, la necessità e le privazioni renderebbero più facile recepire e condividere toni arrabbiati verso i rappresentanti dei capitalisti.

Il quadro che ho dipinto, però, pur essendo molto specifico dà la cifra del nostro scollamento: tendenzialmente, non capiamo come pensano (e “sentono”) i lavoratori, non sappiamo perché non ci capiscono e nemmeno in che cosa, di preciso, non veniamo compresi. Oltre a ciò mostriamo evidenti indisposizioni al cambiamento, dal momento che non riusciamo a leggere gli stimoli di ritorno che il nostro intervento, propagandistico o di lotta che sia, produce tramite la reazione dei soggetti con cui ci interfacciamo. Ci torneremo nell’ultima parte di questo lavoro.

LA GESTIONE CAPITALISTICA DELLA CRISI

Abbiamo velocemente affrontato la questione del controllo dei capitalisti sulle masse popolari, evidenziando alcuni tra gli aspetti che reputavamo più interessanti.

Vedremo ora, altrettanto rapidamente, in che modo la classe dirigente sta utilizzando la crisi, affinché possa essere chiara la dimensione dello scontro. A tal fine abbiamo ritenuto più utile procedere, viste anche le obiettive necessità di sintesi dell’argomento, all’esposizione critica delle recenti rivendicazioni avanzate da Confindustria (in un documento del 20 Marzo [5]) nei confronti di Governo e UE. Queste infatti, sebbene il documento sia già parzialmente datato, rappresentano le aspirazioni e le tattiche dei capitalisti in maniera più chiara dell’attività legislativa del Governo stesso, la quale ultima, naturalmente, è filtrata dalle necessità di mediazione con le istanze provenienti dalla società civile (in primis le necessità materiali delle classi popolari, ma ad esempio anche quelle “tattiche” dei gruppi parlamentari, irrinunciabili per far fronte allo scontro nell’arena politica).

La tattica di Confindustria

Il paradigma ideologico all’interno del quale Confindustria sembra essersi mossa è piuttosto “tipico”:

  • enfasi sulla ‘eccezionalità’ della fase di difficoltà economica – prima e più che sulla sua ‘gravità’ –, data dall’assimilazione dello stato di crisi a uno stato di guerra. Ciò al fine di poter porre più agevolmente l’accento, anche a livello mediatico, sulle misure di sostegno alla produzione piuttosto che su quelle allo stato sociale [6];
  • rilancio del ruolo cardine dell’assetto produttivo capitalista in funzione della tenuta complessiva della società e, quindi, necessità di fornire sostegno prioritariamente al sistema produttivo piuttosto che allo stato sociale. Ciò al fine di giustificare il maggior sostegno fornito ai capitalisti, rispetto ai lavoratori [7];
  • foraggiamento di un rinnovato sentimento di unità nazionale coi lavoratori per far fronte alle cresciute esigenze del settore produttivo e proteggere così da eventuali proteste sociali il sistema sociale attuale [8].

Questa impostazione ha permesso di coprire politicamente gli enormi scompensi esistenti tra il quantitativo di sostegno economico fornito al ceto imprenditoriale e bancario, da un lato, e ai lavoratori dall’altro, sulla base di una squalifica a priori delle argomentazioni volte a sostenere la necessità prioritaria di misure di reale tutela popolare. Gli unici che potranno “entrare in partita” – ma comunque solo quando verrà ideologicamente “decretata” l’uscita dalla fase di emergenza – sono i politici e gli economisti di inclinazione socialdemocratica, sostenitori di un approccio orientato al sostegno alla domanda come chiave per il rilancio economico. Potrebbe essere a questo punto necessario, per noi comunisti, interagire con loro su alcune delle loro proposte, al fine di entrare nel dibattito a pieno titolo e poterci di conseguenza interfacciare con la società civile. Esistono anche molti blog e riviste economici d’orientamento marxista che svolgono studi e pubblicano conclusioni interessanti; al momento però non sembra che trovino particolare attenzione, o una qualche forma di rilancio, nella propaganda delle organizzazioni comuniste esistenti.

La politica di classe degli industriali

La politica di classe di Confindustria espressione con cui intendiamo il complesso delle azioni politiche che vengono messe in atto al fine di modificare le relazioni fra gruppi sociali, in virtù di determinati interessi economici è basata, come in passato, sulla solida alleanza che gli industriali hanno col mondo della finanza e, in secondo luogo, sul mantenimento del controllo politico della piccola e media imprenditoria le piccole e medie imprese (PMI) –, che in Italia storicamente ha un ruolo di notevole importanza. Le principali leve su cui questa alleanza può prosperare sono, da un versante, il sempre solido rapporto con le istituzioni nazionali e, dall’altro, il rafforzamento della propria posizione nei confronti dell’apparato economico-istituzionale europeo.

A fine marzo gli industriali hanno prodotto un sistema coerente di rivendicazioni esposto in forma compiuta per la prima volta nell’importante documento già sopra citato, dal titolo Affrontiamo l’emergenza economica per la tutela del lavoro. Si tratta di una presa di posizione ufficiale successiva alla promulgazione del decreto cosiddetto Cura Italia e che, quindi, riflette una situazione in cui Confindustria si dichiarava già parzialmente soddisfatta dell’operato iniziale del Governo [9] e provava, per così dire, a “rilanciare” (anche per questo, forse, è particolarmente significativa). Nel momento in cui scriviamo una considerevole parte delle richieste contenute in questo documento è già stata accolta (siamo alle soglie della cosiddetta “Fase 2”), ma l’importanza politica dello stesso non è venuta meno.
Vediamolo nel dettaglio.

Confindustria e capitale finanziario

Confindustria ha la necessità di prevedere adeguate tutele (e incrementi di profitti) per il settore bancario. Dal momento che questo è il principale “fornitore” di denaro alle imprese e che queste sono in crisi di liquidità, le coperture finanziarie “extra” vengono chieste principalmente allo Stato e, quando anche sono chieste alle banche, non lo si fa se non fissando una adeguata “ricompensa” per queste ultime in termini di crediti sulle imposte, garanzie statali sui prestiti (principalmente tramite la Cassa Depositi e Prestiti, CDP) e deroghe importanti alla regolamentazione finanziaria dei prestiti e degli investimenti in generale (ricordiamo che le banche italiane possiedono una grossa fetta di debito pubblico italiano e che, quindi, tengono lo Stato “al guinzaglio”).

In alternativa alla CDP, per garantire i prestiti vengono spesso proposte la Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il Fondo Europeo degli Investimenti (FEI) ma, non essendo l’UE “disponibile” quanto lo Stato italiano, è facile prevedere su quale istituzione ricadrà il peso maggiore.

  • CDP e BEI dovrebbero concedere finanziamenti agevolati (fino a 30 anni) alle banche, affinché queste finanzino le imprese medie e grandi. I finanziamenti dovrebbero essere garantiti (in caso di insolvenza) da Stato o FEI e prevedere il pagamento integrale degli interessi da parte dello Stato (attraverso crediti d’imposta concessi alle banche, ossia scontando dalle tasse tutti gli interessi che queste, affinché lo Stato possa fornire garanzia nel caso di insolvibilità del prestito ‘da parte loro’, dovrebbero pagargli!). I finanziamenti, di non lieve entità, dovrebbero coprire almeno 9 mesi di stipendi, tasse, contributi, oneri sociali, utenze, fornitori, affitti, ecc. [10]. Lo stesso tipo di finanziamento viene richiesto anche per situazioni non emergenziali, ossia “programmi di riorganizzazione aziendale e rafforzamento filiere strategiche INDUSTRIA 4.0” [11]. All’UE vengono chiesti un incremento delle concessioni relative alle garanzie europee sui finanziamenti bancari (tra cui la possibilità che le istituzioni forniscano garanzia sui prestiti bancari a titolo direttamente gratuito) [12], previste in via emergenziale dalla Commissione Europea (Temporary Framework), e un ufficiale ritardo nell’applicazione di alcune misure di regolamentazione finanziaria, adottate per scongiurare la possibilità di nuove crisi dovute a bolle speculative (come quella del 2008). Le misure in oggetto sono gli accordi internazionali di Basilea III e il MREL; le rivendicazioni sono di non aumentare la disponibilità di capitale necessaria per poter fare investimenti (e di ridurre in generale i cosiddetti “requisiti prudenziali”, almeno per i prossimi 1-2 anni), nonché di concedere alcune deroghe alle banche con troppa passività in bilancio [13].
  • Alle banche, gli industriali chiedono “eventuali misure di tolleranza sui prestiti in essere alle imprese danneggiate dal Covid-19” (ricordando, nello stesso capoverso, la necessità di ridurre i vincoli posti alle banche per emettere nuovi finanziamenti) [14].

In sostanza: richiesta di accrescere il tasso di profitto del capitale finanziario e di copertura totale dei prestiti da parte delle istituzioni (delle quali i cittadini sono i principali finanziatori, attraverso le imposte), in caso di insolvenza delle imprese cui sono destinati.

Confindustria e capitale industriale

Per le imprese strategiche o grandi Confindustria chiede ulteriori ammortizzatori:

  • Emissione di consistenti prestiti della durata di 4 anni da parte di CDP e BEI, per aziende sopra i 300 milioni di € di fatturato, con possibilità di conversione in capitale alla scadenza (ossia: se l’impresa non è in grado di restituire il denaro, lo Stato acquisisce un valore equivalente sotto forma di azioni dell’impresa insolvente e, in più, con un patto di riacquisto a determinate condizioni da parte dell’azienda per il futuro. Vale a dire: ripagateci quando volete e, se siete in difficoltà, entriamo provvisoriamente come azionisti fin quando non ricominciate a guadagnare) [15].
  • Creazione di un fondo statale (aperto anche ai privati) per il finanziamento delle imprese strategiche [16].

Per le PMI viene proposto anche:

  • Di implementare il Fondo di Garanzia per le PMI, al fine di finanziarle fino a 5 milioni di € (il Cura Italia prevede un massimo di 1,5 milioni) [17];
  • Di far accedere al Fondo anche le mid cap (aziende con una capitalizzazione in borsa tra i 2 e i 10 miliardi di €) con meno di 500 dipendenti [18];
  • L’introduzione di una regolamentazione nazionale (analoga al Temporary Framework europeo) che permetta facilmente coperture sino al 90% delle esigenze di liquidità [19];
  • Di delegare alle Regioni (!) il compito di portare al 90% la copertura dei buchi finanziari delle imprese nei casi in cui queste non possano accedere ai capitali di un Temporary Framework “italiano” (considerando che il Fondo può arrivare massimo all’80, per legge) [20];
  • Una copertura di garanzia, tramite il Fondo, di operazioni d’investimento che prevedano allungamenti fino a 30 anni [21];
  • Di creare sezioni speciali del Fondo dedicate a coprire gli interessi dovuti dalle imprese sui prestiti del Fondo stesso (!), finanziate da Regioni, Comuni, enti pubblici e camere di commercio [22];
  • Di ammettere al Fondo, ossia ai finanziamenti statali, ogni impresa e senza alcuna verifica [23];
  • Di rafforzare, per la durata dell’emergenza, il PMI Supporting Factor (meccanismo europeo) fino a 10 milioni di € (teniamo presente che nel 2019 era stato portato da 1,5 a 2,5 milioni) [24];
  • Ulteriori interventi di garanzia istituzionale sui prestiti [25] e di agevolazione nell’accesso al credito [26];
  • Una serie di forti misure volte a garantire le proprietà immobiliari di PMI, tra cui spicca la creazione di un fondo d’investimento immobiliare sostanzialmente garantito dallo Stato, ma aperto ai privati, per acquistare immobili dalle imprese al solo fine di riaffittarglieli con possibilità di riscatto a prezzi predeterminati [27].

Questa grande iniezione di liquidità, quindi, verrebbe scaricata per intero sulle spalle delle istituzioni e causerebbe presumibilmente grossi tagli allo stato sociale, con la finanziaria del prossimo autunno. Specie se si tiene conto delle ulteriori richieste degli industriali, che invocano:

  • la sospensione di qualsiasi versamento fiscale e contributivo per tutte le imprese (non solo quelle in difficoltà) e il prolungamento del periodo di rateizzazione per i versamenti già programmati, oltre alla possibilità di pagare i debiti tributari in 10 anni e senza sanzioni [28];
  • il riconoscimento automatico per tutte le imprese, su richiesta ma senza verifica alcuna, della “comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica” [29], nonché la concessione automatica e generalizzata della Cassa Integrazione Covid-19, riconoscendola anche a quelle aziende che hanno registrato soltanto sospensioni o riduzioni di orario (e con in più la possibilità di applicarla retroattivamente) [30];
  • la deduzione fiscale dei finanziamenti, qualora prevista, andrebbe concessa sempre e senza verifica, visto che le attività giudiziarie sono sospese; stesso discorso per quanto riguarda lo stop (fino a fine luglio) alle procedure per fallimento [31].

Confindustria e l’UE

Visto l’enorme carico di denaro richiesto allo Stato, e in un’ottica di accrescimento del proprio potenziale di competitività sul mercato, il ceto industriale italiano tenta di “girare” all’UE (o ai Paesi UE più ricchi) parte di questo carico, proponendo di:

  • emettere debito europeo (Eurobond) [32];
  • mettere a disposizione degli Stati che ne hanno bisogno la linea di credito precauzionale del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) ma abolendo i sei criteri di accesso, giudicati limitativi (come quello relativo debito pubblico, ad esempio). Nessuna richiesta riguardo alle condizionalità, guarda caso, nonostante l’alto livello di dettaglio di tutto il documento [33];
  • realizzare un programma nazionale di sostegno alle imprese che consenta di attivare la garanzia dell’UE su programmi di agevolazione gestiti da CDP [34];
  • realizzare dei basket bond [35] di filiera, con CDP e BEI come investitori (e con, ovviamente, garanzia dello Stato sulle prime perdite) [36];
  • congelare le valutazioni di rischio, alleggerire le regole di definizione di default [37] e facilitare la possibilità di sfruttare la causa di forza maggiore per giustificare eventuali inadempienze contrattuali [38].

Queste le rivendicazioni prettamente economiche.

La visione strategia di Confindustria

Difficile dire, fra quelle che saranno (o sono già state) accolte, quante saranno applicate esclusivamente nel periodo di emergenza sanitaria e quante, invece, rimarranno in vigore anche dopo o comunque lasceranno dei cambiamenti. Di certo dobbiamo rilevare che una parte di esse si riferisce a periodi di tempo superiori ai due anni previsti dall’Istat (nelle settimane successive al 20 marzo) per ritornare alle stime per il PIL del Gennaio 2020. Il dubbio, però, sembra levarcelo in parte la stessa Confindustria quando, in calce al documento, esplicita in maniera molto chiara un segmento della propria visione strategica, riguardante l’organizzazione – e il dispiegamento – degli investimenti pubblici e della realizzazione (statale) di infrastrutture.

Affinché ciò possa essere messo in atto in tempi rapidi e con efficienza, Confindustria propone che venga istituito un Comitato Nazionale per la Tutela del Lavoro, composto da rappresentanti di Governo, imprese e banche (ma non dai lavoratori). Al suo interno, propone di stabilire un comitato di carattere tecnico che coinvolga amministrazioni e enti gestori di servizi pubblici e da cui dipenderebbero il funzionamento degli ambiti più essenziali in questo momento: sistema sanitario, approvvigionamenti, interventi urgenti per assicurare la continuità produttiva delle imprese, ecc. Il Comitato Nazionale dovrebbe poi dotarsi di un piano triennale di sviluppo e di un metodo di lavoro basato su commissari straordinari (per tutte le opere di carattere strategico) e task force operative di esperti con compito di fluidificazione dei rapporti tra amministrazioni (per accelerare le procedure). In caso di fallimento della task force, verrebbe chiesta la “possibilità di procedere anche in questi casi a commissariamenti” [39].

Confindustria non sembra quindi pensare in un’ottica puramente emergenziale [40]. Le sue rivendicazioni, specie se relazionate con l’evoluzione recente del contesto politico e sociale nostrano, appaiono seguire una precisa strategia politica di erosione della rappresentanza democratica popolare e di copertura delle perdite economiche da parte delle istituzioni, con uno specifico e marcato accento sulla facilitazione dell’accesso ai prestiti. Il tutto, basandosi su un fronte unico di banche e imprese e sull’elevato potere di ricatto che questo è in grado di esercitare nei confronti dello Stato.

In difesa o all’attacco?

I milioni di euro che il Governo sta destinando all’emergenza sociale sono quantitativamente irrisori, se rapportati al gettito complessivo che sta venendo destinato alle imprese in questi giorni.
Fare semplicemente il confronto fra gli stanziamenti effettuati per banche e imprese e quelli per il sostentamento dei lavoratori in difficoltà, però, potrebbe non essere l’approccio politicamente vincente: apparirebbe scollato dal contesto sociale perché non tiene conto della priorità di importanza che oggi, diffusamente, si attribuisce alle attività capitalistiche, percepite come funzionali al mantenimento dello status quo sociale. Ad una grossa parte degli stessi lavoratori, quindi, questa visione potrebbe sembrare “estremista” (massimalista), nonché chiusa o dogmatica; può essere recepita correttamente solo da chi vive in condizioni di assoluta necessità o, temporaneamente, da chi ha recentemente visto peggiorare di molto le proprie condizioni socio-economiche.

Come se non bastasse, quest’approccio pare produrre essenzialmente rivendicazioni di sostegno al reddito che, per quanto moralmente indiscutibili, si configurano generalmente come palliativi non risolutivi di nulla (o addirittura controproducenti, come nel caso tedesco di Hartz IV) e tendono a generare e rafforzare dinamiche di concorrenza fra i lavoratori.

Sarebbe a questo punto più proficuo, forse, lamentare l’assenza di una patrimoniale forte, così come proporre la nazionalizzazione di settori o aziende in particolare difficoltà, e inquadrare queste misure innanzitutto come occasioni di risparmio per lo Stato e di salvaguardia di posti di lavoro. La nazionalizzazione, soprattutto, dev’essere una rivendicazione pratica e che venga formulata assecondando il livello di coscienza politica medio, non una astratta presa di posizione ideologica per sostenere la quale non abbiamo nemmeno prodotto piani economici e politici sufficientemente strutturati da poter essere confrontati con quelli dei capitalisti, e che non avremmo comunque la forza e la capacità politiche di promuovere. Per cui, meglio presentarla come una semplice misura tattica (meglio se molto specifica, per una o più determinate aziende) per far fronte alla crisi che come un viatico per il socialismo, approfondendo l’argomento e studiandone anche gli effetti a breve termine.

Note:

  1. N. Bertuzzi, C. Ciacagli, L. Caruso, Popolo chi?, Roma, p. 135, Ediesse, 2019
  2. N. Bertuzzi, C. Ciacagli, L. Caruso, Popolo chi? cit., p. 125. “Il sentimento identitario nazionale dei nostri intervistati è debole in sé stesso: non emerge infatti una rivendicazione orgogliosa di appartenenza simbolico-culturale alla nazione, che anzi viene descritta spesso come decadente. Tale sentimento però si fortifica nella relazione con chi proviene dall’esterno e serve a rivendicare la precedenza su molti diritti, in un gioco a somma zero”.
  3. N. Bertuzzi, C. Ciacagli, L. Caruso, Popolo chi? cit., pp. 64, 65
  4. N. Bertuzzi, C. Ciacagli, L. Caruso, Popolo chi? cit., pp. 164, 165
  5. https://www.confindustria.it/wcm/connect/c1be4e6e-3728-4fe3-9ec9-a8a6441d9509/Emergenza+economica+per+la+tutela+del+lavoro_Confindustria_20.3.2020.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=ROOTWORKSPACE-c1be4e6e-3728-4fe3-9ec9-a8a6441d9509-n4nyPrL
  6. Ad esempio: … restituire fiducia rispetto a un percorso di ricostruzione che dovrà far seguito a un evento correttamente equiparato a una guerra”. (Confindustria, Bene il primo passo del Governo, ora pianificare i prossimi. Serve un piano shock, Comunicato del 18/03/2020, www.confindustria.it)
  7. Ad esempio: Dalla tenuta del sistema produttivo dipendono le prospettive di rilancio sociale dell’intero Continente, una volta terminata l’emergenza sanitaria. In particolare, dall’industria dipendono direttamente o indirettamente un terzo circa di tutti gli occupati nel nostro Paese. (Confindustria, Sintesi del documento “Affrontiamo l’emergenza economica per la tutela del lavoro”, 20/03/2020, www.confindustria.it)
  8. Ad esempio: Il nostro appello è che si affronti questa emergenza da economia di guerra, facendolo insieme, con la consapevolezza della gravità e con senso di unità nazionale nel rispetto di tutti noi. (Confindustria, Basta polemiche. Lavoriamo tutti con responsabilità, Comunicato del 25/03/2020, www.confindustria.it)
  9. Gli interventi auspicabili sono molti e vanno in diverse direzioni, alcune delle quali già recepite nel decreto legge Cura Italia e in altri Paesi Membri. Tuttavia, oggi è urgente rafforzare la diga per evitare che il fermo della domanda provochi una crisi di liquidità delle imprese. (…) Nel riconoscere, pertanto, l’importante sforzo compiuto dal Governo, riteniamo cruciale che si definisca fin d’ora il quadro delle prossime azioni. (Confindustria, Sintesi del documento cit.)
  10. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza economica per la tutela del lavoro, p. 7, www.confindustria.it, 20/03/2020
  11. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 8
  12. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 10
  13. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 9
  14. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 8
  15. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 8
  16. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 8
  17. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 5
  18. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 5
  19. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 5
  20. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 5
  21. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 6
  22. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 6
  23. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 6
  24. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 9
  25. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 6
  26. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 5
  27. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 7
  28. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 4
  29. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 4
  30. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 5
  31. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 11
  32. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 2
  33. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 3
  34. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 4
  35. I basket bond sono titoli garantiti da un pool di obbligazioni emesse da PMI e Mid Cap Italiane. CDP agisce nel ruolo di Anchor Investor (investitore di riferimento, che mantiene l’investimento a lungo termine, ne garantisce la coerente destinazione d’uso e attrae altri investitori, come una sorta di “garante informale”)
  36. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 8
  37. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 9
  38. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., p. 10
  39. Confindustria, Affrontiamo l’emergenza cit., pp. 13, 14
  40. Come conferma l’attività legislativa degli ultimi Governi, le richieste di Confindustria si iscrivono perfettamente nel trend degli ultimi anni: basti anche solo leggere il Decreto Crescita dove, giusto per fare un esempio, per le PMI era già previsto un aumento del 100% del finanziamento agevolato concesso dal Governo per sostenere gli aumenti di capitale decisi dagli azionisti (da 2 a 4 milioni di € per ciascuna impresa)

31/05/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: cattolicanews.it

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L'Autore

Emiliano Gentili

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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